L’annata dell’uva, tra embargo russo e peronospora

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“Chi ben comincia è a metà dell’opera”, recita il proverbio. Ma l’incipit del mercato dell’uva nostrana è stato tutto tranne che positivo, ed ogni giorno che passa sembra arrivare una notizia negativa in più ad ingigantire il già mastodontico fardello sulle ali delle nostre imprese. Insomma, forse sarebbe meglio dire “piove sul bagnato”, per riassumere in un detto popolare quel che sta succedendo.

Piove, eccome se piove: due alluvioni a martoriare il raccolto, maltempo per la quasi totalità delle giornate di Luglio, a volte condito dalla grandine, a rincarare la dose di una pillola già amara da inghiottire. Ed oltre agli effetti diretti degli acquazzoni, si sono aggiunti quelli indiretti e quindi i problemi legati all’integrità del prodotto: ecco la sciagura della peronospora, di cui abbiamo abbondantemente parlato, a martoriare una buona percentuale dei grappoli.

Tutto qui? Assolutamente no: ed ecco che la crisi in Ucraina, finora vista da lontano dai nostri occhi, bussa alla nostra porta in seguito alle sanzioni di Unione Europea e Stati Uniti nei confronti della Federazione Russa. Questo, in seguito alla reazione di Putin alle scelte di queste due superpotenze mondiali: “Occhio per occhio, dente per dente”, ed ecco che le sanzioni agiscono anche sui nostri incolpevoli commercianti con il cosiddetto “embargo russo”. In sostanza, nessun prodotto ortofrutticolo (nonché carne, pesce e latticini) potrà essere esportato in Russia dai Paesi membri dell’Unione Europea, e quindi anche dall’Italia: immaginate le conseguenze per i nostri commercianti, che in Mosca aveva trovato un ottimo sbocco per una crescente porzione dei prodotti in uscita.

Noicattaro. Giacomo Saponaro (Sapor Fruit Srl)

Ma non ci limitiamo ad immaginare, infatti abbiamo interpellato alcuni rappresentanti locali del settore ortofrutticolo locale per affrontare al meglio i temi sfiorati sopra: Vito Lamascese, presidente dell’OP Puglia Viva, Giacomo Saponaro della Sapor Fruit Srl, ed Enzo D’Aprile dell’Ortocoop Srl. In primis, abbiamo analizzato gli effetti del blocco russo, sia diretti che indiretti, sui nostri produttori ed esportatori.

“Anche se la Russia nel nostro caso rappresenta un mercato marginale, gli effetti di certo ci hanno comunque colpito: i prodotti infatti diretti originariamente lì hanno contribuito a saturare il mercato europeo, già penalizzato dalla riduzione dei consumi, con un ulteriore effetto al ribasso sui prezzi”, secondo Lamascese e con identici pareri per gli altri due intervistati. “Dopo il veto russo si è arrivati ad una riduzione fino al 30% della nostra quantità di lavoro legata all’esportazione”, secondo Saponaro, in “un’annata tremenda di cui la mossa della Russia ha rappresentato il degno coronamento” per D’Aprile.

Noicattaro. Enzo D'Aprile (Ortocoop Srl)

Parere comune è che comunque, anche senza questo ulteriore macigno, la situazione non sarebbe stata, più di tanto, migliore: maltempo e grandine, con le conseguenze di peronospora e oidio, sono state la causa di un abbattimento della quantità di prodotto immettibile sul mercato, oltre che al complicarsi della maturazione del frutto, sia in termine di colorazione che di tasso zuccherino, che ne ha risentito in termini di gusto.

Saponaro: “Il sapore della nostra uva non è pari a quello degli ultimi anni, i costi intanto aumentano mentre i prezzi del mercato tendono al ribasso. Non dimentichiamoci che oltre ad essere commercianti siamo anche produttori, e buona parte di questi li ho visti scoraggiati, martoriati da una situazione in continuo peggioramento, in molti sono sul punto di finirla con questo mestiere”.

Noicattaro. Vito Lamascese (OP Puglia Viva)

Lamascese: “La peronospora ho compromesso la situazione, ma fortunatamente nel nostro caso, essendo in 40 produttori, si è riusciti ad attutire almeno un po’ il danno che altrimenti sarebbe stato ingente, considerando anche che una buona percentuale del nostro prodotto è sotto serra; inevitabilmente i costi lievitano e la qualità ne risente”.

D’Aprile: “Una sciagurata combinazione fra minori consumi in tutta Europa, qualità minore per l’attacco delle malattie fungine e relativi costi hanno portato a prezzi che non permettono la commercializzazione della merce: se considerate che un produttore sopporta costi per una media di circa 40 centesimi al kilogrammo, e nel frattempo il prezzo di partenza tocca ribassi intorno al 20%, è facile constatare che in molti rimangono fermi. E intanto il rischio di vedere l’uva andare a male aumenta giorno dopo giorno, ed il minore margine tra prezzi di acquisto e vendita per noi commercianti rende un’eventuale perdita del prodotto una batosta ben più grave rispetto al passato”.

Per quanto riguarda le uve seedless (senza semi), una crescente richiesta all’Estero, insieme ad alcuni problemi nella produzione in altri Paesi leader come la Spagna,  hanno attutito gli effetti negativi sopra elencati; va anche detto che però la confusione regna sovrana riguardo le varietà, che aumentano a dismisura mischiando le carte in tavola per i consumatori, che quindi difficilmente si fidelizzano ad una sola tipologia, e per i produttori, che non riescono a prevedere su quale varietà puntare in futuro e quindi in una corretta valutazione di rischi e benefici.

Un tema caldo rimane comunque la crescente concorrenza internazionale e lo strapotere della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), che rende nulla la contrattazione ed un punto di incontro fra acquirente e venditore. “La GDO ha penalizzato fortemente i nostri mercati, con prezzi costantemente al ribasso e difficilmente trattabili; in tempi di crisi l’unico pensiero per loro è la promozione, il pricing modesto, mentre la qualità finisce in secondo piano: basti pensare alle varietà che in buona parte dei casi non vengono nemmeno segnalate sugli scaffali, con la distinzione che si ferma tra uva bianca e uva nera”, come affermato da Saponaro e D’Aprile.

Ma è possibile reagire ad una situazione che sta trascinando in molti verso il baratro?

D’Aprile: “La frammentazione di commercianti e produttori non aiuta in questa situazione, ma il tutto mi sembra una conseguenza anche delle tipologie di strategie scelte: c’è chi sta alla mercé delle richieste della GDO puntando su un lavoro di quantità, a volte anche andandoci a rimettere pur di rimanere in un giro in cui le barriere all’entrata sono enormi, e chi invece punta sulla flessibilità, aspettando l’affare nell’acquisto in campagna e cercando un maggior margine nella vendita, seppur sporadica. Con due approcci così opposti la cooperazione diventa difficile da raggiungere, e per il futuro due sembrano essere le vie: o si cade a furia dei prezzi al ribasso della grande distribuzione, o chi ne resta fuori non riesce più a piazzare il prodotto con il giusto margine per andare avanti”.

Saponaro: “Il mio appello è rivolto a tutti i miei colleghi commercianti: fermiamoci un attimo a discutere, a trovare una soluzione ed un atteggiamento comune, o la fine per molti di noi non tarderà ad arrivare. Solo lavorando tutti insieme sulla stessa direzione potremo avere più forza contrattuale e di conseguenza torneremo a dare motivo di andare avanti ai produttori ormai sfiduciati”.

Lamascese: “L’individualismo nel nostro mestiere la fa da padrona, ma quello che possiamo dire è che bisogna cambiare rotta soprattutto a livello nazionale: c’è bisogno di una maggiore progettazione ed aggregazione per favorire l’evoluzione del nostro lavoro, che rimane fermo mentre gli altri Paesi corrono, noi siamo lo specchio della situazione italiana, che è destinata al totale fallimento se non si decide a dare una spinta all’innovazione e alla risoluzione dei problemi che ci affliggono, e non parlo solo del nostro settore. O corriamo quanto gli altri, o siamo finiti”.


[da La Voce del Paese dell'11 Ottobre]