Venerdì 18 Gennaio 2019
   
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“La Peste di Noja”: verosimiglianze del dott. Cavallo

Noicattaro. Lastra in pietra piazza Umberto I front

 

Riceviamo e pubblichiamo l’approfondimento del dott. Angelo Cavallo, il quale analizza alcuni punti importanti messi in evidenza durante la conferenza “La Peste di Noja”, svoltasi lo scorso 19 Novembre presso il Palazzo della Cultura. Buona lettura.

Cari lettori de La Voce del Paese, oggi vorrei parlarvi dell’ultimo tema ampiamente dibattuto nelle ultime settimane e proposto da alcune categorie di cittadini, e cioè quello dell’epidemia di peste nel territorio di Noja tra il 1815 e 1816, la pagina più funesta e dolorosa per la nostra cittadina. In questi giorni abbiamo assistito e assisteremo a tante iniziative, dibattiti e forum, allo scopo di far conoscere a noi stessi e fuori di noi stessi un pezzo del nostro passato; ma tale conoscenza elargita, a mio parere, non ha chiarito nè tantomeno ha aggiunto elementi concorrenziali, eventuali concause sulla sua genesi e sui molti aspetti oscuri.

Gli encomiabili sforzi di addetti ai lavori e studiosi hanno perlopiù inquadrato l’accadimento storico con un taglio cronachistico e talvolta col gusto sentimentale del romanzo. L’impostazione poi risulta altresì un po’ troppo storiografica, freddamente e rigidamente ancorata ai documenti che, pur importanti che siano, da soli e senza alcuno slancio o sforzo compenetrativo, non lasciano trasparire alcun senso artistico dello studioso. Tutto ciò ci lascia orfani di quella tensione che ogni uomo ha dentro di sè: l’amore e la ricerca della verità.

L’argomento è dunque spinoso e necessita di molta perizia, spero tuttavia di non dilungarmi eccessivamente per non annoiarvi, ma se avrete la pazienza di seguirmi troverete spunti di riflessione e di domanda. L’architettura del nostro pensiero ha la sana ambizione della suddetta tensione, di capire se ci sono elementi che possano indicarci altre vie che conducano a ricostruzioni, aspetti di verosimiglianza che al di là dei numerosi documenti, rimangono ancora dissimulati.

Innanzitutto partiamo dalla malattia. In questi giorni si è detto in maniera pressoché unanime che la malattia sia “venuta dal mare”. Affermazione, questa, che non aveva e non ha nessuna comprovata rispondenza scientifica. Le zone endemiche erano state già numerose in Europa e in Italia, non solo nell’area delle tratte di commercio, cioè l’altra sponda dell’Adriatico, area questa supposta di provenienza del contagio. E se i comportamenti di allora posti in essere per fronteggiare il morbo non lasciano dubbi sull’inadeguatezza e l’ignoranza della risposta sul piano medico-scientifico, non si comprende invece oggi come si possano ignorare quelle poche cose certe che la comunità scientifica abbia, nella fattispecie, scoperto. I microrganismi in generale, ma anche nel particolare, si sa, hanno disparati veicoli di trasmissione, in primis l’aria, per cui difficile stabilire la provenienza; tuttavia si trascura il dato fondamentale cioè quello dell’unico vettore, la pulce (Xenopsylla cheopis) e il suo ciclo biologico. Questo macro-parassita ha come ospite specifico il ratto; in corso di infezione del batterio della peste (Yersinia pestis) è stato altresì notato e, poco prima che scoppi l’epidemia negli uomini, un’imponente moria degli stessi ratti e questo induce le stesse pulci, per il loro pasto di sangue, ad adeguarsi ad altri ospiti, compreso l’uomo. Sintetizzando ancora al massimo, possiamo aggiungere l’altro aspetto saliente che favorisce l’insorgenza del morbo: quello rappresentato dalle scadenti condizioni igienico-sanitarie.

Questi aspetti appena accennati sono necessari non certo per sdottoreggiare ma per smentire l’altro assunto emerso in queste settimane, e cioè quello della supposta agiatezza discretamente diffusa nella comunità nojana di allora derivante dal fiorente sviluppo di alcune attività commerciali. Tutto questo è, a nostro parere, falso poiché riteniamo che, se pur vi fossero condizioni di agiatezza, queste fossero appannaggio di pochi, mentre la gran parte della popolazione versava in condizioni di disperata indigenza. Miseria dunque, che è il sostrato delle scadenti condizioni igienico-sanitarie della popolazione. A corroborare questa riflessione viene in soccorso qualche dato emerso da documenti a me pervenuti (Gazzetta di Firenze, Regno delle Due Sicilie Napoli 11 Gennaio 1816). Vi riporto pedissequamente alcuni stralci: “Nel Comune di Noja, in provincia di Bari, si è manifestata fra gli individui della classe più misera, ed indigente, una febbre putrida maligna, cagionata dall’aria malsana delle loro anguste e sordide abitazioni, e dalla scarsezza e cattiva qualità del lor nutrimento”. Altro che agiatezza! Aggiungo, inoltre, ad ulteriore testimonianza, il tramando orale di conoscenti anziani che raccontano di parenti morti per peste e a causa della condizione di carestia diffusa. A noi pare assai più verosimile questa versione: dove c’è miseria e scarso controllo del territorio ed impropri comportamenti igienico-sanitario, si va incontro a disgrazie simili.

Miseria e controllo del territorio, aspetto quest’ultimo saliente di tale vicenda che ci conduce dritti dritti al potere temporale, alla politica, ai governanti dell’epoca. Eh già! Vi siete mai chiesti chi fossero i governanti di quel tempo?!

Altro aspetto supposto dagli addetti ai lavori è che le signorie, ancora influenti a quel tempo, per il sol fatto di aver investito una forma ingente di danaro per fronteggiare l’epidemia di pestilenza, farebbe di loro i salvatori di Noja. Questo è vero a metà. L’ingente somma in ducati elargita crediamo che ad un certo punto fosse inevitabile proprio perché in condizioni di piena emergenza e per scongiurare conseguenze peggiori, e cioè che il morbo si propagasse in territori limitrofi. Dunque essi furono costretti ad intervenire, ma tutto ciò non fa di loro automaticamente buoni governanti. Il punto dunque è: come si è giunti a quello stadio e non solo come se n’è usciti. Mi spiego. Abbiamo il forte sospetto che furono proprio i Carafa a concorrere al determinismo del degrado fisico e sociale della città. Capisco che per qualcuno, oggi, il nome dei Carafa rievochi i fasti della nostra storia, ma credo che questo falso mito dia lustro più che alla nostra cittadina ai suoi protagonisti apologeti. E a testimonianza di quello che sto affermando porto una tangibile e viva testimonianza, sto parlando dell’epigrafe incisa su lastra in pietra sita in piazza Umberto I. Però prima di parlarvi di questo documento, alcune altre brevi considerazioni: i Carafa sono stati l’ultima signoria prima che finisse la feudalità durata per ben tre secoli. Nonostante fosse stata abolita la feudalità, proprio a fine Settecento, per qualche anno ancora il loro potere era ancora influente anche quando nei primi dell’Ottocento assunsero pieno controllo politico i Municipi. Pertanto pensiamo che la cattiva condizione governativa della città sia il sostrato, la risultante di così tanta miseria diffusa. E la testimonianza, come dicevo sopra, gira intorno all’abbattimento della porta antica maggiore della città, e non perché essa c’entri qualcosa con la tragedia, ma solo perché essa è stata percepita probabilmente nell’immaginario dei cittadini come l’oggetto che fisicamente chiudeva proprio l’area proprio malfamata della nostra cittadina, una “lazzaretto” o ghetto di appestati. C’è un altro aspetto, che l’evento funesto sia stato strumentalizzato per compiere anche un’operazione speculativa. In quel tempo probabilmente si cominciava quello che poi sarebbe diventata prassi: gli interventi di abbattimenti-manipolazioni ai danni del nostro patrimonio artistico-culturale. Tutto ciò era permesso grazie al potente strumento ideologico che indicava nelle classi di potere feudale la responsabilità nel determinismo delle condizioni di miseria diffusa e dunque nella fattispecie degli accadimenti di pestilenza. Anche se, ripetiamo, la porta antica maggiore e coloro i quali la edificarono nulla c’entravano con l’epopea dei reali responsabili, appunto i Carafa.

Dunque la lastra incisa ha un importantissimo valore di denuncia, facciamo un ultimo sforzo e leggiamo insieme attentamente l’epigrafe: “La porta che sotto l’incubo feudale chiudeva il popolo misero ed asservito. Il Municipio surto a libertà per igiene e pubblico decoro a 29 Novembre 1868 decretava fosse abolita”.

Avete letto bene? Quante volte siete passati di lì e non avete fatto caso?! Confesso che anch’io ci sono passato più volte senza vedere però, poi, quando mi sono fermato e ho letto con attenzione ho avuto un sussulto. Notiamo subito la “porta”, in grassetto, che come abbiamo detto ci dà chiare indicazioni della suddetta percezione fisica; poi “il popolo misero e asservito”, asservito a chi? E la risposta è una sola: coloro che prima della peste hanno lungamente governato, o meglio, non ben governato, parliamo di tre secoli, i Carafa! Poi ancora in grassetto il termine “Municipio” a rimarcare l’impostazione tendenziosa e liberatrice del nuovo potere politico; e ancora continua, “surto a libertà per igiene e pubblico decoro”. Il nuovo modello politico assume la responsabilità di una condizione di controllo del territorio e dunque di “igiene e pubblico decoro” che suona come la conferma dell’assunto di cui sopra. A noi tuttavia, risulta assai remota l’eventualità che Noja in quel tempo fosse l’eccezione nei dintorni. Mi spiego. In primis, precisiamo che i Carafa, a partire proprio dal “capostipite”, il Duca Giovanni, vivessero a Napoli e non soggiornavano a Noja e quindi senza risiedere in loco non so quanto un potente possa interessarsi alle effettive condizioni del luogo stesso, fatto salvo per esigere tributi. Inoltre, in altre realtà limitrofe, dove pure vi sono state signorie feudali come la nostra, non pare che le popolazioni abbiano subito forme di asservimento a tal punto che le generazioni successive si siano sentite autorizzate a perpetrare azioni di rappresaglia simili a carico di monumenti di qualunque genere.

E dunque, come recita l’epigrafe, “l’incubo feudale” non poteva essere altro che quello riferito alla signoria Carafa.

Non so se è corretto parlare di destino; comunque le vicende storiche che più hanno influito sulle sorti di Noja hanno come spartiacque l’accidente funesto di classi di potere abiette e siccome i guai, si dice, non vengono mai soli, non a caso direi, e i dolorosi accadimenti dell’epidemia di peste. Ed ecco perché ciò che siamo, forse, è quello che in parte non abbiamo ereditato o che volutamente abbiamo rimosso; ma per quanto gli uomini si sforzino di rimuovere eventi nefasti, il passato e la sua essenza rimane. E una comunità con un passato evanescente, oscurato e manipolato, difficilmente penso possa nel presente avere spirito di coesione di ferma appartenenza, di unità e di amore per la propria città. Ecco, è proprio nel presente riponiamo le nostre speranze.


A cura del dott. Angelo Cavallo

[da La Voce del Paese del 16 Gennaio]

Commenti 

 
#13 caronte 2016-04-01 07:12
Mi premeva comunicare a loro signori che oggi 2016 abbiamo da debellare un altro tipo di peste, a Noicattaro (i politicanti che hanno scambiato il comune per uno stipendificio).
Ma vedo che siete interessati più a guardare lo specchietto retrovisore che il lunotto anteriore.
Siamo messi male!
PS. Mimmo e Angelo "la storia infinita".
 
 
#12 Geneasud 2016-03-31 22:41
Ciao, ho iniziato a elencare le persone che sono morte a Noja per tutta la durata dell 'epidemia, essaynt identificare coloro che sono morti di peste, o no. Siamo spiacenti, parlo molto male italiano.
http://geneasud.20minutes-blogs.fr/media/01/01/819305261.pdf
 
 
#11 mimmo pignataro 2016-02-01 11:25
è chiaro che è stato un mio errore di battitura, ci mancherebbe che il 1500 è il secolo XVI, esattamente Pompeo Carafa giunse a Noja il 1584 a seguito del matrimonio avvenuto nello stesso anno con Isabella Pappacoda.
chiedo scusa per l'errore Prof. Cavallo
 
 
#10 Angelo a Cavallo 2016-01-31 16:37
Pignataro..mi era sfuggito: L'XI SECOLO NON È IL 1500 MA L'ANNO 1000. QUINDI È IL XVI SEC. IN QUESTIONE NON L'XI.
 
 
#9 Domenico Positano 2016-01-30 20:13
Caro Angelo, come ti ho già espresso a voce sono propenso a ritenere che la targa quando fu apposta avesse un fine più di propaganda antiborbonica che attinente alla realtà dei fatti. Però è sempre interessante esaminare ogni punto di vista.
 
 
#8 andate via 2016-01-28 14:40
MIMMO E VITO LASCIATE stare le fantasie storiche del Cavallo e pensiamo al bene del paese. CAVALLO FACCIA IL VETERINARIO. E NOI NON PER DIAMO TEMPI
 
 
#7 Angelo a Cavallo 2016-01-28 13:26
Pignataro cosa ne sanno gli storici di malattie infettive lo sa sole lei, Didonna e accoliti. Le stoffe non c'entrano nulla, c'entrano le pulci che sono specie specifiche cioè si nutrono solo dai ratti e sono le uniche responsabili del salto di specie, quando anch'esse sono infette, all'uomo. Poi non è vero che non apporto documenti (rileggi l'editoriale). Siete voi che vi schierate con i falsi maestri per partito preso. Ho articolato un pensiero che merita quantomeno rispetto. Punto.
Chi sono secondo lei "l'incubo feudale" riportato nell'epigrafe in piazza? Si dia una risposta.
 
 
#6 Mimmo Pignataro 2016-01-28 10:53
Dott. Cavallo le ripeto che la peste era stata debellata in Italia ed in Europa centrale, il contagio è verosimilmente avvenuto attraverso l'importazione delle stoffe così come più storici hanno scritto e documentato.
Se poi vogliamo dire che le condizioni igienico-sanitarie del tempo non erano il massimo lo diciamo, non sarebbe una eresia.
Quelle condizioni però si trovavano in tutti i paesi, non c'era la cura e l'igiene della persona come oggi.
Poi lei meglio di me dovrebbe sapere con quanta facilità si trasmetteva l'iniezione ed i pochissimi è quasi inutili rimedi che esistevano.
Detto questo, non capisco ancora perché accusa i Carafa della peste di Noja, mi ripeto, se hanno colpa della peste del 1815 dovrebbe riconoscergli il merito del mancato contagio del XVII secolo.
Se poi lei vuole riscrivere la storia senza documenti o dati di fatto lo faccia pure
 
 
#5 Angelo a Cavallo 2016-01-28 10:04
Ecco i primi apologeti agganciati all'amo. L'ex consigliere Pignataro ma anche il Didonna dovrebbero sapere, dovrebbero, che i riflessi di scelte e responsabilità politiche sovente si hanno a distanza di almeno un decennio! ( e lo scempio attuale noiano è appunto di un trentennio) E se si tiene conto che loro hanno governato x 200 anni.. .
IL Pignataro poi più del Didonna dovrebbe comprendere che dire che il batterio venga dalla Dalmazia,fosse vero e non è assolutam certo, non è sufficiente poichè nel determinismo della malattia è necessario che si creino le condizioni ambientali favorevoli e probabilm a noja c'erano.

Poi nessuno di voi prova a spiegare del perchè i nostri avi hanno sentito l'esigenza nel lascito di quel epigrafe in piazza.

X Leo: i numeri contano relativamente anche perchè nessuno può esprimerli con assoluta certezza ne tantomeno dunque si può dire come fate voi che Noja era il paradiso terrestre. E i numeri suoi quali sono?
Poi, quale sarebbe l'altro falso scoop? Ecco, credo che sia lei a dare i numeri.

Buona..
 
 
#4 Mimmo Pignataro 2016-01-28 08:22
Due considerazioni:
Il capostipite dei Carafa di Noja è stato Don Pompeo giunto a Noja alla fine del XI secolo (1500) dopo aver sposato donna Isabella Pappacoda e non come erroneamente detto in questo articolo Don Giovanni.

I Carafa persero il potere feudale del ducato di Noja nel 1806 quando il Regno di Napoli fu conquistato da Napoleone e suo fratello Giuseppe divenuto Re abolì il feudalesimo. Mi sembra strano e privo di ogni fondamento scientifico che dopo nove anni dalla fine del governo locale dei Carafa la responsabilità sia da attribuire agli stessi (la peste ha colpito Noja nel 1815).

Di contro è plausibile che il contagio sia arrivato dai paesi della ex Jugoslavia poiché ai tempi vi erano in quei posti numerosi focolai al contrari dell'Italia dove non si riscontravano epidemie da almeno cento anni e quando nel 1660 ci fu una grande epidemia che colpì Conversano ed altri paesi, Noja non fu nemmeno sfiorata, quello sì fu merito dei Carafa.
Cordialità
 
 
#3 Angelo a Cavallo 2016-01-27 22:58
Addirittura "infinite falsità", Didonna. Evidentemente la troppa sicurezza da alla testa. Parlo di verosomiglianze giacchè difficile essere certi. Ci si può avvicinare alla verità non la si può possedere..Didonna. La correzione che faccio è sul calcolo degli anni del ducato: sono 2 sec. e non 3. Poi Didonna non fare troppo il prof, sappiamo che le leggi napoleoniche mettono fine alla alla feudalità ma i signorotti e i loro ereditari conservano ancora potere anche con l'istituzione democr. dei municipi e la prova è proprio nei suoi amati libri: il sovraintendente (credo che si definisca cosi) è uno della dinastia Carafa. E dunque ancora molto influenti! Ancora, qui l'osservazione è medica: possiamo pur ritenere corretto che il batterio provenga dalla Dalmazia (anche se non ne possiamo essere certi) ma nel determinismo dell'epidemia è necessario che vi sia un sostrato favorevole. È il sostrato di una malattia infettiva del genere sono le scadenti condizioni igieniche dovute a carestia! E qui smonta le sue supposizioni,altro che condizioni di agiatezza. E questo porta alle responsabilità politiche di coloro i quali hanno fino a quel momento e per lungo tempo governato la città, 200 anni, appunto i Carafa. Non penserai mica che una popolazione è ridotta alla miseria in pochi anni. A corroborare la mia tesi riporto uno stralcio anch'io di un documento (rileggi) e poi c'è l'epigrafe in piazza, stampigliatelo anche tu bene in mente e rifletti:"LA PORTA CHE SOTTO L'INCUBO FEUDALE CHIUDEVA IL POPOLO MISERO E ASSERVITO..". E poi ancora le testimonianze di persone alle quali oralmente è stato detto della miseria di quel tempo.

Basta con la tua, e non solo tua, boria. Forse forse le infinite balle non sono le mie.

Saluto
 
 
#2 Leo 2016-01-27 21:55
Altro falso scoop del dott Cavallo è la seguente citazione:“Nel Comune di Noja, in provincia di Bari, si è manifestata fra gli individui della classe più misera, ed indigente, una febbre putrida maligna, cagionata dall’aria malsana delle loro anguste e sordide abitazioni, e dalla scarsezza e cattiva qualità del lor nutrimento”.
Letteralmente il documento afferma che la peste si è sviluppata tra il putridume della classe più povera, ma non leggo nessun riferimento numerico. Ovvio che all'epoca più che oggi, le condizioni igieniche fra le classi misere fossero nulle, ma da qui ad affermare che quasi tutta la popolazione vivesse nella zozzeria ce ne passa
 
 
#1 vito didonna 2016-01-27 19:26
infinite falsità...il duca Giovanni Carafa non è il capostipite, il primo duca di Noja è Pompeo Carafa nel 1601, il combattente di Lepanto, sepolto nella cripta di famiglia ai Cappuccini. Ancora nel 1815, quando scoppia la peste, i Carafa non erano duchi di Noja perchè estromessi dalle leggi napoleoniche nel 1806.Ancora gli 11 milioni di ducati furono stanziati per il ns comune dal re borbonico Ferdinando IV e non da una fantomatica signoria. Ancora Noja al tempo della peste godeva di buona salute..5600 abitanti, numero considerevole anche rispetto ai 20mila di Bari..poi dott. Cavallo si legga le lettere del sindaco di Rutigliano, Pappalepore, sull'economia nojana. Ancora ci sono molte fonti storiche che individuano l'origine della peste nojana sulle coste dalmate con cui i commercianti nojani avevano rapporto. Ancora nel 1815 Noja era amministrata da autorità locali ben informate del pericolo di contrabbando con merci provenienti dai luoghi appestati dalmati...questi i fatti e non verosimiglianze e poi il senso artistico lasciamoglielo a Renzi per coprire la nostra cultura. Cordialità
 

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