LA CHIESA GAY, UNA LETTERA AL CLERO

MANI

« Quel ripetere "gli ultimi saranno i primi" forse non voleva essere una profezia metafisica. Ieri cantavo i vinti, mentre oggi canto i futuri vincitori: quelli che coltivano la propria diversità con dignità e coraggio. I nomadi, per esempio, e tutti quelli che attraversano i disagi dell'emarginazione senza rinunciare ad assomigliare a se stessi. Sono loro, saranno loro, i vincenti. Perché muovono la Storia. I perdenti sono le persone che più mi affascinano. Per me dietro ogni barbone si nasconde un eroe. È la fuga del branco che ci porta a maturare spiritualmente. Così la solitudine diventa una possibilità di riscatto. È forse la vita, più che una corsa verso la morte, è una fuga dalla nascita»

(Fabrizio De André.)


Difficile, per me, analizzare le ragioni della tremenda valanga omofoba che opprime tutto il Paese, e non solo gli omosessuali. Sia perché vivo personalmente la dissimulata condanna sociale della mia diversità, sia perché mi pare utopico possedere tutti gli elementi che costituiscono la genetica del nostro agire. Ma ci proverò, ponendo lo sguardo su quanto ho toccato con mano.
Non pretendo di essere oggettivo e, sia chiaro, non l’ho mai preteso.

Per qualunque uomo, normalmente, l'incontro con la propria identità scaturisce da un processo imitativo, di auto-affermazione/differenziazione rispetto a modelli chiaramente esposti, offerti dal contesto fisico in cui si trova a vivere.


Per un ragazzino omosessuale, qui in Italia, non è così. Mai.

Egli vive l'età puberale come un periodo di nevrotica sospensione, con tendenze spesso mistiche, esistenzialiste ed ascetiche (non a caso la maggior parte dei miei amici gay, me compreso, volevano diventare preti), e, non avendo punti di riferimento visibili in cui riconoscersi e a cui affidarsi, si auto-evira e sceglie di vivere d'anima per non morire.

L'adolescenza di un omosessuale è negata nel suo fulcro, perché per ogni ragazzino il centro della sua esperienza di vita è la miracolosa scoperta del sesso.

Nel nostro Paese questo problema è aggravato dal fatto che spesso, per un ragazzino omosessuale, la scoperta di sé avviene nel contesto-Chiesa, nelle deontologie passivizzanti di clerico-tarati o nelle omelie ex-machina di falsi Cristi in divisa bianca.
Io, per esempio, col mio passato da cattolico, ho concepito la mia omosessualità nelle parole di S. Paolo e in certi passi della Bibbia, e l'ho subito vissuta come il mio passaporto per l'Inferno.

Un lettore sensibile, non necessariamente omosessuale, può ben capire cosa significhi vivere una simile esperienza da giovanissimi: significa morire, semplicemente.

Bene, dopo essermi suicidato, per ragioni di pura curiosità scientifica, ho cercato di comprendere il perché di tanto odio e rifiuto da parte dell'Istituzione Chiesa, il perché di questa pacifica Shoah.
Perché, si sa, la Chiesa è comunque cambiata in questi ultimi decenni, ha intuito che per non cadere in un pericoloso disuso era necessario un autorinnovamento.
E ha reinventato i suoi dogmi, investendoli spesso di un progressismo senza dubbio finto, ma più modernamente Cristiano, apparentemente etico, moderato e democratico.

La risposta forse è la più ovvia: una grossissima percentuale del clero è gay.

E per rimuovere la frustrazione del suo rinnegarsi si vede patologicamente costretta a condannare l'omosessualità altrui.

Fenomeno probabilmente più presente qui al sud, in cui molte comunità sono ancora vincolate dalle leggi dell'onore e della vergogna.
Anni fa -non troppi- per un figlio c'erano due possibilità: sposarsi, affermando il valore della sua dignità-virilità, o farsi prete. Esse costituivano le uniche due alternative contemplate dal pudore popolare.
E' dunque verosimile che moltissimi omosessuali (perché gli omosessuali c'erano anche prima, non sono un cancro sociale recente, come qualcuno afferma), per salvaguardare la dignità familiare, si siano nascosti dietro una tunica. Atto comprensibile, per me.

Ma non trovo accettabile l'omofobia di questo clero-gay, psicopatia collettiva giustificata e ipocritamente professata come dogmatica adesione a un tabù ormai desueto.
Sarebbe più accettabile una deficienza, forse.
Non è accettabile che voi sacerdoti, vescovi, eccetera eccetera, (non tutti, fortunatamente), voi detentori della via della salvezza, pronunciate, con coscienza di farlo, parole che grondano sangue e macellano le anime dei fragili, la cui unica colpa è affidarsi ingenuamente alla vostra menzogna.
Non è accettabile che siate proprio voi, deboli neo-farisei, a "macchiarvi" dei peccati che così facilmente condannate.
Le vostre parole, per me, sono più gravi delle bombe carta nella gay-street romana, sono più gravi dei triangoli rosa che bollavano gli omosessuali nei campi di concentramento. Le vostre parole sono, oggi, l'alibi di una violenza di cui dovrete render conto al vostro Dio.
Voi siete l'atto fondativo, il mandante implicito dell'omofobia dilagante nel nostro paese. E lo dimostrano i fatti.


Fu quel Cristo che strumentalizzate a dire "gli ultimi saranno i primi": e siete voi i "primi" che ci rendono "ultimi", e dunque salvi.