Giovedì 21 Marzo 2019
   
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Si chiude il ciclo "Nutrimenti": “Il cibo, un vero e proprio status”

Noicattaro. Incontro Presidio del Libro front

 

La trascorsa domenica 29 Novembre, il Palazzo della Cultura ha ospitato il quarto e ultimo appuntamento del ciclo “Nutrimenti, tra Estetica e Dietetica”, un progetto organizzato dal Presidio del Libro “Ali di Carta” di Noicattaro che ha tenuto compagnia per tutte le domeniche di Novembre, in cui si sono affrontati vari temi nel tentativo di analizzare il rapporto esistente fra cibo, cultura e società.

Due gli ospiti della serata. Marino Niola, antropologo della contemporaneità, docente presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, ed Elisabetta Moro, professore associato di Antropologia Culturale e Tradizioni Alimentari presso la medesima Università.

Come riferisce il professor Marino Niola, il rapporto fra cibo, morte e inganno è antico quanto l’uomo. Nella mitologia questo si verifica a partire da Promèteo, un ingannatore che ruba il fuoco agli dei. Da quel momento l’umanità diventa tale, in quanto cuocendo il cibo gli uomini si allontanano sempre più dalla morte e, soprattutto, fanno di quest’ultima un fatto culturale. Gli studiosi di protostoria dicono che molto probabilmente quando gli uomini cominciano a cuocere il cibo, cominciano anche a seppellire i morti; due pratiche sociali che descrivono l’allontanamento dalla natura. Moltissime persone nel corso dei secoli hanno fatto del cibo un discrimine fra vita e morte; c’è chi lo usava come affermazione vitalistica estrema chi invece ne faceva uno strumento prima di mortificazione e poi di morte. Pensiamo a tutte le pratiche degli asceti oppure a quelle di certe sette medioevali o del primo Cristianesimo che facevano della mortificazione del corpo, quindi della privazione e perfino della morte in certi casi, uno strumento di avvicinamento a Dio. Come diceva qualcuno di loro, l’uomo si è allontanato da Dio per mezzo del cibo - non è un caso che il peccato originale sia un peccato alimentare avvenuto con la raccolta della prima mela - e proprio attraverso quello stesso strumento ci riavviciniamo a Dio privandoci del cibo. I Santi Stilìti (stiliti inteso come colonne) si consacravano alla vita ascetica lunghissima salendo in piedi su una colonna e vivendoci per mesi, alcuni per anni, come Simeone o Daniele. Questi personaggi si mortificavano letteralmente non mangiando, oppure nutrendosi di pane e di un po’ di erbe amare, per o più crude. Si racconta che Simeone si fa chiudere in una cella per 40 giorni con al seguito pane e acqua: al termine della costrizione il pane è intatto, l’acqua è più o meno tutta lì e lui è morente. Questo non può non farci pensare a tutta la letteratura medica sull’argomento, dove il cibo diventa una sfida mortale lanciata alla famiglia, alla società e alla comunità. L’auto-inganno è quello che oggi molte persone perpetrano persino verso sé stesse, considerando il cibo come un fattore mortale. Si pensi a quanti oggi eliminano cibi dalla loro dieta (burro, carni rosse, zucchero, uova o altro) spesso senza ragione, credendo di avere un’allergia, un’intolleranza o, semplicemente, credendo che quel cibo li ucciderà anche se molto spesso la scienza afferma il contrario. Esistono viceversa dei cibi salvavita e, visto che l’immortalità è impossibile, ci accontentiamo di quel succedaneo che si chiama longevità che oggi sostituisce l’immortalità a tutti gli effetti, che diventa quindi una sorta di esorcismo contro il male, quindi un esorcibo.

Come riferito dall’antropologa Elisabetta Moro, l’inganno mitologico famosissimo a proposito del cibo, riguarda il mito di Persèfone (la fanciulla in fiore che diventerà una sposa) e di Demètra (la madre, divinità delle messi nel mondo antico, rappresentazione del ciclo delle stagioni e, dunque, del cibo per antonomasia). Mentre Persèfone sta giocando con le sue ancelle, sbuca dal nulla Ade che la rapisce portandola nel mondo degli inferi. La giovane donna è sì intimorita, ma al contempo condivide del cibo con questo uomo grande e potente, il che rappresenta di fatto sono la sua condanna. Secondo il mito, Ade le offre dei chicchi di melograno ingannandola, non facendole capire che mangiando del suo cibo non potrà più tornare a essere quello che era prima e, dunque, non potrà più sfuggire al rapimento, anche se in effetti la donna sa di cadere in questa trappola. La madre, disperata, la fa cercare ovunque soprattutto dalle sue ancelle e, per farle diventare capaci di esplorare anche il cielo e il mare, trasforma queste fanciulle in uccelli volanti e cantanti, le famose sirene del mondo antico, che inizialmente non erano pesci. Demetra si rivolge a tutto il Pàntheon, ma, poiché nessuno le da retta, si arrabbia con tutti e decide che non ci saranno più messi. Comincia così un momento di penuria totale di alimentazione, fino a che l’Olimpo si sveglia decidendo di recuperare l’umore di questa madre in lutto allo scopo di evitare la fine dell’umanità. A quel punto Demetra vuole indietro sua figlia, ma le dicono che non è più possibile. Si conviene allora una sorta di patteggiamento: per sei mesi Persèfone vivrà con il marito (l’uomo con cui condividendo il cibo di fatto si è sposata) e per sei mesi vivrà con la madre. Sebbene si racconti questo, si è iniziato a lavorare sui miti in maniera molto diversa. Secondo l’antropologo Claude Lévi-Strauss, Persèfone potrebbe non aver mangiato il cibo solo a causa dell’inganno, quanto piuttosto per il desiderio di emanciparsi dalla madre. Il cibo non rappresenta allora un inganno, ma un invito; non la fine di una vita, ma l’inizio di una nuova. Persèfone non è la fanciulla condannata a rimanere tale e a essere rapita, ma la donna che, senza poterlo dire, sceglie il proprio futuro. Come sottolinea la prof.ssa Moro, un altro inganno più vicino a noi e considerato assolutamente indispensabile, è quello che attuiamo con i bambini che non vogliono mangiare determinati cibi (aglio, prezzemolo o altro), quando gli diciamo che tali alimenti non sono presenti nel piatto.

Sempre secondo la prof.ssa, il cibo non è solo legato alla sua mangiabilità, ma assume la dimensione di vero e proprio status. Se pensiamo a come le religioni dividono i cibi, quelli che si possono o non si possono mangiare, capiamo subito che il cibo ha a che fare soprattutto con la sua commestibilità simbolica e rituale. Nel mondo antico, Symbolon significava tenere insieme; quindi non è un fatto calorico, ma rappresenta un vero e proprio status. Nel mondo latino il Symbolon indicava la tessera hospitalitatis, una tessera di metallo che veniva spezzata in modo che le due famiglie che si erano date ospitalità potevano conservarne una parte, impegnandosi per l’eternità a ospitare chiunque si fosse presentato con l’altra metà, costruendo in tal modo un patto sociale importante.

Così come pensata dagli studiosi ospiti, la piramide alimentare (presentata all’Expo) prevede alla base sette modelli comportamentali (tra cui convivialità e rispetto della stagionalità dei prodotti), importantissimi per la nostra cultura e le nostre tradizioni, nel rispetto della dieta mediterranea. Bisogna in sostanza essere custodi di uno stile di vita, tant’è vero che la parola “dieta” così come la intendevano gli scopritori della dieta mediterranea non era assolutamente un regime privativo, ma era intesa nel senso più antico e profondo del termine. Il termine viene dal greco “dìaita” che significa stile di vita, forma di vita, ma anche casa, dimora, ma anche ricerca e cabina della nave, che è il luogo dove ci si posiziona per condurre la rotta del proprio andare.


[da La Voce del Paese del 5 Dicembre]

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