Martedì 07 Dicembre 2021
   
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I Soviet Soviet, dallo stanzino all’Europa, passando per Nojarella

Noicattaro. Soviet Soviet froont

 

Il successo di Nojarella è dato non solo dalla riscoperta dei valori e delle tradizioni nojani, ma anche e soprattutto dalla scelta degli ospiti musicali che rendono ancora più piacevole l’esser presenti in quello che sta diventando un appuntamento fisso per chiudere in bellezza ogni anno.

Ospiti di punta per l’edizione 2014 sono stati i Soviet Soviet (foto di Lorenzo Ardito), che abbiamo avuto il piacere di intervistare appena dopo l’esibizione. Una breve presentazione in via preventiva: Alessandro Ferri alla batteria, Alessandro Costantini alla chitarra e Andrea Giometti al basso, quest’ultimo cantante ed autore di buona parte dei testi, tre ragazzi che partendo da Pesaro sono riusciti a portare la loro musica in giro per la penisola e non solo, conquistandosi una buona fetta di pubblico in giro per l’Europa. Il genere? Sarebbe riduttivo rinchiuderli in un’unica categoria, ma il suono a cui si fa per lo più riferimento parlandone è l’alternative rock, con forti toni post-punk.

Partiamo dalle basi: da dove nasce il vostro nome?

Nasce in uno stanzino, nel 2008, in maniera molto spontanea. Quando ci siamo conosciuti non avevamo un’idea chiara riguardo un genere da suonare, ci siamo semplicemente incontrati, quasi per caso, iniziando a suonare insieme. Ecco, il nome a livello di suono rispecchiava ciò che inizialmente uscì da quello stanzino, qualcosa di crudo, grezzo: dopo averlo accantonato per un po’, al primo live il promoter ci chiese il nome da apporre alla locandina e glielo proponemmo. Poi magari si cambierà, pensammo, e invece eccoci qui; l’iterazione della parola non sta a significare nulla, come nulla vuol dire a livello politico.

Come è stato muovere i primi passi nel panorama musicale italiano? Quanto è difficile emergere in una realtà dove è più agevole fare cover che produzioni proprie per suonare in un locale?

Guarda, non lo so, vi dico che il nostro batterista proviene da un gruppo di cover (ridono, ndr)! Però dai, le difficoltà sono le stesse che affrontano tutti i gruppi nel portare avanti i propri lavori, nel cercare un posto dove suonare, farsi conoscere, fra girare il proprio nome e le proprie canzoni, magari vendere qualche CD. Un percorso che tutti fanno, è la classica gavetta; certamente è dura quando come da noi, in provincia, c’è solo un locale in cui suonare in tutta la zona e niente di più. Andando avanti, alla fine, siamo riusciti a portare avanti la nostra musica, nel 2009 siamo usciti con i nostri primi lavori e tutto il resto fino ad oggi.

Avete avuto la fortuna di girare l’Europa con il vostro lavoro: che differenza c’è nella promozione e nella fruizione delle giovani band in Italia e all’estero?

Dal primo punto di vista, sta tutto nella bravura dei promoter, e di questi ce ne sono di bravi, sia in Italia che fuori, allo stesso modo puoi trovare qualcuno che a malapena fa il proprio dovere. Forse all’estero, dalla parte del pubblico, trovi più curiosità rispetto a quanto vediamo in Italia, sull’organizzazione siamo più o meno allo stesso livello. Il discorso è sempre legato alla qualità della band, che tu sia in Italia, Mozambico o in America; in Italia sei più conosciuto ed è un po’ più semplice lavorare, all’estero devi invece affrontare quel gradino in più sul lato della promozione, ma è anche vero che spesso lo sforzo è ripagato con quel qualcosa in più anche da parte del pubblico.

Avete mai lavorato in italiano o sempre in inglese?

Abbiamo iniziato con l’inglese perché è la lingua che più si presta al genere, e a nessuno di noi è mai saltato in testa di passare all’italiano. Questo non perché disprezziamo la musica italiana, anzi, abbiamo grandi esempi di band e cantautori nella nostra penisola, specialmente guardando indietro nel tempo; quel poco che abbiamo fatto in italiano è stato per alcuni progetti, come la cover acustica di “Curami” dei CCCP o la cover de “Il grande incubo” degli 883 per l’album del ventennale celebrato da Rockit.

Cosa ci avete proposto stasera? E su quali temi tendono generalmente i testi delle vostre canzoni?

Avete ascoltato qualcosa di “Fate” (va letto in inglese, ndr), il nostro album di debutto uscito l’anno scorso, e degli EP “Summer, Jesus” e “Soviet Soviet”. “Fate” è l’ultimo progetto a cui abbiamo lavorato, è andato molto bene, forse meglio di quel che ci aspettavamo. Per quanto riguarda i testi, prima dell’album le parole non avevano un grande peso, facevano per lo più da accompagnamento alla melodia strumentale; nell’ultimo lavoro, invece, ci ha dato più gusto una scrittura più attenta, testo per testo.

Che ne pensate della riuscita di Nojarella? E dove suonerete nel prossimo futuro?

Il 28 di Dicembre suonare all’aperto è qualcosa di surreale e strano, anche se coperti in un chiostro. Certamente è insolito, ma assolutamente carino, poi il sud in genere permette di restare fuori anche di inverno se c’è bel tempo. Non è stato il nostro caso, vista la pioggia, ma i nostri complimenti vanno ai ragazzi di Nojattiva e Indiepercui per il lavoro fatto per la riuscita dell’evento; domani saremo a Catanzaro per chiudere il nostro tour italiano, poi passeremo dal 2015 in Europa, principalmente Spagna e Portogallo, insieme a qualche città francese e svizzera. Dopodiché, ci fermeremo per un annetto per tornare nel famoso stanzino a scrivere il prossimo album, il che è necessario visto che da 5 anni a questa parte non ci siamo mai fermati, se non due o tre mesi per “Fate”.

Quindi sarebbe ideale una bella vacanza dopo il tour. Parlando di sogni, dove vi piacerebbe suonare?

Per la vacanza perché no, mi piacerebbe tanto in Australia, o comunque qualcosa con tanto mare. Per il sogno, chiunque pensa ai festival prestigiosi nel nostro ambito, quelli di Reading e Leeds, Glastonbury, Hullabalooza… Riuscire a suonare in quell’atmosfera sarebbe il massimo.


[da La Voce del Paese del 10 Gennaio]

Noicattaro.  I Soviet Soviet front

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