Lunedì 25 Ottobre 2021
   
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Il Crocifero, una figura misteriosa svelata ai più piccoli

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Anche alla scuola primaria “De Gasperi” i bambini vogliono vivere in modo più consapevole i riti della nostra Settimana Santa, vogliono conoscere i significati delle figure e dei cerimoniali simbolici che tanto li incuriosiscono e a volte li impressionano profondamente.

È la mattina del mercoledì Santo: gli alunni e le maestre della 3^A e della 3^B della De Gasperi sono pronti a inoltrarsi nel mondo del Crocifero e delle processioni, guidati da Rita Tagarelli, depositaria della Storia e delle tradizioni del nostro paese.

Sul sagrato della Chiesa della Madonna della Lama alcuni uomini stanno accatastando la legna che il giovedì Santo arderà per illuminare e riscaldare il pellegrinaggio dei Crociferi e dei credenti. La signora Rita spiega che il grande falò vuole ricordare il fuoco accanto al quale Pietro rinnegò per tre volte Gesù nel cortile del Pretorio. Un tempo erano i contadini a depositare, nel corso della Quaresima, i tronchi e i rami secchi dei loro campi come gesto propiziatorio di futuri ricchi raccolti. “Oggi sono i membri della Confraternita della Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo a occuparsi della raccolta della legna, accorrendo a prelevare dai campi gli alberi spiantati e i rami potati”, spiega il priore Leonardo Boccuzzi. Alle ore 20 del giovedì Santo si darà fuoco alla legna, mentre uscirà il primo “via croce”, che, come da tradizione, sarà attorniato dai ragazzi che con “i trozzue” riprodurranno il fracasso che accompagnava Gesù nel suo percorso verso la condanna alla crocifissione.

All’interno della chiesa, dopo l’accoglienza di padre Ermanno, la guida fa apprezzare ai bambini prima lo stile barocco dell’edificio sacro e poi, nella cappella di sinistra, la Naka e tutte le statue dei Misteri, che ricordano le stazioni della Via Crucis, dalla croce che contiene una reliquia della corona di spine di Gesù, alla statua del più giovane discepolo San Giovanni, acquistata su proposta di Sebastiano Tagarelli negli anni Settanta con le offerte dei nojani che avevano nome Giovanni.

La signora Rita vuole far conoscere ai bambini la preghiera latina che viene recitata in ogni chiesa quando si entra ad adorare l’Ostensorio sull’altare: “Adoramus te, Christe, quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum”. Poi, tutti insieme, la recitano in italiano, come fanno i crociferi: “Ti adoriamo, o Cristo, perché per mezzo della tua Santa croce hai redento il mondo”.

Il sacrestano Angelo Spagnuolo mostra le croci sistemate all’ingresso della Chiesa: ce ne sono di ogni misura, anche oltre i 60 chili; durante l’anno vengono custodite in un deposito presso la Chiesa, per essere ripulite o ripitturate prima della Settimana Santa. I bambini hanno ricevuto risposte alla loro curiosità: molti crociferi si fanno costruire la croce personale da un falegname, scegliendo dimensioni e peso; nella visita ai “sepolcri” sono impegnati un centinaio di Crociferi, nella processione della Naka circa 80, in quella dell’Addolorata 33 e in quella dei Misteri 150. Insomma, 363 crociferi complessivamente.

La signora Rita, destando stupore negli scolaretti, racconta che fino a meno di vent’anni fa nelle processioni c’erano anche i Crociferi bambini, in saio rosso e con le scarpe; ma padre Tommaso Autiero, priore del convento della Madonna della Lama, volle eliminare questa penitenza sottolineando che i bambini sono angeli innocenti.

I bambini sanno già che il Crocifero, figura introdotta qualche secolo fa nel periodo della dominazione degli Spagnoli, indossa il saio nero, copre il capo con un cappuccio nero e lo incorona di spine, lega al piede scalzo una catena di ferro; in ogni Chiesa, dopo aver posato la croce, attraverserà in ginocchio la navata, dal portale all’altare, dove si fermerà a percuotersi la spalla con la catena e poi a pregare davanti all’Ostensorio sul tabernacolo. I Crociferi non possono parlare con nessuno perché il loro sacrificio deve restare anonimo. Pur irriconoscibile sotto il cappuccio, si sa bene, invece, chi sia il primo “viacroce”, sempre lo stesso per decenni, fino a quando l’età gli impone di cedere la croce ad uno più giovane. Anche i portatori delle statue, che in passato pagavano per poter partecipare alle processioni, sono incappucciati, come volle non molti anni fa padre Tommaso. Il suono della catena strascicata sull’asfalto risuonerà in ogni Chiesa, nelle strade, nelle processioni; come il rullo lugubre del tamburo sotto la Torre dell’Orologio della piazza scandirà il passaggio dei Crociferi, stesso suono grave che al tempo degli antichi Romani annunciava una condanna a morte.

Nella Chiesa Madre, in stile romanico pugliese, Rita Tagarelli porta le classi nella cappella del Santissimo, quindi mostra la statua della Madonna Addolorata, meravigliosa, che verrà portata in processione nella notte tra venerdì e sabato; andrebbe piuttosto chiamata “la Desolata”, ed è accompagnata dalle “figlie di Maria” e dalle “madri cristiane” vestite a lutto. I loro canti si leveranno nel silenzio; le loro candele accese, insieme alla luna e ai ceri rossi sui balconi, rischiareranno il buio. Anche in questa processione i trentatré Crociferi non poseranno mai la croce, potranno passarla da una spalla all’altra nelle soste presso tutte le Chiese, dove la Desolata andrà a cercare Gesù morto.

Verso le nove del sabato mattina, la Desolata tornerà sul sagrato della Chiesa Madre e qui si svolgerà uno dei riti più suggestivi: i Crociferi si sistemeranno intorno alla statua e, per poter sfiorare con un bacio il velo della Madonna, chiederanno aiuto al popolo, perché qualcuno accorra a mantenere la croce.

Con piacere i bambini hanno accolto l’invito della signora Rita ad accendere i ceri rossi sui balconi e sulle finestre: così la famiglia comunica e condivide il dolore per la morte di Gesù.

Si può concludere che è stato impressionante l’atteggiamento di ascolto e di partecipazione dei piccoli di 3^A-B: sembravano consapevoli di aver ricevuto da Rita Tagarelli il tesoro di un capitale culturale da custodire, da far conoscere e da diffondere, affinché i nostri riti non siano vissuti come esperienza folkloristica, bensì arricchiscano l’identità socio-culturale dei più giovani nojani.


[da La Voce del Paese del 4 Aprile]

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