SPEAK OUT AGAINST DISCRIMINATION

By_Anniki_Leppik




Il Consiglio d'Europa (CoE), in occasione delle celebrazioni per il 60° dalla sua istituzione, è promotore della campagna "Speak out against dicrimination", campagna legata ad un'altra iniziativa, il "Forum delle Città interculturali": 11 città in Europa nominate interculturali per antonomasia. L'Italia è rappresentata da Reggio Emilia. Ospitando il Forum, lo scorso 11 dicembre,  Bari si è candidata a far parte della rete delle città interculturali. Nei due giorni precedenti all'evento Bari ha ospitato anche la prima iniziaiva ("Speak out against discrimination") tesa a promuovere il lavoro di un ristretto numero di giornalisti scelti tramite selezione precedente. I giornalisti hanno indagato la questione dell'immigrazione della città di Bari da diversi punti di vista per conto del magazine europeo Orange. Con il loro contributo i giovani giornalisti, oltre ad aver dato materiale utile ai rappresentanti del CoE per valutare la candidatura della città di Bari, hanno permesso l'assolvimento di uno degli obiettivi del CoE: indagare il ruolo ed il coinvolgimento dei media locali nei temi dell'immigrazione a livello micro.
Durante l'evento dell' 11 dicembre sono stati presentati appunto i reportage dei giornalisti coinvolti. Fra questi anche Anna Franca Didonna di Noicattaroweb.

Qui vi presentiamo il suo discorso scritto a quattro mani con la collega Anniki Leppik e tenuto dinanzi al consiglio regionale della Regione Puglia.



Quello che si intende indagare in questa sede è il tipico concetto italiano di “seconda accoglienza”, ancor più interessante se si considera che esclusivamente in Italia si è coniata tale espressione per esprimerlo.
Inoltre, si dedicherà attenzione a un caso pratico di “seconda accoglienza”, o di degenerazione della stessa, ovverosia il caso del Ferrhotel occupato.
Abbiamo iniziato la nostra indagine dal C.A.R.A., Centro Accoglienza Richiederti Asilo, ovverosia dal luogo che rappresenta per antonomasia la “prima accoglienza”. Infatti, è qui che gli immigrati che manifestano la volontà di richiedere asilo vengono ospitati, per un massimo di sei mesi, in attesa di avere il riconoscimento richiesto. Al momento ci sono 368 ospiti, ma ne sono passati 5094 dalle più disparate provenienze. Le più frequenti sono Eritrea, Nigeria, Tunisia ma soprattutto Somalia, come Abderrahim: 25 anni, in attesa dello status di rifugiato,  da sette mesi in Italia, dove è intenzionato a restare, metter su casa e ottenere un lavoro.
Ma è fuori dal C.A.R.A. che il problema giunge al sodo: secondo la legislazione internazionale, infatti, il rifugiato è detentore di una serie di diritti che prevedono, tra l’altro, un alloggio e un minimo sostentamento mensile che viene a cessare nel momento in cui si trova un lavoro. Questo è il nucleo della “seconda accoglienza”, come già detto espressione inesistente nel resto dei Paesi europei. Ed è proprio in questo passaggio che si regista un gap, un vuoto di implementazione.
Nonostante la rete SPRAR offra delle soluzioni abitative e ci siano numerose organizzazioni impegnate nel tentare di garantire i diritti di cui prima, ciò non è sufficiente a coprire il fabbisogno.  L’argomento richiederebbe un’analisi puntuale e molto probabilmente infinita, ma possiamo sicuramente citare una delle ragioni profonde di gap di diritti: la mancanza di un quadro legislativo, italiano, che dia delle direttive concrete su come assicurare e far assicurare sussidiariamente tale nucleo di diritti da parte di Regioni, Province e Comuni ai rifugiati. Motivo per cui l’Italia si rifà al quadro legislativo europeo, di certo più generico di quanto possa esserlo uno nazionale. Del resto, i rifugiati riconosciuti in Italia possono godere dello status di rifugiato, per effetto degli accordi di Dublino, solo ed esclusivamente in Italia. Il cerchio, dunque, si stringe.
Effetto drammatico e mediaticamente interessante di questa situazione è stata l’occupazione del Ferrhotel di Bari: palazzina di proprietà di Trenitalia, disabitata fino allo scorso ottobre, quando è stata occupata da un gruppo di 40 somali sostenuti dalla lega antirazzista e che continua tuttora. Da qualche settimana, nonostante l’intricatissima vicenda amministrativa, è stata concesso l’allacciamento all’acqua pubblica ma persiste la mancanza di elettricità e di certificato di agibilità.
È qui che abbiamo incontrato ad esempio Husayn, 32 anni, da sei mesi in Italia, i primi tre passati nel C.A.R.A., il resto per le strade prima, nel ferrhotel poi.
Ciò che più ci interessa far rilevare, però, sono i due effetti collaterali che iniziano a svilupparsi. Primo, il coinvolgimento dei media nel caso: da semplice ruolo di watchdog, di testimone e riflettore di notizie, i media in questo caso, anzi, un ristretto numero di media locali, ha avuto anche un ruolo “sostenitore” nell’occupazione.
Secondo, “la guerra tra poveri”: il Ferrhotel è occupato solo ed esclusivamente da 40 somali. Non ci sarebbe posto per nessun’altro ma anche se ci fosse, secondo le testimonianze raccolte, non verrebbero ospitati rifugiati da altre nazioni. Sicuramente al momento è fatto per evitare che l’occupazione diventi ingestibile e dunque inutile, ma è importante evitare che si generino contrasti tra le varie comunità di immigrati.
È quello che emerso, ad esempio, incontrando due uomini eritrei che passano la notte proprio davanti al Ferhotel, per strada.
A margine aggiungiamo anche le impressioni raccolte durante questo “viaggio attraverso l’immigrazione a Bari”: nella città sembrano non esserci affatto gravi problemi di razzismo, ma è interessante notare come le varie comunità di immigrati sembrino non collaborare tra loro, al contrario preferisco agire individualmente.
Concludiamo il nostro reportage con una domanda ad hoc per le istituzioni qui rappresentate: come può reagire Bari? Domanda che però sarebbe più precisa chiedendosi cosa l’Italia, prima di tutto, può fare. Ma concludiamo anche con una nota positiva: la grande affezione degli immigrati incontrati nei confronti dei cittadini baresi, al punto di dichiarare di avere relazioni più strette con i semplici cittadini che con istituzioni create appositamente per loro.  

Anna Franca Didonna e
Anniki Leppik