Martedì 20 Agosto 2019
   
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“L’Abbraccio” compie 20 anni: le testimonianze. FOTO

Noicattaro. 20esimo anniversario “L’Abbraccio” front

 

“Vivere la vita è una cosa veramente grossa”, recita una nota canzone. Vivere la vita al massimo è una cosa spettacolare, aggiungiamo noi. Sì, perché il bello è riempire la vita con dei contenuti essenziali. Come hanno fatto alcune famiglie nel lontano 23 Aprile 1997 quando, riunite nella tavernetta di Elvira Diserio, hanno messo su l’associazione “L’Abbraccio”, con l’obiettivo di aiutare il prossimo e, precisamente, prendendo in affido alcuni minori.

E così, in occasione del 20esimo anniversario della nascita dell’associazione, nella sala-teatro dell’Istituto “Rocco Desimini” si è svolta una bella serata all’insegna della riflessione e del divertimento, presentata da Elsa Liturri.

“Eravamo un gruppo di famiglie impegnate nella parrocchia del Carmine in un cammino di fede”, ha raccontato la sig.ra Diserio, ricordando la costituzione dell’associazione. “Tutti avevamo fatto l’esperienza all’interno delle nostre famiglie del prenderci cura dell’altro: dei fratelli minori, dei nonni ammalati e spesso anche dei vicini di casa. Eravamo convinti che la famiglia, con i suoi valori di solidarietà, potesse aprirsi e offrire anche all’esterno, ad altre famiglie, il proprio sostegno. Abbiamo iniziato a farci prossimo alle famiglie in difficoltà vicino a noi, passando a piccole esperienze di affido temporaneo. Col tempo abbiamo sentito la necessità di avere un respiro più ampio, per un aiuto e una solidarietà reciproca tra famiglie che iniziavano il cammino di accoglienza, ed è nata la necessità di costituirsi in associazione”.

La buona volontà però, da sola, non era sufficiente. E così tutte le famiglie si sono attivate per formarsi, perché le dinamiche delle famiglie e dei minori sono complesse. Le famiglie che si assumono il rischio dell’affido investono sul dono, sull’educazione di sé e del figlio accolto, ma anche sui rapporti che si allargano fino a comprendere la famiglia d’origine e gli operatori del servizio.

La svolta dell’attività dell’associazione avviene nel Giugno 2010. “Tutti abbiamo sentito la necessità di prevenire l’istituto dell’affido, utile, bello, ma comunque vi è un allontanamento dei minore alla famiglia d’origine”, continua Elvira Diserio. “Quindi l’associazione, rispondendo ad un bando nazionale di Fondazione Bancarie, crea un centro per minori chiamato ‘L’Abbraccio dei Piccoli’, in cui i minori vengono ospitati l’intera giornata per un sostegno a loro e alle famiglie. Il bando finanzia l’attività per soli due anni, ma successivamente intervengono a sostenerci il Comune di Noicattaro, il contributo statale del 5 per mille, contributi volontari e varie raccolti di fondi”.

Oggi il centro continua la sua attività accogliendo 25 minori, tutti segnalati dai Servizi Sociali. Il centro si avvale di educatori professionisti con i quali collaborano volontari e associazioni presenti sul territorio di Noicattaro. Naturalmente l’attività dell’affido famigliare continua.

Si potrebbero raccontare tante storie, tutte a testimonianza della bellezza di questo strumento che è l’affido. Perché “la bellezza va testimoniata”, come ha detto don Tino Lucariello durante la celebrazione Eucaristica che ha preceduto il momento di festa. Potremmo parlarvi della storia di Michele e Antonella, che hanno accolto Maria Pia ben 5 anni fa. “Un’esperienza fortemente educativa, non solo per la giovane Maria Pia, ma anche per noi genitori affidatari”, ha detto la sig.ra Antonella, visibilmente commossa. “Già quando arriva un figlio naturale, spesso bisogna fare i conti con una situazione che è diversa da quella che si immagina. Accogliere una persona che nulla ha a che fare con la tua carne e con il tuo sangue non è facile. Anche perché arriva con una valigia, che è il suo vissuto, la sua storia, i suoi ricordi, i suoi legami. Questa valigia è parte di lei, e non puoi lasciare fuori di casa. E questo richiede un lavoro ancora più grande da entrambe le parti. Un lavoro che non può non generare un cambiamento. Con l’affido abbiamo capito meglio la differenza tra il voler bene e il volere il bene dell’altro, che è qualcosa che va anche oltre noi stessi. Perché spesso nell’esperienza dell’affido bisogna fare i conti con il distacco, e con la possibilità che quel bambino/a debba tornare nella sua famiglia d’origine”. Anche la piccola Maria Pia ha voluto commentare l’esperienza: “L’affidamento in questa nuova famiglia mi ha un po’ sorpreso. Perché grazie a loro ora so cosa vuol dire sentirsi parte di una famiglia che si prende cura di te in ogni singolo momento e che cerca di non farti mancare mai nulla. L’affidamento in un’altra famiglia non è una cosa negativa, anzi può restituire a tanti bambini la felicità che avevano perso. E io sono contenta di aver trovato questa famiglia fantastica”.

Da brividi anche la storia di Tina e Stefano, i quali hanno adottato Giuseppe, dopo tre anni e mezzo di affidamento. Una storia lunga e complessa, ma dal finale lieto. Tina e Stefano erano una coppia senza figli. La forte vocazione di diventare mamma ha spinto i due a intraprendere una bellissima strada. Giuseppe arriva così, all’improvviso, all’interno di questa famiglia, all’età di 7 mesi. La madre era in ospedale e in famiglia nessuno poteva occuparsi di lui. “Il padre del bambino conosceva mio marito e fu subito disponibile ad affidarcelo”, racconta Tina. “Io e Stefano eravamo felici, il nostro sogno di famiglia stava per realizzarsi; non ci importava il fatto che si trattasse di un affidamento temporaneo. Il nostro primo incontro con Giuseppe fu inaspettato ed emotivamente forte. Nessuno ci aveva informato della sua situazione familiare e della sua storia personale. Stefano andò a prendere il bimbo dalla casa e lo trovò in una culla malmessa, vestito con abiti malconci. Dai tratti del viso si capiva subito che il bambino era denutrito. Stefano avvolse Giuseppe in una copertina e lo portò subito a casa”. Oltre alla situazione familiare, a preoccupare i due neo genitori erano le sue condizioni di salute. “Cominciammo la nostra vita a tre. Ma una notte Giuseppe ebbe la sua prima crisi epilettica, e poi un’altra ancora; scoprimmo la sua malattia ed iniziò la nostra battaglia per la sua guarigione. Una battaglia lunga e dolorosa, fatta di ricoveri e piena d’inciampi, combattuta col sostegno di professionisti, ma purtroppo mai vinta nonostante noi avessimo nel cuore sempre il sogno della sua guarigione. Abbiamo avuto momenti di scoraggiamento, di debolezza, di pianto. Accompagnare un figlio malato è un compito gravoso e complesso. Giuseppe era anche iperattivo, e stare con lui ti toglieva tantissime energie; ma un genitore è per sempre”. Ma la fatica viene premiata. E anche se Giuseppe non ha raggiunto grandi traguardi scolastici, perché la sua disabilità mentale non glielo ha consentito, la scuola è stata per lui soprattutto luogo di socializzazione, di incontro con i suoi coetanei. Al termine della scuola superiore ha cominciato a frequentare Il Centro diurno socio-educativo e riabilitativo “Nella Maione Divella”. Da questo centro è arrivata la proposta di far fare un corso di formazione ad alcuni ragazzi per inserirli nel ristorante “Teste Calde” di Rutigliano, un ristorante che ha come finalità l’inserimento lavorativo di giovani diversamente abili. In seguito Giuseppe fu scelto per lavorare. “Io provai una gioia immensa”, continua la mamma. “Per me era come se in quel momento mio figlio avesse ricevuto la laurea. Quella possibilità significava un traguardo importante per nostro figlio, e come mamma mi sentivo orgogliosa di lui e di questo suo successo”. Ora Giuseppe ha 26 anni, si è innamorato di una ragazza Down e sta facendo le sue prime scoperte. Tina e Stefano, contenti per lui, gli sono accanto per accompagnarlo in questa nuova e felice esperienza di vita. “Giuseppe ci ha riempito e ci riempie la vita, ha reso la nostra vita più complicata ma piena di senso. Lui ci ha fatto il grande dono di farci diventare genitori”.

Altrettanto bella è la testimonianza di Olimpia e Vito. La loro esperienza di genitori adottivi è partita dal desiderio di avere un figlio. Pur sapendo di non poter avere figli naturali, i due sposi non hanno perso l’entusiasmo, tanto da trovare nell’adozione la via per donare il loro amore. “Sì, pensavamo all’adozione - racconta la sig.ra Olimpia - ma eravamo attraversati da tanti dubbi. Ci spaventava l’idea di adottare un figlio non nostro, e ci chiedevamo se sarebbe stato possibile affezionarsi ad un bambino che arrivava come un estraneo”. Poi l’incontro con l’associazione “L’Abbraccio”, grazie ad un’altra famiglia. E di lì è iniziato tutto. “Stando a contatto con i bambini delle famiglie dell’associazione ci siamo accorti che relazionarsi con i bambini era naturale e spontaneo. Conoscendo le storie difficili di questi bambini abbiamo cominciato a vedere la questione adozione da un altro punto di vista. Il nostro sguardo si è spostato da noi, coppia in cerca di figli, ai tanti bambini bisognosi di essere accolti e amati. Abbiamo capito che al centro dell’esperienza d’adozione non c’erano i bisogni dei genitori ma quelli dei bambini”. Di lì a breve arriva la richiesta: affidamento temporaneo di una bambina di 4 mesi. “Eravamo spaventati, ma accettammo subito. Arrivò nella nostra casa Annarita, un fulmine a ciel sereno che ci portò tanta felicità. Vedere lei nella carrozzina fu un’emozione grande: era piccola e bella”. Dopo due anni di affidamento, Olimpia e Vito hanno ottenuto l’adozione, e Annarita è diventata a tutti gli effetti la loro figlia. Sta bene ed è serena. “Educare è un compito complesso e sempre in divenire e, se si vuole essere dei bravi genitori, bisogna essere disponibili a mettersi in discussione. E in questo ‘L’Abbraccio’ ci è stata maestra”.

È il turno di Michela, una ragazza ormai cresciuta, che ha fatto l’esperienza dell’affido ma è rientrata nella sua famiglia naturale. “Avevo tre anni quando ho cominciato la mia esperienza di bambina affidata ad una altra famiglia. Io non capivo perché ogni mattina alle 4 dovevo essere presa e portata nella casa di Rocco e di Giovanna. Stavo nella loro casa fino alle 8 di sera e poi ritornavo a casa. A volte mi è capitato anche di stare per lunghi periodi senza ritornare a casa e senza vedere i miei familiari. Non riesco ad esprimere bene i sentimenti di quel periodo; ricordo solo che desideravo ardentemente stare con mia madre, mio padre e le mie 5 sorelle. Mia madre mi mancava tanto. Ancora oggi, ripensare a quel periodo, mi fa venire da piangere”. Michela ha comunque instaurato un buon rapporto con la sua nuova famiglia. “Giovanna mi trattava come una figlia; lei e Rocco non mi hanno mai negato niente. Eppure non mi bastava: io preferivo stare con la mia mamma. Con la mia famiglia affidataria ho passato tanti momenti felici. Rocco era come un padre. Annalisa e Rossella, le loro figlie, mi hanno coccolata e amata tantissimo”. L’affido è terminato e da circa 6 anni Michela è tornata a vivere con la madre. “Tante cose sono cambiate: mia madre lavora e io mi occupo della casa e di mia sorella più piccola. Sono felice di stare a casa”. Uno sguardo al passato. “L’esperienza con la famiglia affidataria non l’ho voluta io, ma per mia madre l’ho dovuta fare. Ma ora posso dire anche che mi è servita: è stata un’esperienza positiva e ancora oggi continuo a incontrare la famiglia di Giovanna e Rocco. Sono e rimangono miei amici per sempre”.

C’è spazio per un’ultima storia, quella di Annalisa e Gianvito, due giovanissimi ragazzi, entrambi in adozione, ma in due famiglie diverse. “Per me, l’affidamento prima e l’adozione dopo, sono state una seconda occasione che mi è stata offerta per una vita migliore”, ha commentato Annalisa. “Sono molto grata ai miei genitori per questo grande dono. Ho trovato dei genitori fantastici. Se li avessi potuti scegliere io personalmente, non li avrei mai trovati così accoglienti e amabili”. La sua esperienza è cominciata a 17 mesi, quando è stata affidata a mamma Emilia e a papà Giuseppe. “So che per la mia mamma adottiva è stato difficile educarmi. Sono molto testarda. Ma quando sei stata abbandonata e trascurata, impari presto che devi badare a te stessa e capisci subito che, quello che vuoi, devi prendertelo da sola”. Una ragazza determinata, oggi diventata grandicella anche grazie alla sua nuova famiglia. “Mia madre è sempre stata mamma Emilia, non ci sono altre mamme per me. Lei si è dedicata completamente a me, rinunciando al lavoro, ai suoi hobbies”. Legame che è rimasto anche con i fratelli. “Mi è rimasto dentro, pur senza averlo coltivato tanto, un legame forte verso i miei fratelli, e l’unica cosa che mi è dispiaciuta con l’adozione è stata quella di non essere cresciuta con i miei fratelli. Non ho più rivisto mio fratello Giuseppe, che è rimasto a vivere con la mamma naturale. Gianvito è stato adottato da un’altra famiglia, e con lui ho mantenuto la relazione. Lo vedo spesso, ci parliamo, ci raccontiamo e partecipiamo ai reciproci momenti di gioia e di festa. Ho solo il dispiacere di non averlo a casa con me”. Annalisa non smette mai di ringraziare la sua nuova famiglia. “Tutte le esperienze vissute con loro sono state importanti e indimenticabili per me. Quando penso a loro, al loro amore, a tutta la cura di questi anni, mi commuovo. Il loro amore mi commuove”.

Dopo i saluti dell’assessore Vito Santamaria e del Dirigente Francesco Lombardo, c’è stato un concerto molto divertente. Sul palco Gianni Aversano e la sua band, i quali hanno fatto apprezzare un po’ di musica tradizionale napoletana, coinvolgendo il pubblico.

Una serata davvero emozionante. Dopo l’ascolto di queste testimonianze e la commozione dell’intero pubblico, dev’essere incredibile - a 20 anni dalla sua fondazione - toccare con mano la realizzazione di un sogno tanto bramato e per il quale tanto ci si è spesi. Oggi più che mai ci piace pensare che ognuno ha il diritto di essere amato e che c’è sempre qualcuno disposto a farlo gratuitamente e senza riserve. Se ci si mette in cammino per andare verso l’altro, la meta è “L’Abbraccio”.


[da La Voce del Paese del 29 Aprile]

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