Martedì 19 Marzo 2019
   
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“L’economia della Misericordia è l’unica che restituisce la dignità”

Noicattaro. Incontro Misericordia al Carmine front

 

Lo scorso 22 Febbraio si è tenuto presso la parrocchia S.M. del Carmine l’incontro “La Misericordia nella Sacra Scrittura”, dove a relazionare è intervenuto don Angelo Garofalo, docente presso lo “Studium Biblicum Franciscanum” di Gerusalemme, la Facoltà Teologica Italia Meridionale – Napoli e la Facoltà Teologica Pugliese.

Come afferma il relatore, la storia della sofferenza nella Bibbia non è altro che la storia di Dio in cui si coglie il passaggio della sua Misericordia. Un esempio è quando Dio rinnova ad Abramo la promessa di consegnargli la terra di Canaan (Gen 12, 7), esortandolo a dividere in due alcuni animali. Ciascuno dei due contraenti l’alleanza dovrà passare attraverso le bestie squartate, riservandosi di subirne la stessa sorte in caso di infedeltà agli impegni presi. Tuttavia, la fiaccola ardente che passa tra le vittime spezzate rappresenta Dio, il solo a impegnarsi nell’alleanza finalizzata ad attuare l’iniziale promessa. L’espressione ebraica “tagliare l’alleanza” deriva da “karat” (tagliare) e l’episodio non può che rappresentare la grazia divina, un amore totalmente gratuito che non si attende nulla in cambio.

Il volto della Misericordia del Padre è Gesù Cristo, come del resto riportato nella bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia (Misericordiae Vultus). Talvolta si crede erroneamente che nell’Antico Testamento sia rappresentato un Dio diverso. Secondo un tal Marcione, vescovo e teologo greco antico, esistevano due divinità: il Dio degli Ebrei, autore della Legge e dell'Antico Testamento e inflessibile nella sua dispotica giustizia, e il Dio Padre di Gesù Cristo, il solo da adorare in quanto portatore della salvezza. Come sostiene don Angelo Garofalo, tuttavia, anche quello del castigo rappresenta il linguaggio della Misericordia divina e, poiché è fine a se stesso in quanto indirizzato alla correzione del popolo, Dio va accettato nella sua interezza.

Un’altra icona biblica è quella dove Dio stesso parla di sé, si presenta. In seguito al peccato del vitello d’oro, Dio si adira moltissimo manifestando l’intento di voler distruggere gli israeliti, abbandonando tuttavia il proposito in seguito a preghiera di intercessione di Mosè, il quale ottiene in sostanza di poter ricominciare. Quando Mosè sarà richiamato sul monte Sinai (Esodo, 34) per ricevere copia delle tavole dei dieci comandamenti - frantumate in precedenza per l’ira dello stesso Mosè verso gli israeliti - Dio gli si presenta di spalle esordendo con le parole “Adonai, Adonai” (Esodo, 34), vale a dire “Signore, Signore”, dal vocalizzato tetragramma ebraico YHWH. Poiché questo a che fare con il verbo “vivere, esistere” e la precedente espressione non prevede l’interposizione del verbo essere, la traduzione corretta è “Il Signore è il Signore” o anche “Il Vivente è il Vivente” in quanto Dio è portatore di vita.

Nello stesso incontro, il Signore manifesta il suo amore viscerale quando afferma: “[…] Dio Misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”, dalla tradotta espressione ebraica “Dio dalle narici larghe”, stante a indicare il lungo e ampio respiro preso ben prima di passare all’ira, a testimonianza della grande pazienza posseduta. Nel suo discorso, Dio evidenzia inoltre la sproporzione tra amore e punizione: “[…] che conserva il suo favore per mille generazioni […] che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione”. E, questo, nonostante il suo popolo lo abbia tradito pur avendone osservato i grandi prodigi, la manna, l’acqua scaturita dalla roccia. Che l’amore di Dio trascenda da qualunque modello umano, lo testimonia del resto un’immagine tratta dal libro del profeta Isaia (49, 25): "Si dimentica forse una donna del suo bimbo, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece mai ti dimenticherò”. Da tener presente che la Misericordia divina non è un concetto astratto, ma una realtà concreta, tant’è l’espressione ebraica utilizzata è “Osè Khesed”, vale a dire “Fa Misericordia”, a significare che tutte le volte in cui Dio ha agito con Misericordia, l’ha resa visibile con gesti concreti.

Il salmo 136, noto come il “Grande Hallel” - tradizionalmente cantato alla fine della cena pasquale ebraica e probabilmente pregato anche da Gesù nell’ultima Pasqua celebrata con i discepoli prima di recarsi nel podere chiamato Getsemani per l’agonia finale - ripercorre tutta la storia, dalla creazione all’insediamento del popolo in terra promessa. Poiché a ogni elemento aggiunto nel brano si recita: “Perché eterna è la sua Misericordia” dalla frase ebraica “ki le-olam hasdo” - concetto sia temporale (nei secoli) che spaziale (olam = servo, mondo) - se ne ricava che, senza la Misericordia di Dio, gli eventi non rappresentano una storia di salvezza. Il relatore cita infine le parabole della pecora smarrita, della dracma perduta e quella del figlio prodigo e del figlio che si crede giusto, dette della Misericordia poiché tutte incentrate a evidenziare il perdono.


[da La Voce del Paese del 27 Febbraio]

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