Giovedì 19 Settembre 2019
   
Text Size

Intervista impossibile al Console Positano: “Non mi sento un eroe”

Noicattaro. Il Console Vito Positano front

 

In una intervista ideale, impossibile nella realtà se non altro per motivi di ordine anagrafico, La Voce del Paese ha virtualmente ascoltato le dichiarazioni del Console Vito Positano, noto anche come Vittorio, di cui Noicattaro, o meglio, Noja, si fregia di averne dato i natali nel 1833, ben prima dell’Unità d’Italia. Il prestigio del diplomatico affiora nel momento in cui si considera il suo essersi particolarmente prodigato nell’evitare la distruzione di Sofia durante la guerra russo-turca, rappresentando pertanto un eroe dell’indipendenza bulgara. Morto a Yokohama nel 1886, è ricordato sia in loco con l’intitolazione di una strada recante il suo nome, che nella citata Sofia, in Bulgaria, con una specifica targa commemorativa esposta nell’omonima via. È bene precisare che quanto segue è sì frutto di un’accurata ricerca storiografica, ma contiene anche il concetto dell’astrazione bibliografica, necessario per conferire alla presente intervista una velata punta goliardica.

Buongiorno Console, cosa l’ha spinta, dopo gli studi, ad arruolarsi come Capitano nel corpo dei Genieri-Pompieri della Provincia?

Sicuramente lo spirito avventuroso e vivace che mi ha sempre contraddistinto. Sentivo che sarebbe per me stato poco gratificante seguire le orme dei miei fratelli, i quali hanno deciso di affiancare l’attività imprenditoriale paterna. Non dimentichiamo che, durante il Risorgimento, sono pur sempre stato figlio e nipote di liberali iscritti alla Carboneria nella locale “La Costanza”, aspetto che ha consentito di far maturare in me propositi di ben altra natura.

Si dice che dopo l’arruolamento volontario e il servizio militare prestato in Basilicata, lei abbia partecipato ad operazioni militari contro il Brigantaggio in veste di graduato dell’esercito borbonico…

Simili affermazioni lasciano il tempo che trovano. Durante i mesi di queste mie presunte azioni, era in corso la spedizione dei Mille e lo stesso Garibaldi, trovandosi a pochissima distanza dalla Basilicata, ricevette una delegazione di patrioti lucani, fautori dell'insurrezione e della liberazione della regione. Da ufficiale delle forze armate, ho strenuamente combattuto contro i piemontesi al fianco del citato Garibaldi per la proclamazione dell’Unità d’Italia, congedandomi poi a compito ultimato. Non possiedo certo il dono dell’ubiquità, le pare?

Dopo il 1861 lei accede tuttavia alla carriera diplomatica, raggiungendo l’apice a Sofia…

Sì, sono stato inviato in diverse città italiane ed estere, per poi approdare a Sofia, all’epoca sottomessa all’Impero Ottomano, dove ho prestato servizio per 12 anni. Qui, durante la guerra russo-turca, mentre l’esercito russo stava per raggiungere la città, i turchi minacciavano incendi ed eccidi nelle operazioni di abbandono del territorio. Considerati i disordini, a noi diplomatici venne categoricamente ordinato di abbandonare l’abitato.

La sua decisione è però stata quella di non ripudiare la città. Cosa l’ha spinta a restare?

Il senso di abnegazione e di rispetto degli ideali. Volevo salvare Sofia a tutti i costi e così, sostenuto dal console francese e da quello austro-ungarico, ho convocato tutti i rappresentanti diplomatici assieme alle personalità più rappresentative della città, opponendomi alla barbarie dei crimini temuti. Ho addirittura incontrato il pascià turco, minacciandolo di ritorsioni internazionali e, questo, mettendo a repentaglio non solo la mia carriera diplomatica, ma anche la mia incolumità fisica e quella dei miei familiari. In più ho guidato e sostenuto i volontari bulgari che vigilavano sulla città allo scopo di evitare roghi e saccheggi dell’esercito turco in ritirata.

Lei ha dunque agevolato i primi passi di Sofia verso la sua indipendenza. C’è un particolare episodio che ricorda volentieri?

Ricordo con piacere quando, dopo l’arrivo dell’esercito russo, i cittadini esultanti si sono recati in massa sotto il mio balcone, allo scopo di dimostrarmi in tal modo la loro gratitudine. Avrei voluto abbracciarli tutti, uno per uno, continuando a condividere il momento per sempre. Ho tuttavia dovuto abbandonare la città ben presto, essendo di lì a poco destinato Console a Damasco e successivamente a Yokohama, in Giappone.

Qual è il suo ricordo di Noja?

Onorificenze e decorazioni ricevute non sono state sufficienti a dimenticare la mia terra natìa, quella che mi ha dato l’imprinting consentendomi di essere come sono. So che Noicattaro, l’allora Noja, mi ha dedicato la via del vecchio Municipio: tra tutti, è questo per me il più grande degli onori.


[da La Voce del Paese del 22 Ottobre]

Aggiungi commento

rispettando il regolamento http://regolamento.lavocedelpaese.it/

ULTIMI COMMENTI