Domenica 09 Agosto 2020
   
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IL "MESTIERE" DI ESSERE PARROCO

DON_TINO


- Parte I -

( Nella foto Don Tino con alcune sue amiche)

Raccontare la propria esperienza di parroco, dopo che è passato un certo tempo, porta con sé inevitabilmente delle difficoltà nell’esprimere emozioni con una certa oggettività e nel cercare di recuperare nella memoria personale quanto più materiale è possibile. Sono diventato parroco della comunità parrocchiale S. Maria del Carmine in Noicattaro il 1 Novembre 1993. Devo dire subito che quella era la mia prima esperienza di trasferimento da vicario parrocchiale; avevo trent’anni e sei anni di sacerdozio. Ho insegnato religione nella scuola pubblica e contemporaneamente ho servito la Chiesa particolare di Bari-Bitonto e la Regione Puglia da assistente di ACR.

Continuo tutt’oggi ad insegnare nell’Istituto di Scienze Religiose di Bari Teologia pastorale e Teologia dei ministeri laicali e Teologia spirituale. In questi anni ho acquisito un’esperienza pastorale, unita alla riflessione teologica, che mi ha portato ad avere una visione di Chiesa molto ampia, una Chiesa che, sollecitata dal Concilio, deve necessariamente ritrovarsi nella dimensione della comunionalità e della ministerialità. Difatti l’esigenza del coinvolgimento dei laici è stata sempre la mia più profonda convinzione, sia in parrocchia sia nell’azione cattolica diocesana: quando li vedo partecipare attivamente nei vari appuntamenti provo una grande gioia e mi accordo di come la Chiesa allarga gli orizzonti dell’evangelizzazione e della promozione umana.

Questa esperienza mi ha molto arricchito e mi ha aiutato ad operare alcune scelte progettuali significative nella vita parrocchiale, come la formazione degli operatori pastorali dell’iniziazione cristiana, della caritas, della liturgia; la formazione dei gruppi con un cammino di fede sistematico; le scuole di base, i campiscuola, i convegni diocesani e nazionali. T

Tutto questo mondo con il suo spessore umano e spirituale l’ho portato nella vita della parrocchia. Uno dei punti nodali che ho recuperato dal vissuto e che mi è sembrato di porre a fondamento del mio ministero è stato il considerare la vita presbiterale come servizio all’uomo nella Chiesa. Per questo sono stato attento a non lasciarmi trascinare da una visione di Chiesa ‘ingessata’ e ho cercato di mettere in gioco la mia vita in ogni fatica pastorale, spendendo al massimo le mie energie. Inoltre mi colpiva la constatazione che le linee di lavoro diocesane, per quanto condivise, difficilmente erano interpretate e attuate. Così a partire dal primo anno, ho cercato di conoscere innanzitutto il territorio della parrocchia, la gente e i suoi problemi, i bisogni, le risorse.

La parrocchia S. Maria del Carmine è situata tra la zona a ridosso del centro storico e quella periferica in espansione. Quindi si trovano a convivere in essa la dimensione delle tradizioni popolari e insieme la mentalità dei nuovi nuclei familiari. La composizione sociale della parrocchia è sostanzialmente attestata sulle seguenti categorie di persone: una fascia  piuttosto estesa di anziani e di ultracinquantenni; un numero abbastanza elevato di giovani e di bambini per la nota tendenza ad espellere nelle periferie i nuovi nuclei familiari; esigua presenza di soggetti, minori e non, inseriti nel fenomeno della devianza minorile e della microcriminalità in genere; alcune famiglie disagiate,con problemi economici e morali; presenza di immigrati non sempre integrati; famiglie che mirano solo all’arricchimento economico a discapito di quello culturale e morale con il conseguente abbandono dell’impegno educativo verso i minori.

La comunità parrocchiale non era abituata ad avere una mentalità progettuale poiché la pastorale era impostata sulla sacramentalizzazione e sulla religiosità popolare. Ho trovato molta difficoltà nel far comprendere l’importanza della programmazione in ogni ambito parrocchiale, ma con tenacia e persuasione sono riuscito a trasmettere in tutti gli operatori pastorali l’utilità di questo metodo.

Infatti, prima di progettare il cammino comunitario ho cercato di comunicare lo stile che deve caratterizzare ogni comunità cristiana, quello della sinodalità, poiché sono convinto che “fare insieme il cammino” deve diventare forma esistenziale della Chiesa da parte di tutti i ministeri e le componenti ecclesiali: non ci può essere vera spiritualità di comunione a tutti i livelli se non si assume il compito dell’ “insieme per camminare”, ciascuno nel grado di fede e di responsabilità ecclesiale in cui l’ha voluto il Signore.


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