Martedì 19 Marzo 2019
   
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“Immagini e Corpi” si avvicina a culture lontane. FOTO

Noicattaro. Immagini e Corpi, terzo incontro front

 

La rassegna “Immagini e Corpi” di Massimo Guastella riesce ancora una volta ad appassionare il pubblico della Chiesa del Carmine, questa volta attraverso il sentiero “letterario” disegnato dallo scrittore, giornalista e cantautore libanese Nabil Salameh e dall’arabista e traduttrice Silvia Moresi. Il tema del terzo appuntamento, svoltosi il 21 Novembre a partire dalle 19.30, è proprio “Il corpo nella letteratura araba”.

La prima parte dell’incontro ha dato voce, come di consuetudine, allo storico dell’arte Vito Dibenedetto, che ha avuto modo di narrare le vicende della comunità carmelitana nojana, fortemente voluta dalla duchessa Isabella Pappacoda. Curioso il racconto della disputa tra i carmelitani e il capitolo della Chiesa di Santa Maria della Pace che, asserendo di avere già molti sacerdoti nella zona, si opponeva fortemente all’arrivo dei carmelitani nel paese. Ulteriori attriti si ebbero successivamente a proposito del diritto di sepoltura, fino a che, nel 1640, i membri di Chiesa del Carmine e Chiesa Madre si riappacificarono.

Don Giuseppe Bozzi sottolinea, con le sue parole, l’importanza di avvicinarsi e comprendere culture diverse dalla nostra, presentando così gli ospiti Nabil Salameh e Silvia Moresi. La prima a parlare è la traduttrice, che esordisce mettendo subito in chiaro il fatto che la cultura araba, comprendente le opere di ben 22 nazioni, non può e non deve essere connessa alla conoscenza approssimativa che molto spesso il mondo occidentale possiede dei suoi usi e costumi, e, nella fattispecie, della letteratura. I drammi storici che il mondo arabo ha visto acutizzarsi negli ultimi anni hanno certamente avuto una grande influenza verso la poetica di questi paesi, aspetto che ricade inevitabilmente nella descrizione dei corpi all’interno della stessa. È il caso delle poesie dell’autore siriano Adonis, che da voce alle donne del proprio paese affermando che “una donna non può essere libera e viva se non è padrona del proprio corpo”. La percezione del proprio corpo è invece l’unica cosa che rimane al popolo palestinese, privo di una casa, di una patria e alla stregua ricerca di un’identità. Silvia Moresi, che arricchisce le sue spiegazioni con intense letture, cita a questo punto lo scrittore palestinese Mahmoud Darwish e mostra alcune significative immagini di artisti arabi contemporanei.

Il discorso del secondo ospite della serata, il cantautore, scrittore e giornalista libanese Nabil Salameh, comincia con un excursus sulla storia della letteratura araba. Partendo dalle gare di poesia che si svolgevano durante l’epoca preislamica, e che cantavano la bellezza femminile, il cantautore ha descritto gli albori dell’epoca islamica e la poesia di Abu Mawas, poeta omosessuale che celebrava la bellezza maschile del suo padrone, approfittando dell’occasione per chiarire il fatto che nel Corano non ci sia alcuna imposizione verso le donne islamiche per l’utilizzo del velo, bensì un semplice invito a mostrarsi con un abbigliamento decoroso. Con la narrazione dell’epoca della Nahda, parola con la quale si intende il rinascimento arabo di fine ‘800 e inizi ‘900, Nabil Salameh mostra le opere del celebre Khalil Gibran, scrittore e pittore libanese che molto spesso ritrae corpi femminili. Terminato l’excursus storico, l’ospite si è soffermato sulla poetica del poeta siriano Nizar Qabbani, di cui ha tradotto, assieme a Silvia Moresi, l’antologia “Le mie poesie più belle”. La “rottura degli schemi stilistici e contestuali” avviata dal poeta siriano ha permesso di cantare la nudità della donna, prendendo “in prestito” il suo corpo per restituirgli dignità e riscattarlo dalla subordinazione a cui è sottoposto all’interno della società araba. La lettura di alcuni passi dei componimenti di Nizar Qabbani ha catturato il pubblico che, incuriosito, ha chiesto all’ospite di intonare una delle sue canzoni. Nabil Salameh ha così concluso l’incontro con un’esibizione a cappella di uno dei suoi brani, rigorosamente in lingua araba, e con l’augurio che, nel tempo, venga superato dagli occidentali il frequente atteggiamento che prende il nome di “orientalismo”, ovvero l’avere un’idea di oriente senza che lo si conosca veramente.


[da La Voce del Paese del 26 Novembre]

Qui alcune foto, a cura di Luigi Grande

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