Martedì 19 Novembre 2019
   
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Mons. Cacucci: “La peste? Come il sicomoro tagliato”. FOTO

Noicattaro. Benedizione lapide commemorativa peste front

 

“Ciò che è stato distrutto si ricostruisce”. Con questa preghiera pasquale Mons. Francesco Cacucci - Arcivescovo della Diocesi Bari-Bitonto - ha aperto la celebrazione eucaristica tenutasi sabato 29 Ottobre in Chiesa Madre, in memoria delle vittime della peste, a duecento anni da questo triste evento che ha segnato il nostro paese. Alla Santa Messa hanno partecipato il sindaco, gli assessori, i consiglieri comunali, gli esponenti delle Forze dell’Ordine e i membri dell’Associazione Nazionale Carabinieri e dell’Associazione Arma Aeronautica (Nucleo di Noicattaro).

“Questa sera qui in Chiesa Madre, raccolti in preghiera nella ricorrenza del bicentenario del tragico evento della peste del 1816, che all’epoca rese nota la città di Noja ponendola sotto osservazione anche fuori dai confini nazionali, vogliamo non solo ricordare ma ancor più esprimere gratitudine per l’eroico sacrificio di quei nostri concittadini che seppero reagire, rimettersi in piedi e ricominciare da capo, superando quella che fu una delle crisi più devastanti”. Rimbombano forti le parole di don Vito Campanelli, parroco della Chiesa Matrice il quale, prima della celebrazione, dedica un pensiero agli appestati.

“Un grazie a lei, Mons. Cacucci, che ha accettato di presiedere questa Eucarestia, e dedicare una preghiera di suffragio per i morti falciati da quella terribile peste, ai quali non si mancò di dare degna sepoltura, nonostante fossero tanti”, continua don Vito. “Alcuni di quei sepolcreti sono qui, in Chiesa Madre, ma non furono sufficienti per l’elevato numero delle vittime. Nel registro dei morti, custodito qui presso l’Archivio parrocchiale, il 1816 è indicato come l’anno della nostra desolazione”.

La storia è importante per ogni paese, e don Vito si lascia andare nel ricordo: “L’Arcivescovo di Bari di allora, Mons. Baldassarre Mormile, visse questi fatti con molta apprensione, e fece di tutto per non abbandonare gli abitanti al loro tragico destino, i quali, perché non si propagasse il morbo, vennero rinchiusi e isolati, rimanendo in tal luogo come sepolti in una tomba per un anno intero”. Un qualcosa di impensabile. “Insieme all’arciprete dell’epoca, Nicola Carroccio, l’Arcivescovo si fece portatore di suppliche e voti presso i Magistrati e le Autorità Civili e Militari. Inutile fu il suo tentativo di commutare la pena di morte, che era stata inflitta dal sacerdote Raffaele Didonna a due giovani (il soldato Ferdinando Vetis di 17 anni, e il sergente Giuseppe D’Antonio di 26 anni, ndr), nella pena ai lavori dentro il lazzaretto degli appestati. Tutto ciò perché avevano trasgredito all’ordine di non fare uscire nulla dall’interno della città”.

Un periodo davvero nero per Noicattaro e per i nojani, che alla fine videro la luce: “Il 1° Novembre del 1816 il Magistrato del Regno delle due Sicilie, con sovrana approvazione, dispose che venisse finalmente tolto il triplice cordone d’isolamento, che per un anno intero aveva ridotto la città a domicilio coatto”, prosegue con il racconto don Vito. “E con una solenne cerimonia si dichiarò ufficialmente la cessazione della peste e l’avvenuta quarantena, e si offrirono al Commissario del Re le chiavi del paese”.

Sono trascorsi esattamente duecento anni da tali eventi, e il pensiero va a chi ha vissuto questa dolorosa esperienza. “Per questo motivo stasera esprimiamo profonda riconoscenza e gratitudine per il coraggio e la forza d’animo di questi nostri concittadini che dovettero ripartire dal nulla che era loro rimasto dopo tale immane sciagura”.

Questa triste vicenda deve essere impressa nella nostra memoria. “Vogliamo custodire la loro testimonianza con la responsabilità di chi sa di doverla trasmettere anche alle nuove generazioni”.

Non avendo più nulla da perdere, perché avevano già perso tutto, i nojani, grazie “al miracolo della fede che li aveva aiutati a riscoprirsi fratelli e alla Vergine Santissima che li aveva protetti, coraggiosamente intrapresero nuove strade, intravedendo nuove soluzioni per il progresso e la crescita dell’intera comunità”.

Al termine della celebrazione è stato deposto un cesto di fiori ai piedi del Crocifisso che giace sul sepolcreto degli appestati. “Un gesto simbolico che sta ad indicare questo impegno che vogliamo assumere tutti insieme, forze civili e religiose. Dobbiamo custodire la tradizione, e saperla rendere viva e significativa. L’auspicio - ha chiuso don Vito - è quello di un futuro carico di speranza, che riteniamo possibile solo se i nostri giovani, insieme ai nostri anziani, sapranno camminare insieme e darsi reciproco rispetto e fiducia”.

Ma nella storia della peste c’è anche la mano della Madonna. Lo ha ricordato Mons. Cacucci nella sua Omelia: “C’è stato un momento nel quale la preghiera alla Vergine ha visto un segno. Era il 5 Marzo 1816, giorno della festa della Madonna Odegitria, patrona della città e della diocesi di Bari, e misteriosamente quello è stato il primo giorno in cui non c’è stato alcun morto per peste. E questo è stato un fatto davvero evidente, prodigioso, che ha accompagnato il cammino di ripresa, fino al superamento della quarantena. Da quel momento la Madonna Odegitria è diventata patrona della Provincia di Bari”.

L’analogia con il brano del Vangelo è da brividi: “Siete stati come il sicomoro che è stato tagliato, attraverso la peste che certamente è un evento impressionante e doloroso, ma che ha preparato tempi nuovi. Se non ci fosse stata questa esperienza di privazione, di malattia e di morte, non so se Noicattaro avrebbe toccato le mete che ha raggiunto”.

Terminata la Santa Messa, il corteo - formato dalle Autorità Civili, Militari e religiose, oltre che dai fedeli - ha raggiunto via Pietro Colletta, luogo che ha accolto le altre vittime della peste, dove è stata installata e benedetta la lapide commemorativa.


[da La Voce del Paese del 5 Novembre]

Qui tutte le foto, a cura di Mario Marinoni

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