Venerdì 18 Maggio 2012
   
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LEGGE CONTRO L'OMOFOBIA: I GAY QUI IN ITALIA COME I NERI IN AFRICA

catene





In questi ultimi giorni la mia mente si è soffermata su una questione che in un primo momento mi pareva addirittura inesistente. La sua apparente inesistenza è adesso ai miei occhi una chiara dimostrazione di quanto la mia criticità sia perfettamente inserita in un sistema da cui è resa innocua. Anzi, qualcosa mi porta a pensare e a dire che in questa mia ingenua colpa, in questo bisogno di “contraddire”, che è un bisogno razionale, giovanile e sociopatico, viva (e muoia) l’immobilità del destino che creo esistendo, col mio ruolo sociale di “diverso”.


Mi spiego. Il 23 Maggio si vota per la LEGGE CONTRO L’OMOFOBIA.
Non mi soffermerò sui contenuti della proposta, che in questa indagine non mi interessano. Mi soffermerò, invece, sulla pura formula, che è quanto di più presente, im-mediatico, e scalfibile possa esserci nella ricezione di massai.


“Legge contro l’omofobia”: così la chiamiamo, così passa sui giornali, nelle tv, nella bocca nera dell’Istituzione.E non poteva essere altrimenti, qui in Italia. Una legge che si pone, si auto-rivendica, con inconsapevole odio per se stessa. Una legge contro l’omofobia che è, nei termini della sua espressione linguistica (e quindi nella ragione di chi la intende e richiede), intimamente omofoba. L’errore (o la necessità?) del diverso è reclamare l’integrazione attraverso gli strumenti di chi lo discrimina. Questo è il paradosso che molte “razze” , che molte diversità, non percepiscono neppure, in quanto abituate ad auto-interpretarsi secondo i canoni del sistema che le nega, poiché in quel sistema, negate, si vivono.


Perché? Perché quell’organismo terrificante che è il sistema ha una precisa logica, è superiore. Perché il pensiero dominante è un fatto di numero, da sempre. E se chiedo a un pensiero dominante di comprendermi, devo farlo con la Sua lingua. Ma non mi accorgo che in quel momento, quando Gli chiedo di includermi e lo faccio con la Sua lingua, sto cominciando ad allontanarmi io per primo dalla mia verità, sto tradendo io per primo la ragione linguistica della mia diversità, che è la mia domanda. Essendo io, in carne ed ossa, la mia domanda al sistema.


Per questo motivo l’Africa è diventata negli ultimi decenni un’emanazione grottesca dell’occidente, una contraffazione antropologica. Per quel suo (e solo suo, non dell’occidente) sentimento nevrotico di subalternità e dipendenza culturale dal grande mostro che è il sistema nostro. Non è questo un discorso contro l’intercultura e i suoi effetti. Ma un conto è contaminarsi, altro conto è vestire gli abiti degli altri come in un carnevale, dimenticandosi della propria realtà, dei propri corpi, della propria diversità. Vergognandosene, anzi, rinnegandoli. Credendo di poter essere assimilati in una normalità assumendone i connotati come in un intervento di chirurgia estetica.


I gay, qui in Italia, hanno fatto come i neri in Africa. Hanno chiesto alla storia di essere liberi, ma l’hanno fatto con quanto di più atroce ci sia nella (loro) storia per chiederlo. L'hanno fatto con la loro anti-storia. E la tragedia è che non potevano fare altrimenti.
“Legge contro l’omofobia”.


Una formula che contiene solo negazione. Una formula violenta per intero (quando parlo di violenza mi riferisco all’effetto che la parola ha in un momento di ricezione emotivo e primario, non razionale e secondario).La parola legge: dovere sociale, sacrificio condiviso. Poi la parola contro, che, con legge e omofobia (entrambi termini negativi) costituisce il terzo significante negativo.

Assurdo, nontrovate?Siamo costretti a chiedere la libertà tramite parole violente e –quindi- illiberali.
Per non parlare del fatto in sé! Siamo obbligati, dalla nostra Italia, a chiedere libertà! Una legge che ci difenda dalla violenza! Non dovrebbe lo Stato a priori garantire la nostra incolumità e il nostro diritto ad esistere? Noi chiediamo una legge che salvaguardi le nostre vite! Sigillando le nostre vite col marchio di una diversità in difetto, che ha bisogno di essere approvata e giustificata, come una specie protetta, una razza sub-umana alla quale certi diritti possono essere concessi solo (e forse) in istanze ulteriori rispetto alla categoria dei normali!Questo mi reca, su un piano civile, infinito dolore, angoscia, nausea, disgusto. Questa è la bestialità, la cattiveria cannibalesca e assassina del sistema Italia! Anch’io, ovviamente, lotterò per questa legge, ma con l’ amarezza di saperla tragica nella sua origine, con l’amarezza di sapere che questa lotta, in qualche subdolo modo, lentamente mi allontanerà da me. Non posso fare altrimenti, però.


“La verità, appena la pronunci, scompare”. E la nostra verità ha bisogno di essere pronunciata, gridata, rivendicata. Più e più volte.
Mi chiedo solo come si possa accettare di con-vivere in una società che rinnega la tutela del più essenziale diritto, che è quello alla vita. Che quel diritto ce lo dobbiamo sudare. Ecco perché, in questa società, chi sceglie di rispondere alla propria diversità, di qualsiasi natura essa sia (sessuale, culturale, filosofica, etc…) è un uomo non compreso, socialmente esiliato, in una parola: morto.

Commenti 

 
#1 donna 2011-05-30 17:21
siamo in un paese in cui il potere, il benessere, sono le leggi che dominano lo scenario sociale.Per una persona, la mancanza di lavoro, la mancata possibilità di assicurare ai propri figli occasioni di studio,di cure,... vedere negate queste necessità basilari è ...come sentirsi morto, perchè nessuno ti vede, nessuno ti ascolta!ma non puoi fermarti, devi andare avanti, farti sentire, perchè è un tuo diritto!Prima o poi qualcuno ci ascolterà!
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