Mercoledì 13 Novembre 2019
   
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Antonella Agnoli: "Biblioteche più sociali, per le persone"

Noicattaro. Antonella Agnoli

 

Riceviamo e pubblichiamo l’intervista ad Antonella Agnoli realizzata da Massimo Guastella. Antonella Agnoli fa parte del CdA dell’Istituzione Biblioteche di Bologna. Ha concepito la Biblioteca San Giovanni di Pesaro e collaborato al progetto scientifico-culturale di numerose biblioteche italiane. Lavora con architetti ed enti locali per la progettazione di spazi e servizi bibliotecari e per la formazione del personale. È autrice di Caro Sindaco, parliamo di biblioteche (Editrice Bibliografica, 2011), Le piazze del sapere (Laterza, 2009) e La biblioteca per ragazzi (AIB, 1999). Buona lettura.

 

Uno dei suoi libri si intitola Piazze del sapere, definizione che lei preferisce al termine “biblioteca”. Ci sono diverse tipologie di biblioteche: di conservazione, di pubblica lettura, alcune ispirate ai supermercati e  altre che inglobano in sé modelli più attinenti alle librerie (ad esempio copiando gli store della Feltrinelli);  in questo mare magnum può aiutarci brevemente a capire le differenze e lutilità sociale di questi luoghi.

Biblioteche di pubblica lettura e biblioteche di conservazione sono servizi diversi. La prima è un’istituzione nata nel XIX secolo, soprattutto nei paesi di tradizione protestante, e rispecchia una certa idea della costruzione dello stato nazionale e della democrazia. È stata creata perché razionalità, libertà e democrazia richiedono che l’educazione sia il più possibile diffusa. È stata creata per alfabetizzare il 100% della popolazione, in Italia essa non è mai diventata un servizio indispensabile per ogni comune, è rimasta un optional affidato alla buona volontà e alla lungimiranza della singola amministrazione. Le nostre classi dirigenti, i nostri intellettuali hanno sempre pensato che la biblioteca fosse un deposito di libri necessario per il prestigio della città ma irrilevante ai fini pratici. Oggi con le nuove tecnologie è plausibile che tutti i libri del mondo possano essere consultati online (sono già milioni i libri digitalizzati disponibili in rete) e le biblioteche di conservazione si trasformeranno in musei del libro.

Oggi abbiamo più che mai bisogno di biblioteche più sociali, ma come devono essere?

- aperte quando le persone possono andarci, offrendo anche a chi lavora tutto il giorno la possibilità di utilizzarla la sera o nei fine settimana, quindi orari non modellati solo sulle esigenze dei dipendenti;          

- per tutti soprattutto per quelle persone che hanno meno strumenti culturali e economici;

- che aiutano a aumentare il capitale sociale delle singole persone e della collettività, attraverso tutte quelle pratiche positive che uniscono la comunità e rendono migliore la vita sociale di ciascuno;

- dove trovare tutte le informazioni utili per il cittadino (turistiche, informazioni, urp, ecc.);

- dove imparare ad accedere alle nuove tecnologie (combattere l’analfabetismo informatico, avvicinare all’uso degli ebook, dei social network, ecc.);

- capaci di ridare dignità allo studio e alla lettura, valori distrutti, soprattutto tra i giovani, da modelli di successo televisivo, sportivo o commerciale.

 

Nel suo ultimo libro La biblioteca che vorrei, la seconda parte è intitolata “Più spazio per le persone, meno per i libri”. Quando, tuttavia, si parla di biblioteca si pensa subito ai libri; crede quindi che non si possa più continuare a pensare in questo modo?

Nel nostro paese il 53% della popolazione non legge nemmeno un libro all'anno, le persone che frequentano le biblioteche non supera il 9-10% con punte del 4-5% nel sud.

Come pensiamo di avvicinare chi non legge, che usa solo lo smartphone, gli adolescenti che ritengono la lettura poco trendy e tutte quelle persone che pensano che la biblioteca sia un luogo solo per studenti e studiosi? 

A questi elementi dobbiamo aggiungere:

- l'impoverimento delle classi medie, probabilmente è all'interno di queste famiglie che troviamo quel 47% che legge e che oggi spesso non si può permettere l'acquisto di un libro alla settimana e forse nemmeno un abbonamento alla banda larga;

- la presenza di quasi un 54% di analfabeti informatici (soprattutto anziani);

- di analfabeti informativi: persone che sanno usare internet ma non sono in grado di fare una ricerca e soprattutto di riconoscere i contenuti validi da quelli spazzatura;

- il 70% di analfabeti funzionali, ne parla spesso Tullio De Mauro, tutte quelle persone che non sono in grado di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana. Gli analfabeti funzionali, a differenza degli analfabeti tout court, che non sono in grado di leggere o scrivere, sono persone che hanno una padronanza di base dell’alfabetizzazione (leggere e scrivere testi nella sua lingua nativa), non sono in grado di esercitare i loro diritti di cittadini e operare in modo efficace nella vita quotidiana. Non sono in grado di riempire una domanda d’impiego, capire un contratto legalmente vincolante, seguire istruzioni scritte come per esempio i "bugiardini" dei medicinali, leggere un articolo di giornale, leggere i segnali stradali, consultare un dizionario o comprendere l’orario di un autobus. L’analfabetismo funzionale limita gravemente anche l’interazione con le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ad es. usare un personal computer per lavorare efficientemente con un’applicazione per la videoscrittura, la navigazione web, i fogli di calcolo, o con un telefono cellulare). 

È a tutte queste persone che la biblioteca deve spalancare le porte, organizzare servizi e attività.

 

Che ricordo ha della biblioteca di Noicàttaro? Un capitolo del libro Le piazze del sapere  si intitola “Il dio delle piccole cose”: qual è il suo significato?

La ricordo come un luogo amato dalle persone che la frequentano, con tanti giovani che avrebbero voglia di occuparsene. L'edificio ha molte potenzialità ma va assolutamente riorganizzato, vanno ripensati i servizi, gli accessi, gli orari.

Il dio delle piccole cose, titolo che ho preso in prestito dal bel libro della scrittrice indiana Arundaty Roy, sta a significare l'attenzione ai particolari, al prendersi cura dei beni comuni, l'attenzione al bello, al modo in cui le persone vivono gli spazi, gli orari. Troppo spesso i luoghi pubblici sono poco curati, anonimi, con illuminazioni e arredi non adatti, segnaletica insensata, pieni di divieti e cartelli assurdi, accessi non a norma, nessuna attenzione per i diversi pubblici (bambini, mamme che arrivano con le carrozzine, anziani, ecc.). Questo è il significato del capito de Le piazze del sapere dedicato al "dio delle piccole cose".

 

Veniamo ad un punto molto scottante: il personale. Attualmente, soprattutto nei piccoli centri, nelle biblioteche vengono “parcheggiati” impiegati che non hanno alcuna competenza in fatto di biblioteche. Il personale di una biblioteca di pubblica lettura quali caratteristiche deve avere?

Il problema del personale è assolutamente centrale, possiamo avere la biblioteca più bella d'Italia ma se chi ci lavora non è in grado di interpretarne la missione non andiamo da nessuna parte. Purtroppo oggi nelle nostre biblioteche  abbiamo personale vecchio e demotivato, spesso collocato in biblioteca senza nessun ragionamento se può essere utile e adatto ad un servizio che oggi ha una rilevanza sociale così importante. Persone trasferite dalla mensa, dall'anagrafe, ecc. senza che si pensi di far fare loro un corso di formazione, persone con disturbi fisici o psichici, ecc. Nei 17 punti irrinunciabili del libro Le piazze del sapere al punto 11 scrivo “chi non  è anticonformista, creativo e audace non ha posto nella biblioteca di domani; meglio ignorare i tradizionali profili professionali a vantaggio di nuove figure che provengano da ambiti differenti e con competenze modellate sui bisogni di un centro di incontro fra i cittadini, un centro di iniziative culturali, un luogo attivo sul territorio”.

 

Sempre in La biblioteca che vorrei lei scrive: “Un nuovo edificio, o anche un semplice restyling, richiedono un progetto culturale-scientifico, definizione che preferisco a quella correntemente usata di ‘progetto biblioteconomico’, perché questultima non è più sufficiente a indirizzare correttamente levoluzione dei servizi di una biblioteca del futuro (ricordiamoci che le biblioteche sono fatte per durare). La prima tappa sarà analizzare in modo lucido e preciso la vecchia biblioteca, i suoi servizi, il funzionamento quotidiano, il budget, la dotazione di personale, la frequentazione. Contemporaneamente, sarà necessario compiere unanalisi del territorio e dellimpatto della biblioteca sulla comunità, valutando i pubblici attuali e potenziali. Gli strumenti per questo lavoro sono questionari, indagini sul campo, processi partecipativi. Fin da ora è necessario individuare i possibili partner della biblioteca sul territorio, sia nel senso dei servizi culturali (musei, teatri ecc.) con cui essa potrebbe integrarsi, sia nel senso delle associazioni e degli stakeholders da coinvolgere”. Chi sono i fruitori delle nuove biblioteche? Quando, altrove, parla di neutralità di questo servizio, cosa intende?

Oggi i fruitori dovrebbero essere tutti i cittadini, indipendentemente dall’età, dalle origino sociali, culturali e religiose. Siamo veramente convinti che la biblioteca di Noicattaro sia in grado di accogliere, senza barriere fisiche e psicologiche tutti i suoi cittadini? La biblioteca a differenza di tutti gli altri servizi pubblici si caratterizza per essere un luogo di base, trasversale, di eguaglianza e neutro. Per neutralità si intende “un luogo non connotato per l’appartenenza a una persona o a un gruppo di persone, a un’associazione, a un’organizzazione politica o religiosa. Per quanto «ecumenica», una parrocchia resta pur sempre una parrocchia, e un Rotary club un Rotary club; al contrario, una birreria o un caffè in piazza sono aperti a tutti” (da Le piazze del sapere, Laterza, Roma-Bari (2009), p. 78)

 

Può lasciarci unultima considerazione relativa al silenzio, agli orari e alle trasformazioni cui vanno incontro questi luoghi, che sono luoghi comuni, non in unaccezione negativa ma, come fa notare giustamente Remo Bodei, vissuti da tutti, piazze, luoghi fisici dove possiamo scambiare idee.

Nel rumore di fondo delle nostre città la biblioteca rimane un luogo dove regna la calma e l’ordine. Ogni giorno siamo bombardati dalle informazioni: la biblioteca può aiutarci nel distacco, nella riflessione su questa valanga che ci travolge. La biblioteca, affermava l’architetto Pierre Riboulet, dev’essere “un luogo chiuso aperto sul mondo” e i suoi spazi “dei luoghi di silenzio dove però non si è soli”. Ma sono anche  luoghi di convivialità e di conversazione La biblioteca deve prendere atto delle trasformazioni socioculturali e devono essere concepite per pubblici molto diversi (immigrati, pensionati, casalinghe, disoccupati), per questo devono offrire materiali differenti (non solo libri ma anche musica, film, videogiochi, ecc.) In biblioteca devono essere presenti tutte le nuove tecnologie, ci devono essere spazi per lo studio ma soprattutto per la convivialità, per fare cose insieme (corsi di tutti i tipi, gruppi lettura, incontri, piccole performance, laboratori per la creatività giovanile, ecc.).

Dobbiamo essere consapevoli che oggi in biblioteca non si va solo per studiare o per prendere a prestito un libro o un film, ma anche fare un corso di cucito, di tango o per incontrare gli amici e magari scambiare quattro chiacchiere con uno sconosciuto in uno spazio gratuito e lontano dalle pressioni commerciali.

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