
Osama Bin Laden è morto.
Quando sei piccolo la prima cosa che impari –al buio- è che i tuoi mostri te li crei da solo. E li metti laddove sei più vulnerabile: nell’armadio, perché non ne vedi l’interno, nella tue debolezze, perché non ne hai il dominio, sotto il letto, perché ci stai sospeso come nella vita, e appena dietro la pelle, nei luoghi del sangue, invisibili ed essenziali.
Osama è morto. Perché in guerra tutto è lecito, come quando si è bambini. I mostri, i nostri mostri, vanno uccisi. In guerra l’etica è un optional. La guerra è la nostra infanzia cristallizzata nell’atto della violenza.
Qualcuno dice che questa morte, che una morte, sia la vittoria per antonomasia del mondo libero. Quel qualcuno si chiama Obama. Obama è il presidente nero degli stati uniti. Il personaggio più importante, forse, nella simbologia delle rivoluzioni novecentesche. Il riscatto dei deboli. Il mea culpa dei latifondisti delle culture e delle storie. Così ci è stato propinato, almeno. E così ci siamo nutriti di questo Cristo. Obama è non solo il portavoce di una rivoluzione, ma la carne, il cuore pulsate di un cambiamento, nella coscienza di tutti i popoli del mondo. Chi di noi non ha versato una lacrima, chi di noi non si è sentito con lui nella sua scalata al potere? Tutti. Ecco perché, nelle sue contraddizioni e nella sua immagine di riscattato, Obama ha qualcosa di noi, della nostra pelle, delle nostre paure, delle nostre disperate speranze.
Obama è l’uomo nero che ha ucciso l’uomo nero.
Colui che è stato insignito del premio nobel per la pace.
Il premio nobel per la pace ha affermato che la morte di un individuo sia la vittoria del mondo libero.
E qui, sulla scia del suo sacro verbo, il nostro governo, per un potere di “emanazione”, si è espresso, nella persona del presidente del consiglio, definendo un tale evento “vittoria per tutte le democrazie”. Per non parlare di chi invece ha gridato al miracolo, chiamando in causa il neo beato papa Wojtyla.
Ponendola come un sillogismo, pare che la nostra tanto agognata rivoluzione culturale altro non sia che l’ennesima forma estetizzata della barbarie dell’uomo, edulcorata a grasso umano e sensi di colpa irrisolti. Pare, molto più che in un sistema Politico, di dover far fronte alle solite ritualità religiose di espiazione. Quando finiremo di essere integralisti?
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Commenti
Invito pure lei ad alzarsi e pensare con la sua testa.
Ciò che si evince da quest'articolo non è altro che la tendenza dell'uomo occidentale, bianco o nero che sia, ad imporre il proprio potere sull'altro facendo leva sulle nostre paure, scoprendo gli scheletri dell'armadio. Obama, l'uomo nero, si è congiunto a noi spostando le nostre angoscie su uno nuovo, Osama. Il problema è che gli artefici del controllo e del nostro condizinamento sono anche e soprattutto i media. Senza dilungarmi, la vicenda del corpo e delle fotografie cruente di Bin Laden ne è esemplare.
Spero che attraverso queste poche righe abbia compreso il senso delle mie critiche che ritengo più che pertinenti.
Buona televisione anche a lei!
Se avete altre idee a proposito di questo toccante articolo, mi piacerebbe leggerle e, credo che piacerebbe anche all'autore.
Quanto all'anarchia penso che la si possa tradurre, oggi come oggi, nella condizione di chi liberamente si pone delle regole e le segue fino a quando queste sono efficienti. La totale mancanza di regole viene definita come anomia. Sono due cose estremamente diverse. L'arte è anarchica così come lo è internet, giusto per fare due esempi. Infatti l'anarchia è mancanza di un principio primo, accentratore ed esclusivo e non la totale assenza di regole. Se dovessi parlare dei mali della democrazia mi dilungherei a tal punto da ammorbarla; oltretutto credo che siano piuttosto evidenti. I tempi cambieranno positivamente ma probabilmente noi non li vedremo, ahimè!
Semplicemente esprimo delle opinioni, non mi è dato conoscere la verità nè mi è concesso svelarla in qualche modo. Il mio punto di vista è scettico. Ora, con la sua feroce affermazione cosa mi vorrebbe dimostrare?
Ad opus rispondo dicendo che sono d'accordo, siamo proprio noi a costruire quel bel teatrino di cui parla il nostro caro michele.
Credo che già dall'11 settembre 2001 tutte le forze impegnate nella cattura del leader di Al Quaeda si siano poste il problema del cosa farne di Bin Laden, se fosse stato imprigionato, le probabilità di rappresaglie terroristiche sarebbero state altissime.