“Il destino di Edward Wayne”. Presentato il libro di Tambone

Noicattaro. Domenico Tambone front

 

Presso il Palazzo della Cultura, lo scorso 1° Aprile è stato presentato il romanzo “Il destino di Edward Wayne” di Domenico Tambone. Nelle righe seguenti viene proposta l’intervista realizzata con il suo autore.

Come nasce questo libro?

Da un’ispirazione scaturita un po’ di anni fa, quando ho letto un articolo che riportava parte delle omelie e del discorso di Papa Giovanni Paolo II al Giubileo dei lavoratori del 2000. La denuncia del Pontefice sulle condizioni dell’uomo nel mondo del lavoro all’inizio del terzo millennio, conteneva delle parole forti, fonte di preoccupazione ma anche fonte di speranza. Da qui è nata l’ispirazione di questo romanzo, che mi ha portato a scrivere subito la conclusione. Il Papa parlava prima di tutto di globalizzare la solidarietà, poi di globalizzare l’economia e, soprattutto, invitava tutti quanti ad un impegno per cercare di migliorare il mondo, un impegno commisurato alle proprie possibilità e ai propri ruoli. Sostenuto da questa speranza, ho iniziato a lavorare a quest’idea, e la prima a essere elaborata è stata la conclusione, l’ultimo capitolo. Successivamente sono passato a tutto un lavoro letterario che potesse creare una storia raccordata all’epilogo. All’interno della storia, che doveva parlare di avventura in quanto sono un grande appassionato del genere, ho voluto inserire delle tematiche che potessero portare il lettore oltre al piacere della lettura e dell’avventura vissuta in se stessa, anche a delle riflessioni su talune problematiche. Nel romanzo sono dunque state inserite due tematiche: il credere per fede, imperniato essenzialmente nel protagonista, e la tematica della schiavitù che è quella che sostiene la trama, la storia e l’avventura. Una schiavitù connotata inizialmente nel periodo storico: il romanzo è ambientato tra il 1700 e il 1800 inizialmente in Inghilterra. Una schiavitù che ho poi utilizzato come trampolino di lancio per portare il lettore a delle riflessioni sulle moderne schiavitù. Tutto questo si arricchisce con il percorso di fede del protagonista, Edward Wayne, che ad un certo punto della sua vita decide di raccontarsi per interrogarsi sul perché delle cose e, soprattutto, a porsi una domanda vecchia, antichissima: “Il destino è un qualcosa di definito, di programmato, o siamo noi a crearcelo?”.

Uno dei fil rouge che lega le pagine del libro è dunque la spiritualità…

Be’, sì, c’è un po’ di spiritualità, di riflessione, ma anche di domande, sebbene il romanzo non intenda dare risposte. Credo che le risposte, soprattutto quelle sulle situazioni del credere per fede, ognuno di noi debba trovarle in se stesso e non far proprie le risposte di altri, altrimenti non sono delle risposte che si sentono dentro. Quindi un viaggio, un’avventura che porta a riflettere, a interrogarsi: tutto quello che eventualmente ne consegue avviene all’interno di ciascuno di noi.

In che modo ne consiglierebbe la lettura?

Con molta tranquillità. Il libro è molto scorrevole ed è stato scritto in maniera molto leggera, pertanto si fa leggere con molta rapidità.

Quale particolare invito sente di rivolgere ai potenziali lettori?

Quello di leggere il libro, in quanto ti risucchia già dopo le prime pagine e ti conduce con sé fino alla conclusione. È un libro di avventura e gli appassionati del genere sanno che, se si riesce a essere presi dal racconto, si portano con sé i personaggi anche lontano dal libro, pregustando il momento in cui si riprenderà la lettura. Quando si riesce a leggere un libro che ti porti dentro, che se è un bel libro quasi dispiace terminare, risulta difficile trovarne un altro libro capace di appagarti nella stessa maniera.


[da La Voce del Paese dell'8 Aprile]