Lunedì 09 Dicembre 2019
   
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Barriere architettoniche. Cari disabili, per voi non c'è posto

barriere architettoniche

 

Giorni fa eravamo in giro per le vie del paese per sbrigare una serie di commissioni e di faccende, quando, all’improvviso, un’immagine ha colpito la nostra attenzione tanto da meritare di essere immortalata in una foto.

L’immagine di cui stiamo parlando è quella pubblicata qui e possiamo ritenere, a gran voce, che possa commentarsi da sola. Essa, scattata in una zona del nostro centro storico, ha rappresentato lo spunto per una serie di riflessioni ed il punto di partenza per rimettere luce su un argomento che non va mai tralasciato, né dimenticato: quello relativo al rapporto fra disabilità e barriere architettoniche.

Cosa s’intende con l’espressione ‘barriere architettoniche’? Una barriera architettonica è un qualunque elemento costruttivo che impedisce o limita gli spostamenti o la fruizione di servizi; in particolare, a persone diversamente abili con limitata capacità motoria o sensoriale.

Qualunque elemento architettonico (scala, gradino, pendenza eccessiva, spazio ridotto, in questo caso automobile e pianta…) può trasformarsi in barriera. La sua ‘accessibilità’, ovvero la possibilità di essere utilizzata agevolmente ed in condizioni di adeguata sicurezza ed autonomia (D.M. 236/89), dipende sempre dalle caratteristiche personali del singolo soggetto. Non basta, infatti, essere a norma per potersi definire accessibili a tutti. Un elemento che non costituisce barriera architettonica per un individuo, infatti, può essere, invece, di ostacolo per un altro. Ad esempio, una rampa di scale a norma, poiché della pendenza dell’8%, può essere considerata troppo ripida per una persona anziana in carrozzella. Giacché, però, la personalizzazione dell’intervento di superamento della barriera è una soluzione applicabile più all’edilizia privata che a quella pubblica, per limitare al massimo il principio di soggettività e garantire al maggior numero di persone il diritto alla libertà di movimento, sono state definite delle regole e dei parametri comuni.

Il Decreto Ministeriale sopra citato (236/89), oltre al già menzionato concetto di ‘accessibilità, racchiude e spiega, al proprio interno, anche altri due concetti fondamentali: quello di ‘visitabilità’ e quello di ‘adattabilità’. Il primo fa riferimento alla possibilità, per un disabile, di accedere agli spazi di relazione (spazi di soggiorno o pranzo dell'alloggio privato o quelli corrispondenti del luogo di lavoro, servizio ed incontro) e ad almeno ad un servizio igienico di ogni unità immobiliare. In altre parole, la persona può accedere in maniera limitata alla struttura, ma, comunque, le consente ogni tipo di relazione fondamentale.

Il secondo, riguarda la possibilità di modificare, nel tempo, lo spazio costruito, intervenendo, senza costi eccessivi, per rendere fruibile lo stabile, anche e soprattutto da parte di persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale. Un edificio, quindi, si considera ‘adattabile’ quando, con l'esecuzione di lavori differiti, che non modificano né la struttura portante né la rete degli impianti comuni, può essere reso ‘accessibile’.

La normativa che, in Italia, disciplina l'accessibilità e l'abbattimento delle barriere architettoniche è la Legge 13/89, che stabilisce i termini e le modalità in cui deve essere garantita l'accessibilità ai vari ambienti, con particolare attenzione ai luoghi pubblici. Suddetta Legge concede ai cittadini, contributi per l'abbattimento delle barriere architettoniche su immobili privati già esistenti, ove risiedono portatori di menomazioni o limitazioni funzionali permanenti di carattere motorio, oppure soggetti non vedenti.

Il D.M. 236/89 altro non è che il Decreto attuativo della Legge in questione.

Esso stabilisce, per gli edifici e per gli spazi privati, i parametri tecnici e dimensionali utili al raggiungimento del criterio di ‘accessibilità’. Per esempio: le dimensioni minime delle porte, le caratteristiche delle scale, la pendenza delle rampe pedonali, gli spazi necessari alla rotazione di una sedia a rotelle, le dimensioni degli ascensori e le casistiche della loro necessità, le caratteristiche di un servizio igienico accessibile, ed altri ancora.

I requisiti vengono stabiliti in modo differenziato, a seconda della tipologia degli edifici e degli spazi. Ogni nuova costruzione deve, infatti, rispettare tali norme, ed i vecchi edifici devono, invece, essere opportunamente adeguati alla normativa, in caso di ristrutturazione (D.M. 236/89, art. 6).

L’accessibilità degli edifici e degli spazi pubblici, come scuole, uffici, ed ospedali, è disciplinata anche da una serie di ulteriori Decreti e Leggi. In particolare ricordiamo il d.P.R. n. 503 del 24 luglio 1996 che disciplina l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici pubblici, con particolare riferimento all'accessibilità diretta ai servizi; e la Legge n. 104 del 5 febbraio 1992 (Legge Quadro sull'Handicap) nella quale si evince chiaramente che le persone con disabilità in nessun caso possono essere escluse dal godimento di servizi, prestazioni e opportunità ordinariamente goduti da ogni cittadino.

Per quel che attiene, ancora, l’accessibilità a livello urbano (marciapiedi, passaggi pedonali, parcheggi) il testo più aggiornato da considerare è il “Libro Bianco sull’Accessibilità e la Mobilità Urbana, Linee Guida per gli Enti Locali”, realizzato dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali. In riferimento ai parcheggi, ad esempio e vista la contestualità della foto, è fondamentale che la larghezza della zona di sosta sia tale da permettere l'apertura completa della portiera, l'affiancamento dell'auto con la carrozzina e i trasferimenti dell’automobile o della carrozzina. La larghezza minima indicata è pari a 3m. Inoltre, essi devono essere segnalati e facilmente raggiungibili tramite percorsi pedonali. Il problema però è il seguente: quante volte troviamo occupati parcheggi per disabili da auto (in questo caso anche da un altro tipo di ingombro: pianta) di persone che disabili non sono? Davvero tante! E questo accade soprattutto a causa della cultura dominante dell’indifferenza e della scarsa sensibilità verso i problemi altrui.

Il concetto di ‘barriera architettonica’, già da un po’ di anni, è stato superato dalla nozione di ‘conflitto uomo-ambiente’, la quale intende per ‘barriere’, non solo quelle direttamente fisiche e percettive, ma anche quelle comunicative e virtuali (es. siti internet non conformi agli standard di accessibilità).

In caso di inadempienze a tutte queste norme, diverse sono le opportunità per i cittadini: iniziative di pressione diretta nei confronti della Pubblica Amministrazione, di denuncia mediatica, di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, lettera al Sindaco il quale è tenuto a promuovere azioni a tutela e a garanzia del cittadino, e, in ultimo, la possibilità di adire direttamente in sede giudiziale.

Uno strumento valido per la redazione di Piani Pluriennali di abbattimento delle barriere architettoniche è rappresentato dai P.E.B.A (Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche), previsti dall’art. 24 comma 9 della Legge 104/92. Nello specifico, i P.E.B.A. rappresentano uno strumento meta-progettuale, necessario per avviare procedure coordinate all’esecuzione di interventi di attenuazione dei conflitti uomo-ambiente. Essi sono quindi il preludio, la base, sulla quale iniziare tutte quelle azioni di “design urbano” che mirano ad interventi più o meno dedicati.

Il P.E.B.A. ha come obiettivo generale, quello di produrre conoscenza al fine di poter iniziare, concretamente, le azioni di progettazione necessarie all’innalzamento della qualità della rete di servizi, tempi e occasioni fornite dalla città/paese, partendo dalle esigenze di chi maggiormente richiede attenzioni. È, quindi, uno strumento, trasversale, di analisi e verifica, valido per alfabetizzare, utenti e gestori della città/paese ad una cultura dell’accessibilità.

Commenti 

 
#3 Reader 2013-12-08 13:30
@Maria Rossi: le soluzioni di cui parla dovrebbero essere a conoscenza e, di seguito portate a compimento, dalle autorità competenti, non da chi, giustamente e nella maniera più opportuna, si limita a sollevare la questione proprio per far sì che azioni mirate in tal senso possano essere compiute!
 
 
#2 MARIA ROSSI 2013-12-07 14:15
GRAZIE PER LE INFORMAZIONI INTERESSANTI,MA LE SOLUZIONI DOVE SONO?
 
 
#1 pinco pallino 2013-12-06 10:36
vogliamo parlare di tutti gli scivoli dei marciapiedi sempre occupati da auto parcheggiate in divieto di sosta? I nostri cari vigili urbani putroppo girano a vuoto!!!!
 

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