Venerdì 18 Maggio 2012
   
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AL VIA LA RUBRICA DI VINCENZO LATROFA: -IL NOJANO FUORI SEDE-

Piazza-Tahrir

Vincenzo Latrofa: studente universitario di Noicattaro iscritto presso l’università Ca’ Foscari di Venezia dove frequenta il corso di laurea in Lingua e Letteratura Araba ed Ebraica. Attualmente coinvolto in un programma di scambio con l’università Complutense di Madrid. Ha pubblicato nel 2009 il libro di poesie “Canzoni della Passione” e collabora attivamente con la rivista umanistica “L’Osservatorio Letterario” di Ferrara.

Con questo articolo si inaugura la rubrica per NoicattaroWeb: "Il Nojano fuori sede".

SULLA RECENTE RIVOLUZIONE IN EGITTO

Dialogo con Lucia Veronica Gustato: laureata in Letterature e Culture Comparate presso l’Università “L’Orientale” di Napoli. Arabista, ha studiato e lavorato al Cairo interessandosi della cultura e della politica dell’Egitto e del Medio Oriente in generale.




1-      Con che stato d’animo avete vissuto i primi giorni della rivoluzione? Che emozione avete provato vedendo i primi cortei che confluivano verso piazza Tahrir?


Quello che è accaduto in Egitto non si era preannunciato come una rivoluzione, gli stessi egiziani non si aspettavano di avere la forza e l’organizzazione necessarie per reclamare i propri diritti. È stato emozionante osservare il popolo unirsi per dar voce alle proprie necessità, alzare la testa contro l’oppressione in cui ha vissuto per trent’anni. Naturalmente c’era tensione, perché non si sapeva come la situazione si sarebbe evoluta, cosa sarebbe successo di ora in ora, ma l’energia che la gente portava con sé ci ha emozionato più di qualsiasi altra cosa.


2-      E’ vero che i bossoli dei proiettili usati dall’esercito per sparare sui manifestanti portavano la scritti “made in Italy”?


Prima di ritirarsi la polizia ha fatto di tutto per impedire le manifestazioni, sparando lacrimogeni, proiettili di gomma, cercando di allontanare i dimostranti con i getti d’acqua. Abbiamo raccolto quello che restava dopo le “battaglie”, e le munizioni di gomma, come dimostravano le cartucce, venivano dall’Italia.


3-      Che effetto ebbe nell’animo dei rivoluzionari il primo discorso di Mubarak dopo le proteste, quando annunciò che non si sarebbe ricandidato?


L’ex presidente Mobarak ha cercato, attraverso i suoi discorsi, di rispondere gradualmente alle richieste avanzate dai manifestanti. Nel primo discorso aveva parlato dell’istituzione di un nuovo governo, per poi arretrare ancora nel secondo discorso durante il quale dichiarò che non si sarebbe ricandidato alle elezioni presidenziali. Soltanto una parte esigua della popolazione era disposta ad accontentarsi di queste proposte che avevano solo il chiaro scopo di allontanare la gente dalla piazza. I manifestanti, infatti, sono rimasti ai propri posti, trovando nuova energia nella prospettiva di raggiungere il proprio traguardo, e cioè di far cadere il regime.



4-      Quando avete avuto la consapevolezza che la storia stava cambiando in quei giorni, e che voi vi trovavate nel posto giusto al momento giusto, cosa avete fatto tu e i tuoi amici Italiani per aiutare i rivoluzionari?


Ho vissuto al Cairo per diversi anni, e sono emotivamente legata all’Egitto. Trovarmi lì durante la rivoluzione è stato emozionante perché ho potuto osservare i miei amici che prendevano coscienza della propria situazione e facevano davvero qualcosa per cambiarla. Con altri amici italiani abbiamo cercato di aiutare per quanto ci era possibile. Abitavo molto vicino a piazza Tahrir, l’epicentro delle manifestazioni, e quindi la casa era a disposizione dei nostri amici e di quanti avessero bisogno di assistenza durante le dimostrazioni, si cucinava per chi aveva fame, si curavano quelli che erano stati feriti. Credo comunque che il più grande sostegno ai rivoluzionari sia stato dato dalle testimonianze delle persone che erano al Cairo durante la rivoluzione e che l’hanno raccontata a chi riceveva poche informazioni, spesso incomplete. I mezzi di informazione si soffermavano spesso solo sugli eventi eclatanti, trascurando la dimostrazione di civiltà che il popolo egiziano ha dato riuscendo ad organizzarsi e a portare avanti pacificamente le proteste.


5-      Avete deciso di lasciare l’Egitto quando il regime iniziò a far circolare la voce che la rivoluzione era fomentata da infiltrati stranieri?



Molti stranieri hanno lasciato l’Egitto durante la prima settimana di febbraio dopo che i media del regime Mobarak avevano diffuso la notizia che le manifestazioni venivano organizzate e fomentate appunto dagli stranieri. L’esercito arrestava i cittadini stranieri, prelevandoli dalle strade e dalle case, trattenendoli per diverse ore per interrogarli, impedendo i contatti con amici, familiari e ambasciate. Molti venivano bendati e trasportati da un posto di blocco dell’esercito all’altro, senza venire informati su cosa stava succedendo, per venire poi rilasciati di notte, durante l’orario del coprifuoco, in zone lontane dal centro della città. Anche io sono partita in quei giorni perché la situazione stava diventando troppo tesa e incerta.

Credo che la “caccia allo straniero” sia stata una carta giocata dal vecchio sistema al potere per diffondere il panico e distogliere l’attenzione dalle manifestazioni che continuavano, pacificamente, in piazza Tahrir. Con questa mossa il regime ha allontanato dal paese tante voci che avrebbero potuto testimoniare cosa stava accadendo in Egitto.



6-      Secondo te l’Italia e gli Italiani cosa dovrebbero imparare dal coraggio e dall’orgoglio del popolo Egiziano?


Credo che il popolo egiziano abbia dato una grande lezione di civiltà al mondo intero. Ha dimostrato di avere il coraggio di ribellarsi contro un sistema fatto di repressioni e abusi di potere, pur sapendo che il prezzo da pagare sarebbe stato alto. Ha dimostrato orgoglio nel portare avanti i propri ideali avanzando contro le promesse fasulle che il regime opponeva alle manifestazioni. La rivoluzione è stata portata avanti in modo pacifico dalle persone, nonostante gli attacchi violenti del regime, e il popolo si è organizzato per mantenere l’ordine in questa situazione di instabilità: i manifestanti pulivano la piazza, veniva fornito soccorso ai feriti, cibo e acqua ai dimostranti, sono nati “comitati di quartiere” che assicuravano sicurezza nelle strade durante le ore buio, persone comuni gestivano il traffico. Penso che tutti noi abbiamo qualcosa da imparare da questo popolo che ha alzato la testa con fierezza e dignità.


7-      Come vedi il futuro prossimo dell’Egitto? Si va davvero verso la democrazia?


La fase successiva alla rivoluzione è sicuramente un momento molto delicato, che dovrebbe essere monitorato meglio anche dalle potenze internazionali. Attualmente è l’esercito che si occupa della gestione del paese, in attesa delle prossime elezioni parlamentari previste per settembre. Purtroppo ancora oggi si assiste ad episodi di repressione: l’esercito ha promosso un disegno di legge per impedire le manifestazioni, e le voci di dissenso vengono ancora messe sotto silenzio con la violenza. Il popolo adesso ha bisogno di ritrovare una stabilità ma spero che questo non renda vani gli sforzi compiuti per ottenere risposta alle richieste avanzate finora. L’Egitto deve continuare ad impegnarsi per conquistare la democrazia desiderata.


8-      Ultima domanda? Tornerai in Egitto? Che paese speri di trovare quando tornerai?


Considero l’Egitto come una “seconda casa” per tutte le belle emozioni che mi ha lasciato, quindi non potrò fare a meno di tornarci. Spero di trovare un paese che abbia preso coscienza delle proprie potenzialità, che non smetta di lottare per i propri diritti e che sappia costruirsi giorno per giorno senza perdere l’umanità che lo rende così speciale.






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