Martedì 15 Ottobre 2019
   
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Dal molo di Torre a Mare al ponte di Verrazzano. L'impresa di Gallo

Torre a Mare. Maratoneta Domenico Gallo front

 

Correre, sentire il vento sul viso, udire il rumore dei passi che uno dopo l’altro si perdono nel silenzio delle prime ore del giorno. Vita da runners, l’eterno confronto con i propri limiti, il desiderio profondo di migliorarsi passo dopo passo, allungo dopo allungo.

Il runner è una persona normalissima, capace di svegliarsi ogni mattina all’alba, infilarsi scarpe, pantaloncini e kway e percorrere i chilometri giornalieri. Da solo o in compagnia non fa alcuna differenza, e poco importa se la giornata per lui inizia con un bel po’ di fatica o con una contrattura inaspettata. Persone strane i runners, uomini e donne dediti alla costanza e al sacrificio, capaci di oltrepassare l’oceano per partecipare alla Maratona più prestigiosa del mondo. La Maratona di New York, il fiume di gente che attraversa i cinque distretti della “Grande Mela”.

Nata nel 1970, oggi la Maratona di New York rappresenta La Mecca dei runners. Professionisti amatori, in gruppo o da soli, correndo o camminando, l’importante è percorrere i 42,195 chilometri del percorso in meno di otto ore. L’edizione 2015 ha visto partecipare un pelosino doc, Domenico Gallo, il runner di Torre a Mare, l’uomo dalla maglietta gialla, che ogni mattina percorre in lungo e in largo le piccole vie del borgo pelosino, da San Giorgio sino a Cala Settanni, passando per il piccolo porticciolo. Nato e cresciuto sugli scogli di Torre a Mare, figlio di un pescatore, si è avvicinato all’attività agonistica da cinque anni, durante la sua lontananza dal borgo natio per motivi di lavoro. Domenico è un finanziere, un uomo dal fisico asciutto e dai polmoni capienti. Ha lavorato nelle Marche per diversi anni ed è li che si è tesserato per un associazione sportiva con cui ha mosso i primi passi nel settore agonistico; ha partecipato a numerose maratone nazionali ed internazionali, con discreti risultati, su tutti il terzo posto di categoria alla mezza Maratona in Ungheria.

Abbiamo incontrato Domenico al suo rientro da New York: nelle parole del suo racconto abbiamo colto la vera essenza della Maratona di New York, un qualcosa che va oltre la fatica, oltre i 42 chilometri da percorrere. Una giornata all’insegna dell’altruismo e della condivisione.

Bentornato. Com’è andata?

Grazie. È stata un’esperienza unica, indimenticabile.

La Maratona di New York è La Mecca per ogni runner. Da quanto tempo ci stava pensando?

Ci stavo pensando da circa tre anni. Ho iniziato a correre a livello agonistico sei anni fa con una società marchigiana. Pian piano ci ho preso gusto ed ho raggiunto anche risultati discreti. Potrei fare meglio, ma dovrei lavorare ancora più duramente, in quanto ogni singola gara necessita di una preparazione specifica.

Si è allenato in maniera specifica per la Maratona di New York?

No, negli ultimi anni mi sono allenato in maniera costante, senza alcun programma specifico e questo mi ha permesso di poterla affrontare senza problemi, ma ero perfettamente consapevole di non poter ottenere un risultato ottimale, o meglio un risultato all’altezza dei miei tempi potenziali.

Come si è organizzato per il viaggio ed il pernottamento?

Mi sono organizzato autonomamente. Ci sono tour operator che vendono pacchetti completi, che comprendono iscrizione alla Maratona, volo e pernottamento. Io ho optato solo per il volo e l’iscrizione, in quanto sono stato ospite di un mio carissimo amico pelosino, Antonio Cinquepalmi, fratello di Franco Cinquepalmi (Braciola), che vive da molto tempo a New York. Antonio e la sua famiglia sono stati fantastici.

Quanto tempo è stato a New York?

Due settimane. Sono arrivato una decina di giorni prima della Maratona. In questi giorni ho potuto smaltire il “Jet Leg”, visitare la Grande Mela ed adattarmi al clima, che per fortuna è stato clemente.

Una grandissima partecipazione come ogni anno vero?

È impressionante. Quest’anno hanno partecipato più di sessantamila persone, tra professionisti, amatori e tantissima gente comune. Al momento della partenza eravamo ammassati come sardine, davvero fantastico. Per questo motivo l’organizzazione prevede due partenze, la prima per i classificati e professionisti, l’altra per tutti gli altri.

Come ha vissuto il giorno della Maratona?

Mi sono incontrato con un altro gruppo di partecipanti alle 5.30 del mattino presso un albergo di Manhattan e con un autobus ci hanno portato al Ponte di Verrazzano, che dalle ore 7.00 viene chiuso al traffico. Abbiamo superato tutti i controlli di sicurezza, e siamo entrati nell’area della partenza. Siamo stati divisi per gruppi a seconda delle partenze e delle prestazioni. Vedere tutta quella gente è stato fantastico. L’attesa scorre velocemente in quanto basta guardarsi intorno per capire cosa sia questo evento per New York. Un giorno di festa per l’intera città.

Ci racconti un episodio particolare della sua avventura...

Uno solo? È impossibile, ci sono stati tanti momenti di profonda emozione. Alla partenza, mentre attendevamo, ho visto un ragazzo che sembrava spaesato. Mi sono avvicinato e lui, era un italiano, della provincia di Messina, mi ha detto che purtroppo aveva un problema alla vista e vedeva soltanto le ombre. Gli ho chiesto come avrebbe fatto a correre e lui mi ha detto che ormai ci aveva fatto l’abitudine. Abbiamo fatto colazione insieme e gli ho fatto da guida alla partenza e per buona parte del percorso. Avrò dato il cinque a migliaia di persone che ai lati del percorso seguivano la Maratona, ti davano la carica, ti accompagnavano passo dopo passo. Ho persino preso una banana da una signora.

Quindi una partecipazione enorme anche da parte di chi non ha corso?

Si la gente ha seguito la Maratona per tutto il percorso, distretto dopo distretto, una folla immensa. Leggendo i giornali il giorno seguente ho appreso che gli spettatori lungo tutto il percorso erano circa 8.700.000. Un numero impressionante. È un giorno di festa per la città, c’erano cori Gospel, gente che cantava, ogni distretto aveva la sua banda musicale, tutti ti offrivano acqua e frutta.

Molti italiani?

Si circa tremila partecipanti erano italiani, alcuni avevano al canotta personalizzata.

Passiamo all’aspetto sportivo. È stata dura?

No, la prima parte l’ho affrontata tranquillamente tenendo un buon ritmo, anche perché la gente è fantastica, ti senti spinto dalla folla, davvero stupendo, ma soprattutto perché il percorso non è impegnativo. La seconda parte, invece, è più impegnativa: ci sono delle salite, si attraversano diversi ponti, si lascia un distretto per entrare nell’altro e poi nella seconda parte il gruppo si sgrana. Personalmente non ho pensato alla prestazione, mi sono voluto godere lo spettacolo. Durante la seconda parte ho pensato: “Me la voglio godere”. Per la prestazione ci pensiamo la prossima volta.

Partecipazione eterogenea?

Si c’era di tutto: top runners, amatori, giovani, giovanissimi, anziani, gente fuori forma ed anche tanti con protesi alle gambe. Lo spirito della Maratona non è la prestazione, ma il riuscire a completarla, il limite delle otto ore è relativo. I punti di controllo e l’assistenza chiudono tutto solo quando l’ultimo partecipante taglia il traguardo, nessuno resta fuori. C’è gente che la completa in 8-9 ore ed al traguardo ha il sorriso di chi ha compiuto l’impresa.

Il suo tempo finale?

Quattro ore e zero tre.

Il momento più emozionante?

L’arrivo è indescrivibile. L’arrivo è in leggera salita a Central Park, luogo dove si svolsero le prime edizioni. Negli ultimi metri ho visto gente molto affaticata, che veniva aiutata a completare l’impresa. Tagliare il traguardo è davvero unico. In quel momento ho vinto la scommessa contro me stesso. Riuscire ad arrivare, a completare la Maratona è la vittoria più grande e poi farlo li in quel contesto, nella Maratona più importante del mondo, è davvero fantastico.

Quindi altruismo, sacrificio e volontà?

Si, questo è il vero spirito della Maratona. Un insegnamento di vita, la voglia di raggiungere un obiettivo, con sudore e sacrificio, ma con altrettanta forza di volontà. A prescindere dall’aspetto sportivo agonistico, dall’esperienza in se per se, ciò che appaga è aver raggiunto l’obiettivo. Per me questo sport è diventato uno stile di vita, ti da soddisfazioni e benefici sia fisici che psichici. Mi rilassa, mi fa sentire in armonia con me stesso e con quello che mi circonda.

Meglio correre a Torre a Mare o a New York?

New York per la Maratona è ok, ma Torre a Mare è altro, è il luogo dove ho imparato a camminare, dove sono nato e cresciuto. Il porticciolo è la mia seconda casa, anche se la prima è praticamente a cinquanta metri dalla zona di alaggio. Aiutavo mio padre pescatore, ero praticamente sempre sugli scogli.

Quindi ha conosciuto da subito il sacrificio?

Si, ho temprato il mio fisico e la mia mente, comprendendo già giovanissimo cosa significa impegno, volontà e sacrificio, valori che sicuramente porto con me nel mio sport.

Ci tornerà?

Sicuramente.

Abbiamo visto anche una foto con Alex Del Piero. Ci racconti...

Si, abbiamo incontrato Alex Del Piero durante una conferenza che lui stava tenendo, presso il Consolato Italiano, per un’associazione che raccoglieva fondi per i bambini. Siamo stati invitati perché Antonio Cinquepalmi è socio dello Juventus Club, ma c’erano anche tanti ospiti, tra cui la nazionale italiana di ginnastica artistica. Una bellissima esperienza.

Ringraziamo Domenico per il suo racconto e soprattutto per averci reso partecipi di un qualcosa che come lui stesso raccontava, va oltre lo sport, oltre la performance, oltre il tempo. Correre è uno stile di vita, una forma mentis che educa al sacrificio, all’altruismo e all’autostima. Mettersi in discussione sempre, mossi dal desiderio di tagliare un traguardo, non solo di una Maratona, ma della vita.


[da La Voce del Paese del 21 Novembre]

Torre a Mare. Maratoneta Domenico Gallo intero 1 Torre a Mare. Maratoneta Domenico Gallo intero 2

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