Domenica 20 Ottobre 2019
   
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Alla riscoperta dei luoghi della peste a Noja. FOTO

Noicattaro. Tour dei luoghi della peste front

 

Senza voler sembrare irriverenti nei confronti delle vittime che Noja ha potuto contare soli due secoli fa, l’immagine dell’ulivo racchiuso in un telo in una stazione di servizio nei pressi di Ostuni potrebbe rappresentare una metafora di quanto sia accaduto all’interno delle mura cittadine.

A poco più di mezzo secolo dalla debellazione delle ultime manifestazioni di carattere epidemiologico della peste al nord Italia e a Messina, si attribuisce a un “incauto acquisto” la causa del contagio che avrebbe fatto più di 700 vittime e altrettanti ammalati guariti tra la popolazione nojana, che all’epoca contava circa 5.400 abitanti.

A quanto pare nel 1815 un mercante, contravvenendo alle leggi che facevano assoluto divieto di intessere rapporti commerciali con la Dalmazia colpita dal morbo, si sarebbe recato a Trieste dove avrebbe acquistato delle pellicce. Le stesse che poi avrebbe introdotto e venduto in territorio nojano. E con esse la peste. Il timore di una diffusione incontrollata su ampia scala del morbo, spinse il governo borbonico a far circondare la cittadina da 1.200 soldati, con l’ordine di sparare a chiunque tentasse di uscire. E così, come quell’ulivo rinchiuso in attesa dell’estrema ratio, sulla popolazione incombeva la minaccia dei cannoni spianati sull’altopiano di Trisorio. Pronti a demolire la cittadina qualora il male minacciasse di propagarsi all’esterno. Qualcuno attribuisce a Monsignor Nicola Carrocci il merito per aver intercesso col Principe Capece Zurlo perchè risparmiasse Noja dall’estremo sacrificio. Ciò che è certo è che nel 1816 poté dichiararsi debellata l’ultima pestilenza nel Sud Italia.

Da Bari e Colonia giungeranno a Noicattaro studiosi importanti, presso il Palazzo della Cultura il 28 e 29 Ottobre, per discutere del caso nojano. Interessante è infatti l’analisi delle motivazioni che hanno indotto alcune scelte nell’affrontare l’emergenza piuttosto che altre, attualizzando lo scenario e paragonandolo alle modalità di gestione delle catastrofi a seconda del modello politico di riferimento.

Ma quel che siano stati gli input all’agire dei governanti dell’epoca, quali i rischi corsi e quali si volessero evitare, lo lasciamo all’interpretazione dei più esperti. Qualora l’idea di abitare in un Comune che ha da tanto da raccontare e che debbano venire dalla Germania a ricordarcelo vi abbia incuriositi, sappiate che è ancora possibile visitare i luoghi della peste. Non ce ne rendiamo conto ma ci sono angoli del nostro centro storico in cui ci si è nascosti, in cui si è pregato. Dai quali si è cercato qualsiasi modo per poter portare in salvo beni ritenuti preziosi, pagandoli con la propria vita. Ci sono case che ancora si ergono, dopo che si è provato col sale, il fuoco o l’aceto, a renderle immuni dalla pestilenza. Ci sono ancora le finestre degli edifici dai quali i deliranti talvolta hanno saltato atterrando sul fuoco dei fucili dei soldati. Ci sono ancora gli edifici in cui i presunti malati venivano rinchiusi fino a che non si avesse la certezza che non fossero infetti. Si conservano ancora i documenti nei quali si contano, giorno per giorno, i morti e contagiati. Sembra il set di The Walking Dead, ma sono gli edifici che definiscono le strade che tutti i giorni molti di noi percorrono per andare a fare la spesa, o per portare i propri figli a scuola.

Presso lo Iat, situato in via Console Positano, è possibile richiedere la mappa che contrassegna gli edifici nojani particolarmente interessati dalla pestilenza e richiedere informazioni per l’organizzazione di un tour guidato all’insegna di quei luoghi. Dall’Ospedale Pestifero presso l’ex Convento dei Carmelitani - l’attuale Palazzo della Cultura - alle Case di Osservazione, distribuite in diversi punti e che servivano per isolare i malati prima che fosse acclarato il contagio, fino ai Cimiteri. Di cui restano targhe commemorative e pietre chiodate a imperitura memoria.


[da La Voce del Paese del 29 Ottobre]

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