Lunedì 25 Marzo 2019
   
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Il corpo nella letteratura araba. L’intervento di Silvia Moresi

Noicattaro. Silvia Moresi front

 

Lo scorso 21 Novembre si è tenuto il terzo appuntamento della rassegna “Immagini e Corpi” dedicato a “Il corpo nella letteratura araba”. Questo è il testo dell’intervento di Silvia Moresi, arabista e traduttrice. Buona lettura.

Parlare del corpo nella letteratura araba non è impresa semplice se si tiene conto che questa macro categoria racchiude le pagine di scrittori e poeti di ventidue paesi, ognuno con proprie specificità culturali. Inoltre, come è ovvio, i cambianti politici e sociali, avvenuti nel corso dei secoli, hanno inevitabilmente mutato il modo di osservare e concepire il corpo maschile e femminile e quindi, di conseguenza, anche di rappresentarlo nelle varie arti. In Occidente esistono attualmente diversi studi riguardo l’utilizzo del corpo in letteratura, ma sono ancora pochi quelli che indagano questo argomento all’interno delle letterature arabe. L’idea del corpo nel mondo arabo–musulmano veicolata dall’Occidente è spesso stata divisa superficialmente solo in due realtà: quella che celebra il piacere, soprattutto nelle opere arabe classiche, opposta, invece, alle pratiche religiose del “velamento del corpo”. Raramente, ad esempio, nelle opere arabe moderne e contemporanee, il corpo è stato studiato come processo di costruzione sociale e simbolica.

Nella letteratura araba classica (periodo preislamico e primi secoli dell’era islamica), il corpo era rappresentato in maniera stereotipata, descritto in dettaglio nelle forme, nei colori, e nelle proporzioni che facevano riferimento a precisi canoni di perfezione spesso mutuati dall’ambiente circostante: la morbidezza del profilo delle dune sabbiose descriveva la sinuosità del seno femminile, il candore della luna era metafora del biancore del viso dell’amata, l’eleganza delle movenze femminili era spesso associata a quella di una gazzella.

Facendo un grande salto temporale, è intorno alla metà del 1900 che il corpo diventa un mezzo per rivendicare le proprie libertà all’interno di una società segnata da varie forme di oppressione. Con il fallimento del panarabismo, l’instaurazione di regimi autoritari e la conseguente diffusione di pratiche anti-democratiche, gli intellettuali arabi si allontanarono gradualmente dalle ideologie, comprendendo che la liberazione sociale poteva non essere sinonimo di libertà individuale, e che, al contrario, solo la liberazione dell’individuo poteva portare a una reale libertà per l’intera società. In letteratura, il corpo diventa, quindi, metafora dell’individuo e luogo di negoziazione tra istanze individuali e collettive. Due dei maggiori poeti arabi, Adonis e Nizar Qabbani, scomparso nel 1998, proprio tra la metà e la fine del secolo scorso, iniziarono a scrivere i loro versi, scegliendo il corpo come tema focale. Adonis pone al centro della sua poetica l’individuo svilito nello spirito e nel corpo dai poteri di religione e politica. Il corpo, che il poeta siriano sacralizza, ha in sé diverse identità, non solo una monolitica, e quindi, in letteratura, non è più solo la forma di un personaggio, ma un insieme di qualità, un oggetto di studio complesso. Il corpo diventa parola, scrittura e presa di posizione. Secondo Adonis, così come la poesia non può essere libera nei temi se prima non è libera nelle sue strutture metriche, così l’individuo non può essere davvero libero senza la liberazione del suo corpo. Nel libro Storia lacerata nel corpo di una donna (Guanda, traduzione di F. Al Delmi) Adonis dà voce ad Hagar, la schiava concubina di Abramo, la madre di Ismaele, che sferza una dura accusa ai libri sacri e alle religioni che hanno sempre mortificato il corpo, soprattutto quello femminile:

[...]

Non sento me stessa, non sento il mio corpo,

non sento di essere viva senza abbracciare

un altro corpo.

[...]

Non sono più una bambina. Forse a letto saprò che

non sono

vecchia. Ho forse pronunciato «letto»? Un libro

che tratta del mio corpo: mi sposto nel vocabolario dei fianchi

da un versetto all’altro.

Mentre il cielo dice che una come me non può amare i profeti.

Libri consacrati!

Dicono solo ciò che dice il crepuscolo [...]

come fanno a non disperarsi il sole, l’aurora, la

mente e il cuore

per ciò che questi fogli insegnano?

Nizar Qabbani, definito spesso un poeta blasfemo e immorale, nella maggior parte delle sue liriche, descrisse senza alcuna metafora il corpo femminile nell’eccitazione sessuale. Qabbani utilizzò l’amore e il sesso come forze eversive da opporre a un sistema sociale di valori governato da regole che sviliscono e inibiscono i rapporti umani troppo spesso dominati dalle regole del profitto. 

Questa ribellione la troviamo esplicitata in molti versi del poeta damasceno che incita uomini e donne a liberarsi da tutte le sovrastrutture della società e ad amare liberamente:

Amami come un terremoto,

come una morte inattesa,

e lascia che i tuoi seni intrisi di fuoco e fulmini

mi aggrediscano come un lupo feroce e affamato. [...]

Amami...

lontano dalla terra della repressione,

lontano dalla nostra città sazia di morte,

lontano dalla sua faziosità

e dalla sua rigidità.

Amami... lontano dalla nostra città,

perché l’amore non la visita da quando esiste,

e Dio lì non è più tornato.

(Nizar Qabbani, Le mie poesie più belle, Jouvence, traduzione di S. Moresi, N. Salameh)

Il corpo è spesso oggetto di controllo da parte di diversi attori, e proprio per questo può diventare ultimo baluardo contro la violenza ideologica, contro la dittatura e il colonialismo. Il corpo può essere anche l’unico indizio di “esistenza” per un individuo, come nei versi del grande poeta palestinese Mahmud Darwish. Dopo il 1948, tutti i palestinesi hanno dovuto fare i conti non solo con l’occupazione materiale della Palestina da parte dello stato di Israele, ma anche con la retorica sionista che ha tra i suoi punti fondamentali l’inesistenza della Palestina e del suo popolo.

 

Alla mercé di archeologi armati che non hanno mai smesso di interrogarti: “Chi sei?”. Dopo esserti toccato per sincerarti del tuo corpo, hai esclamato: “Io sono io”. “Hai le prove?” hanno incalzato. “Io sono la prova”. “Non è sufficiente, abbiamo bisogno di imperfezione”. “Io sono la perfezione e l’imperfezione”, hai affermato. E loro “Dì che sei una pietra in modo da poter concludere i lavori di scavo”. (Mahmud Darwish, In Presenza d’assenza, Feltrinelli, traduzione di E. Bartuli)

L’allontanamento dalla Palestina ha fatto sì che l’esilio si impossessasse del corpo dei palestinesi rendendolo immateriale e trasparente. La ricerca della patria diventa allora anche un mezzo per tentare di ritrovare e delineare la propria forma:

Voglio disegnare la tua forma,

ma tu sei sparpagliata tra documenti e imprevisti.

Voglio disegnare la tua forma,

ma tu sei dispersa tra frammenti di missili e ali d’uccello.

Voglio disegnare la tua forma,

ma il cielo afferra la mia mano.

Voglio disegnare la tua forma,

ma tu sei intrappolata tra il vento e il pugnale.

Voglio disegnare la tua forma,

per ritrovare la mia forma in te.

(Mahmud Darwish, Salmi, traduzione di S.Moresi)


Attraverso il racconto, la poesia, e la letteratura in generale, per il popolo palestinese è possibile ritrovare dettagli del proprio passato, ritrovare il proprio corpo e la patria in esso. In assenza di una patria concreta, è il corpo a farsi nazione:

Dove posso andare?

I ruscelli sono rimasti nelle mie vene,

le spighe maturano sotto i miei vestiti,

le case abbandonate sorgono tra le rughe della mia mano

e le catene avvolgono il mio sangue.

Niente di fronte a me,

niente dietro di me.

Una patria in un corpo!

(Mahmud Darwish, Un’altra morte, e io ti amo, traduzione S. Moresi)

Per la nuova generazione di scrittori siriani, il corpo è divenuto, invece, un simbolo che permette di far emergere la violenza del regime. Martina Censi ha recentemente pubblicato un lavoro proprio su questo argomento in cui, tra gli altri, prende in esame Kursi (La sedia), romanzo della scrittrice Dima Wannus pubblicato nel 2009, quindi precedente alla rivoluzione siriana. La scrittrice narra la storia di Durgham, un uomo di mezz’età il cui corpo viene  modellato, o meglio, distorto, oppresso e compresso dal potere repressivo che entra prepotentemente anche nella sfera privata del protagonista. Durgham, che è entrato a servizio del regime con il compito di monitorare e censurare l’informazione, al di là del suo lavoro, non ha alcun contatto sociale; alienato e incapace di un qualsiasi rapporto con il mondo esterno, ha fatto del suo corpo il suo unico universo. La sedia, titolo del romanzo, è il simbolo del potere desiderato da Durgham ritratto dalla scrittrice come un personaggio mediocre e schiavo del potere. Nel romanzo, la critica sociale passa proprio attraverso la “frammentazione del corpo” del protagonista in una serie di gesti ripetitivi e funzioni fisiologiche che lo rendono più vicino ad un animale che ad un essere umano. Il corpo di Durgham, guscio inespressivo, non è più sede del soggetto ma il luogo in cui avviene la disintegrazione del soggetto. La condizione del protagonista del romanzo della Wannus è una chiara metafora di quel che l’oppressione dei regimi provoca sull’individuo: distruggendo la dimensione storica di una persona, le sue relazioni con il mondo esterno, il potere impedisce all’individuo di costruirsi come soggetto.

Silvia Moresi

Qui alcune foto

 

1. Women of Allah

Shirin Neshat

L’artista iraniana ricopre con testi di scrittrici femministe le uniche parti del suo corpo lasciate scoperte dal chador.


2. Homes for disembodied

Mary Tuma

Nell’opera di questa artista palestinese, i vestiti trasparenti, che ricordano i vestiti delle donne palestinesi, raffigurano l’invisibilità di tutto un popolo che si è cercato di far sparire dalla storia.


3. Who will make me real

Ra’ida Sa‘ada

La figura del palestinese è letteralmente costruita dai media attraverso una serie di stereotipi e cliché che negano l’immagine reale di questo popolo.


4. Ra’ida Sa‘ada

In questa opera, l’artista ritrae il suo viso sul quale sembra essere letteralmente “cresciuto” un muro, il muro israeliano che divide e imprigiona moltissimi villaggi palestinesi. Questo corpo estraneo che ferisce la terra palestinese, deturpa il viso dell’artista che subisce lo stesso destino della sua terra.


5.Dungeons

Jaber  al-‘Azmah

Il potere che imprigiona realmente e metaforicamente è stato rappresentato da questo artista siriano nell’opera intitolata “Prigioni” nella quale vengono ritratti dei corpi compressi a cui viene impedito qualsiasi movimento.

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