Fitofarmaci in campagna: quanto veleno sprigiona il tuo grappolo?

Noicattaro. Trattamento fitofarmaci

 

Poiché risulta abbastanza intuitivo associare il termine “pesticidi” a malattie di ogni genere, non si comprende perché i prodotti ascrivibili a tale categoria continuino a essere utilizzati in agricoltura in modo massivo. È vero che senza il ricorso a diserbanti e fitosanitari le colture correrebbero il serio rischio di essere distrutte da malattie e infestazioni, ma è altrettanto vero che gli altri metodi di lotta - quali la biologica, la biodinamica e l’integrata - vengono inspiegabilmente utilizzati in modo marginale. Da tempo l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (European Foof Safety Autorithy: EFSA) si preoccupa di limitare i rischi per la salute umana mediante regolamentazioni opportune, a riprova di come i prodotti fitosanitari debbano essere utilizzati con molta attenzione e parsimonia. Talora, fortunatamente, le sole misure di lotta attuabili sono di tipo profilattico. Nel “Mal dell’esca” ad esempio - chiarito che il termine non sta a indicare qualcosa di poco appetibile per i pesci, ma una sindrome della vite dovuta all’azione di diversi funghi che ne attaccano il legno provocando danni economici importanti - è necessario controllare frequentemente lo stato di salute delle piante eliminando i casi infetti. Non così, ahimè, per la peronospora della stessa vite (plasmopara viticola l’oomicete responsabile) dove si gestisce ancora l’uso del rame (poltiglia bordolese, solfato di rame in purezza, ossicloruro di rame e calcio, ecc.) a dispetto della concorrenza di agrofarmaci sistemici, citotropici o translaminari che attuano la difesa dall’interno del vegetale.

E noi? Che rischi corriamo? Siamo ciò che mangiamo, affermava Ippocrate già nel 460 a.C. e, dunque, il timore che nel nostro DNA compaia una mescolanza di principi attivi proveniente dall’uso indiscriminato dei diversi anticrittogamici, diviene davvero reale. Nonostante le numerose rassicurazioni sulla tollerabilità delle concentrazioni di prodotto utilizzato qualora si rispetti il tempo di carenza - tempo che deve trascorrere tra il trattamento e la commercializzazione, dipendente dalla persistenza del fitofarmaco in questione prima che venga poi dilavato - noi di quella colorazione bluastra osservabile sugli acini d’uva al momento dell’acquisto proprio non ci fidiamo. Pur sottoponendo i grappoli a ripetuti e accurati lavaggi, infatti, vana resta l’illusione di aver allontanato ogni residuo di prodotto cuprico, perlomeno quello visibile. Resta tuttavia l’illusione dell’assenza del rame che c’è, seppur impossibile da distinguere: occhio non vede, cuore non duole, si sa. E così, più o meno consapevolmente, ingeriamo con la massima indolenza una probabile quantità di veleno a ogni acino ingurgitato. Evidentemente, dal momento che non siamo quello che mangiamo, la massima precedente perde completamente di consistenza e di attendibilità.

“Senza i trattamenti non si raccoglierebbe nulla” lamentano diversi agricoltori, come se l’affermazione fosse di per sé in grado di giustificare un comportamento a dir poco dissennato. I consumatori per contro, mal disposti verso logiche di mercato squisitamente monetarie, si affannano non poco per rivendicare i loro salutistici diritti. In un contesto come quello attuale dove per l’imprenditore agricolo vige l’imperativo della massimizzazione del profitto, poco importa quali siano i mezzi utilizzati per ottimizzare le rese. Ad esclusivo beneficio degli animi inquieti, tuttavia, ricordiamo che il comune di Noicattaro ha appena terminato di redigere il Regolamento sull’uso dei fitofarmaci in agricoltura, documento che attende solo di essere approvato in consiglio comunale. Alla luce di quanto finora detto, sarebbe forse il caso di valorizzare ancor di più il rapporto che si instaura fra l’essere umano e una corretta alimentazione, visto che una buona parte del benessere psico-fisico passa appunto per il cavo orale, sia sotto forma di cibi solidi che liquidi. Secondo statistiche recenti, poiché l’agricoltura biologica sembrerebbe conquistare sempre più spazio sulle tavole italiane ed europee, non si comprende perché noi dobbiamo sembra essere l’ultima ruota del carro, adottando un certo modo di fare obtorto collo solo quando ampiamente diffuso o quando espressamente imposto. Quello che forse in questo paese ancora manca, è lo sviluppo di politiche agricole atte a sostenere e a incentivare adeguatamente i piccoli e medi viticoltori desiderosi di ridurre progressivamente l’impiego dei fitofarmaci, trascendendo da sciatte logiche di mercato. Nel chiedere all’amministrazione comunale uno sforzo in tal senso, ricordiamo che prevenire i danni sulla salute è molto meglio che curarli e, d’altra parte, a ben rammentarcelo interviene una seconda massima del già citato Ippocrate: “Il cibo sia la tua medicina e la medicina non sia il tuo cibo”.