Sabato 23 Settembre 2017
   
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Il Puglia Pride torna a Bari. Ne parliamo con Michele Ciavarella

Noicattaro. Michele Ciavarella front

 

Il 1° Luglio Bari ha ospitato il Puglia Pride, sfilata di associazioni per rivendicare i diritti del movimento LGBTQI e combattere ogni forma di pregiudizio. Quasi 5.000 le persone che hanno sfilato per le strade di Bari, percorrendo il centro cittadino. E, alla fine di ogni appuntamento di questo genere, ci si ritrova con uno strascico di polemiche e poche razionali riflessioni, gente che grida allo scandalo e gente che ritiene il Pride uno strumento indispensabile per rivendicare diritti negati.

Abbiamo incontrato Michele Ciavarella, nostro concittadino, che ha partecipato al Puglia Pride, per ragionare sul senso di questa “parata colorata” alla luce anche dei recenti traguardi raggiunti dallo Stato in tema di diritti.

Parliamo della tua storia...

È una domanda molto complicata e richiederebbe tempi forse troppo lunghi. Per essere breve, la mia storia interiore è divisa in due momenti. Prima e dopo il coming out. Il coming out è quel momento in cui un ragazzo si fa coraggio e sceglie di dire alla famiglia e al mondo che è gay. Per me è stata una nascita. Avevo 21 anni, frequentavo l’Università e, proprio grazie a quella spinta culturale regalatami dalle pagine di Pasolini, riuscii a guardarmi dentro con tutta l’innocenza possibile, senza più sensi di colpa. Ho sempre saputo della mia omosessualità, da quando ero bambino. Essere cresciuto a Noicattaro, in un ambiente umano che rigetta completamente questo tipo di realtà, ha costituito per me una grande tragedia. Per tanti anni ho sofferto, ma alla fine ho trovato la forza di amarmi e di capire che non ero io sbagliato, ma quella parte di società che mi condannava, ritenendomi malato.

Quali sono state le difficoltà che hai incontrato in questo percorso di affermazione di te stesso? Chi è stato per te, in questo periodo, un punto fermo cui appoggiarti?

Tutto è stato difficile. A scuola e fuori, l’insulto più frequente tra i ragazzini era “ricchione”, in Chiesa spesse volte sentivo omelie che condannavano gli atti omosessuali come qualcosa di impuro e spregevole, la televisione rappresentava il mondo gay come un coacervo di vizi, perversioni e immoralità. La realtà, tutta la realtà intorno a me, esprimeva una chiara censura senza appello di quello che ero. Mi hanno aiutato i miei amici e la mia famiglia, le mie passioni, ma soprattutto il mio desiderio di vivere. Se non ne avessi avuto, probabilmente oggi non sarei qui.

Cosa rappresenta per te, oggi, il Pride?

Il Gay Pride, per me, è un’occasione di incontro, festa, commemorazione, rivendicazione di diritti civili, che racchiude molteplici significati. Occasione alla quale tutti, non solo le persone omosessuali, sono invitati. Non a caso, oggi, si chiama Pride, per sottolineare l’aspetto inclusivo che intende la sua anima. A Bari eravamo quasi in 10.000. Diecimila esseri umani, di ogni tendenza sessuale, identità di genere, nazionalità. C’erano famiglie, bambini, nonni. Il Pride è anche un’occasione in cui si ricordano i moti di Stonewall del 1969, che diedero origine al movimento di liberazione gay in tutto il mondo, contro ogni forma di violenza, repressione, discriminazione e pregiudizio. Se scendiamo in piazza è per colorare le strade di libertà, ricordando a tutti e a noi stessi che diversità è bellezza, e la bellezza non è sbagliata. Sbagliato è pretendere che ci sia una normalità alla quale obbedire, rinunciando alla cosa più bella: amarsi. È meraviglioso che insieme a noi ci siano stati anche i rappresentanti delle nostre istituzioni, perché lo Stato ha un ruolo fondamentale nel percorso per ottenere i diritti civili.

Perché hai deciso di parteciparvi?

Ho deciso di parteciparvi perché lo volevo. Perché desidero che in futuro un ragazzino non si trovi a dover rinunciare alla propria adolescenza, come ho dovuto fare io. Perché tutti abbiamo diritto a innamorarci, alla poesia del primo bacio, a camminare mano per mano per strada con la persona che amiamo, senza avere vergogna e paura, a costruire una famiglia, un progetto condiviso, a immaginare un futuro. Soprattutto abbiamo il diritto di essere felici.

In cosa l’Italia è arretrata rispetto al resto del mondo?

La parola “mondo” è gigantesca. Ci sono paesi in cui l’omosessualità è un crimine, punito con la detenzione o addirittura con la morte. Restringendoci all’area Europea, credo che in Italia l’omofobia sia soprattutto un problema politico. La gente è molto più aperta e pronta ad accogliere la diversità rispetto a uno Stato nel quale la legge contro l’omofobia è da anni bloccata in Parlamento. Negli ultimi vent’anni si sono fatti tanti passi avanti. Il Pride, per esempio, è una sorta di cartina tornasole dell’atteggiamento sociale nei confronti della diversità sessuale: la partecipazione è sempre più trasversale, entusiasta, sentita. Abbiamo bisogno di leggi, certamente, ma anche di cultura. La scuola, in questo, ha un ruolo fondamentale. Essa ha il dovere formarsi e di formare, perché l’omofobia è essenzialmente ignoranza, e va combattuta attraverso l’unico bene che esista al mondo: la conoscenza.


[da La Voce del Paese dell'8 Luglio]

Noicattaro. Michele Ciavarella intero1

Commenti 

 
#2 cosa commentare 2017-07-13 22:17
gaytano. e chi ti dice che i diversi sono loro?
la tua missione quale sarebbe?
 
 
#1 Gaytano 2017-07-12 22:00
Caro Michele, per me essere omosessuale non significa fare casino per le strade in segno di protesta, la Vostra rimane una pura diversità e chi è diverso deve saperci convivere e superare il tutto sfidando gli sguardi della gente fino a sfinirli, così come hanno fatto numerosi genitori con figli disabili e classici Zanardi della situazione... ognuno di noi ha una missione delicata su questa Benedetta Terra e questa è la Vostra
Buona Vita Ragazzi
 

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