
Si chiama S100A10 e stando ad una ricerca guidata dal Professor David Weisman del dipartimento di Biochimica e Biologia molecolare della Dalhousie University di Halifax (Canada) sarebbe la proteina responsabile della proliferazione delle cellule tumorali.
Lo studio pubblicato a fine agosto su “Cancer Research” coinvolge i macrofagi, cellule specializzate del nostro sistema immunitario, le quali proprio a causa del recettore del plasminogeno S100A10 possono trasformarsi in nemiche dell’organismo stesso. La proteina, situata sulla superficie delle cellule fagocitarie, si è rivelata essenziale per il reclutamento dei macrofagi nel sito di sviluppo del tumore.
“La proteina agisce come un paio di forbici” – ha detto lo stesso Weisman – “che tagliano il tessuto-barriera attorno al tumore creando un varco per l’ingresso dei macrofagi che vanno a mescolarsi con le cellule malate.” I macrofagi, poi, rilasciano sostanze in grado di stimolare la crescita delle cellule neoplastiche nonché la metastatizzazione.
L’analisi sui topi affetti da carcinoma di Lewis ha dimostrato che gli animali deficitari di S100A10 presentavano tumori notevolmente ridotti rispetto a quelli con normale espressione delle proteina e ha dato anche l’evidenza genetica che S100A10 è richiesta in maniera specifica per la capacità migratoria dei macrofagi.
Questa “forbice molecolare”, come è stata rinominata dagli studiosi, potrebbe dunque essere il punto di svolta nella ricerca contro i tumori. Ad oggi, infatti, non esiste un presidio terapeutico per la cura delle metastasi, che rendono inefficaci le terapie anche chirurgiche e la corsa contro la malattia si gioca sulla prevenzione e, dunque, sul fattore tempo.
Per la ricerca, allora, diviene fondamentale concentrare gli sforzi non solo sullo studio del tumore in sé e cioè delle cellule anomale, ma anche sull’individuazione di quelle altre o di eventuali molecole che ne possano favorire lo sviluppo.
L’orizzonte che si profila, chiaramente, è quello della messa a punto di un farmaco sicuro ed efficace contro questa malattia che rappresenta ancora oggi una sfida molto ardua per il mondo della medicina. La comunità scientifica tende, però, a raffreddare gli animi riguardo alla scoperta: certo è importante ma per riuscire a passare dalla teoria alla pratica dovranno passare ancora degli anni.
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