Omicidio di Torre a Mare: la paura negli occhi dei residenti

assassino in_fuga

 

La paura cambia volto. Da quella per gli scippi, borseggi, furti d’auto e “topi” d’appartamento, si è rapidamente passati a quella per la violenza sulle donne strettamente correlata al crescente aumento del numero di omicidi, i cui casi, lo ricordiamo, rimangono non di rado inabissati nel sommerso. Quanto accaduto a Torre a Mare lo scorso lunedì 11 Novembre deve farci riflettere. Come già ampiamente riportato dalle cronache dei giorni scorsi, nell’interno 6 del centro residenziale «L’Uliveto», situato ai margini della complanare nord sulla SS 16, si consumava l’omicidio di Caterina Susca, 60 anni, probabilmente per un tentativo di rapina finito male. Nwajiobi Donald, 18 anni, nigeriano, ha ammesso di essere l'assassino di Caterina Susca ma, nell’attesa che la magistratura compia il suo corso procedendo alla soluzione del caso, crediamo sia opportuno dare risalto alla domanda di sicurezza sociale dei cittadini.

“Ci sentiamo abbandonati dalle istituzioni - afferma il signor Mario, vistosamente esagitato -, le nostre richieste non possono restare inevase”. Quando gli chiediamo di chiarire ulteriormente il suo pensiero, lui risponde sbracciandosi a più non posso dicendo di non vedere l’ombra di un poliziotto da anni. L’esigenza di una maggior partecipazione di forze dell’ordine sul territorio, in effetti, appare tanto più legittima quanto più si pensa che le uniche pattuglie destinate all’ex marina, peraltro concentrate in zona porto, mostrano la loro presenza in concomitanza dei mesi estivi.

“Non si chiede uno stato di polizia - sostiene Nicoletta -, ma di non sottovalutare un grido d’aiuto che qualcuno ritiene esagerato”. Le chiediamo: “Come crede si possa conciliare quanto da lei auspicato?”. La risposta non si fa attendere: “Ad esempio procedendo alla raccolta dei dati inerenti il sommerso della criminalità, identificando successivamente gli individui della popolazione più a rischio garantendo i servizi minimi”.

L’analisi delle modalità di accadimento dei reati assieme all’identificazione delle zone in cui le vittime subiscono violenza, potrebbe, in effetti, rivelarsi una mossa vincente nell’ambito di un’azione di prevenzione. Tuttavia, poiché la macchina organizzativa è lenta e farraginosa,  il desiderio ineludibile di arginare il problema il prima possibile, deve obbligatoriamente tener conto dei necessari tempi tecnici. Ciononostante, non va  dimenticato che l’esponenziale aumento della criminalità colpisce tutti i cittadini, sebbene a pagarne maggiormente le spese siano spesso le categorie più deboli quali donne e anziani. Dunque, poiché la violenza riguarda la totalità degli individui, appare evidente che la percezione della sicurezza potrebbe risultare diversa da un individuo all’altro. Se, per alcuni, a essere temibile risulta la semplice aggressione verbale o psicologica, per altri sono inconcepibili i gesti di bullismo e gli atti vandalici, mentre la maggioranza degli individui trova assolutamente intollerabile ogni forma di violenza, fisica o sessuale che sia. “Serve una forte presa di posizione - fa presente Maria -, noi donne non ci sentiamo più protette”. Quando cerchiamo di capire in cosa dovrebbe consistere la presa di posizione cui la donna fa riferimento, Maria ci rimanda all’Amministrazione Comunale: “Episodi come quello verificatosi a Torre a Mare vanno evitati, chiediamo garanzie di maggior tutela”.

Sebbene la fotocamera di un telefono cellulare abbia ripreso un uomo dalla carnagione scura uscire dalla villetta numero 6 del centro residenziale «L’Uliveto» il giorno dell’omicidio, nessuno sembra farne un problema di appartenenza etnica. “Non ritengo di essere  razzista - ci spiega Monica -, gli italiani sono peggio degli stranieri, bianco o nero non fa differenza”. Monica si ferma in una breve pausa, poi rafforza il concetto: “Anche se c’è qualcosa che non funziona nell’immigrazione non regolamentata, residente, clandestino o extracomunitario per noi significa poco”. Soggiunge in una smorfia di stizza: “Non cambia mai niente - si lamenta Vito, scuotendo la testa -, le città e i quartieri sono diventati ingovernabili. Al tempo delle elezioni tutti parlano e promettono, poi…”. Affermazioni forti, della gente comune. Comprensibile tuttavia che in un’epoca in cui la cronaca riferisce costantemente di donne uccise nella giungla del bassissimo rispetto per la vita, l’insofferenza e l’intolleranza abbiano raggiunto il loro picco massimo. Secondo alcuni, inoltre, in un paese che ha fatto del buonismo la sua colonna portante, si scopre che gli indagati in procinto di essere condannati sono spesso afflitti da un’infinità di pesanti problemi, il che giustificherebbe l’invocata richiesta di attenuanti e, in casi estremi, la totale assenza di pena. “È il paese dei balocchi - ci dice al riguardo Saverio -, perché si permette tutto questo invece di urlare vergogna?” È opinione diffusa che la generale indolenza porti a trascurare un problema, perlomeno fino a quando non ci interessi personalmente. Nel rammentare che episodi di violenza possono accadere a tutti noi, colpire un amico, un familiare o anche solo un conoscente, sarebbe forse il caso di limitare o escluderne i danni agendo nella prevenzione. Dobbiamo solo chiederci perché si fa poco o niente per intervenire in tal senso quando, invece, con un piccolo sforzo di volontà si potrebbero ottenere grandi risultati.