Mercoledì 26 Giugno 2019
   
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Festa dell’Annunziata: pochi fedeli, ma la tradizione è viva. FOTO

Noicattaro. Festa dell'Annunziata 2016 front

 

Tra i classici, fu Cicerone che per primo si cimentò nella ricerca etimologica della parola “religione”. In latino, declinandola al plurale religiones, in essa identificò pratiche e comportamenti indirizzati da dei regolamenti volti alla cura e all’attenzione del culto degli dei. Molto più tardi Sant’Agostino vi identificò, nella derivazione da re eligere, una riconferma della scelta di Dio. Un nuovo avvicinamento dopo averlo abbandonato con la consapevolezza della scelta e della causa dell'errore. Venerazione, ritualità, allontanamento e riconferma possono essere ritrovati nella pratica, meno assidua ma non estinta, della celebrazione dell’Annunziata.

Sabato 14 Maggio, puntuale alle 18.30, la statua che rappresenta Maria S.S. Annunziata ha, come ogni anno, percorso il suo itinerario. Preceduta dalla “Confraternita degli artigiani”. A chiudere la processione qualche decina di fedeli. L’arciprete segue il ritmo incalzato ad ogni “Sùoz!”. Pochi spettatori sui balconi o sui marciapiedi, pochi i curiosi. Per lo più c’è chi forse ricorda con nostalgia l’importanza di un tempo.

Domenica, al suonare del mezzogiorno, la piccola Chiesa ha ancora molti posti liberi. Eppure a fianco alle panche ci sono delle ulteriori sedie. Eccessiva fiducia? Gesto dovuto alla nostalgica abitudine e intima speranza di ritorno ai fasti di un tempo? Basta incrociare gli sguardi di chi occupa i banchi per leggerne il senso. La Chiesa addobbata per le grandi occasioni, famiglie ben vestite che cercano di tenere a bada bambini inconsapevoli protagonisti, nonni che guardano con gli occhi provati dall’esperienza i nipoti che si apprestano a viverla. E gli augurano che sia per lo meno altrettanto lunga e piena. Il senso di questa giornata lo si scopre nella naturalezza con cui viene vissuta.

Il diacono Arcangelo Porrelli, citando un passo dal Vangelo secondo Matteo, invita i fedeli ad assumere l’innocenza e l’umiltà dei bambini. A preservarli. Basta accoglierne uno perchè si compia la Parola. Ed ecco che le sedie in esubero perdono la loro ridondanza. Si rivolge ai genitori e ai futuri “compari” di Cresima, che in quel giorno hanno dichiarato il proprio impegno a prendersi cura della crescita spirituale dei fanciulli. Li ammonisce perchè abbiano chiaro il valore della vita, della responsabilità di educare a scegliere. Non si invoca più la Vergine perchè debelli mali dei quali la Scienza ha svelato i misteri, la si assurge ad esempio di Madre capace di intercedere per i propri figli. A patto che questi si assumano la responsabilità delle proprie azioni e agiscano sempre con intenzioni pacifiche. Il senso della giornata non si concluderà all’interno delle mura affrescate. Quel nastro è un legame che non si scioglierà cambiandosi d’abito.

La celebrazione termina con la benedizione dei bambini. Di rito. Perchè la ritualità unisce, fortifica nella consapevolezza di far parte di una comunità. Un doppio nodo che garantisce la sicurezza dell’appartenenza e comporta la disponibilità a rispettarne regole, abitudini e componenti. Che questo sia anacronistico nell’epoca della globalizzazione, della comunicazione multimediale e della possibilità di far parte di più “social group” parrebbe ovvio. Ma la libertà di scegliere a quale gruppo appartenere e abbandonarlo premendo un tasto, disegnato, ci da la stessa sensazione di sicurezza, considerando che tutti gli altri componenti possono fare lo stesso?

Il diacono Arcangelo, ribadendo un concetto espresso domenica mattina, insiste sulla necessità che i singoli membri della comunità paesana siano parte attiva della stessa. La partecipazione ai riti non deve essere il fine ma il mezzo attraverso il quale poter diffondere gli ideali cristiani. E perchè siano un utile mezzo di diffusione è necessario che sappiano leggere i segni dei tempi. Coglierne i cambiamenti e adeguarsi alle necessità. La minore partecipazione alle celebrazioni non è da considerare infatti un allontanamento dalla fede, se al contempo continua la partecipazione alle varie attività parrocchiali. Per le quali la è costante e diffusa.

Quello di cui si sente la necessità, e non solo nelle realtà parrocchiali, è la mancanza di un collante per le varie attività aggregative locali, che paradossalmente tendono all’autoreferenzialità. Al fare per poterlo raccontare. Sembra che si abbia il timore di collaborare con altre realtà che operano in settori affini perchè il lavoro altrui potrebbe sminuire il proprio. Nell’altro non si vede un vicino ma un rivale. Non sono questi i fondamenti della religione e non sono di certo le basi sulle quali poter fondare un progetto laico di realizzazione di una comunità.


[da La Voce del Paese del 21 Maggio]

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Commenti 

 
#1 vito didonna 2016-05-23 08:36
memorabile scrittura e profonde riflessioni
 

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