NOICATTARO: UNA LANDA DECADUTA

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Nell'idillica periferia dell'Italietta, dove siamo in molti ad assistere a un' Odissea di cravatte, un po' sporche di terreno, e tacitamente prestate ai perbenismi d'occasione.

Noicàttaro. Il paese dell'uva regina. Il paese in espansione esponenziale, il paese dello sviluppo edilizio, dell'Expo e della Moda.

Noicàttaro. Il paese dove chi fa politica, seguendo il buon esempio dei Grandi Maestrini, si unisce ad una sporadica oligarchia pre-politica e idealista. E si inserisce nel mondo della propaganda ad personam, dimenticando che il vero politico si prodiga per l'idea e non viceversa. Ignorando che l'onestà dell'uomo in un ruolo coincide con la sua sincera vocazione.

Che "non è un ruolo a rendere grande l'uomo, ma l'uomo a rendere grande un ruolo".

E la vocazione di troppi è quella del denaro.

Languore, alienazione, esasperazione, claustrofobia. Ci sentiamo orfani e randagi, abbandonati a noi stessi. Ci sentiamo cittadini senza città, nauseati dall'ideologia posticcia, dalla deriva astratta, teorica, e religiosa dei partiti e delle strutture associative.

Siamo stanchi di un paese dove l'etica è un valore differenziale: non ha una propria realtà, ma si determina esclusivamente in quanto opposizione violenta all'etica del nemico.

E così assistiamo alla costruzione del popolare "parco degli stupri" -sono in molti a chiamarlo così- e, in egual misura, guardiamo attoniti al campanilismo di una classe conservatrice depressa nei confronti del famigerato Nicola Pende, sempre più in bilico tra gloria e dannazione. E nessuno ha voce in capitolo, su nulla.

Perché i detentori della verità stanno in alto. Perché non c'è una verità che

non sia funzionale all'immagine di chi se ne fa portatore.

In poche parole, non esiste una verità. E tu lettore, libero da ogni condizionamento e veramente cosciente, sei costretto a tacere. Tutto risponde a un sistema di valori

medievale, qui.

Sistema oscurantista, sacerdotale e mercantile, militare e gerarchico. Siamo in un paese dove chi fa comunità sono le piccole mafie, che hanno dei simboli comuni, un linguaggio comune, un sistema semiologico comune, un sentimento che, per quanto talvolta violento e inaccettabile, è veramente comune.

Noi no. Dispersi e martoriati da incomprensibili semiocrazie, che si moltiplicano - che loro moltiplicano- e annientano la nostra capacità di capire la realtà.

Come un antico contadino era ingabbiato nelle litanie latine della celebrazione eucaristica, oggi il cittadino è allo stesso modo -e con gli stessi obiettivi-  imprigionato nei sistemi labirintici di una ir-realtà vecchia e chimerica, sterile e burocratica. Inaccessibile e falsa.

Sostanzialmente monarchica.

La politica degli orfici. Delle parole piene di vuoto, delle tenebre addobbate a festa.

Dovrebbero chiedersi, i nostri "padri", perché noi giovani pigri fuggiamo dalla responsabilità di costruire un mondo migliore, a loro dire. Forse perché ci sembra troppo facile e quasi

comico fare un mondo migliore in abiti gessati e mocassini di platino? Forse perché c'è chi con amore e dolore ha scelto l'umile via della parola, per tentare di cambiare le cose restando nel letame. Forse perché c'è chi crede che le parole non siano sgualdrine di cui abusare nei propri salottini. Forse per questo.