Domenica 18 Agosto 2019
   
Text Size

Torre a Mare, arriva la rubrica dell’avvocato

Torre a Mare. Rubrica dell'avvocato front

 

Cos’è una rubrica? Una serie di fogli di carta? Un collage di pensieri e scarabocchi? Un’idea? Crediamo fermamente che una rubrica sia una posizione privilegiata da cui osservare e riflettere su ciò che accade intorno a noi. Lo sguardo e l’udito si trasformano in strumenti d’indagine, il cui lavoro si concentra in una serie di pensieri, dapprima confusi, poi lineari, sino a mutare a tal punto da riempire uno spazio di condivisione.

Con queste premesse abbiamo deciso di curare questa rubrica, per dare spazio alle riflessioni, per incentivare il confronto, per dotare anche l’osservatore più superficiale di una chiave di lettura diversa, che nasce dagli sguardi e culmina nell’udire i pensieri altrui. Alcuni credono fermamente di conoscere la realtà in cui vivono, ed invece all’improvviso si svegliano dal sogno.

Siamo troppo superficiali per comprendere a pieno ciò che accade, ragion per cui questa rubrica si pone come obiettivo quello di indagare le opinioni della gente comune, del gruppo di anziani che discute con il giornale tra le mani, di quelle persone che osservano e ascoltano.

In questi giorni abbiamo ascoltato diverse persone, ci siamo fermati ad ascoltare i discorsi da panchina, abbiamo discusso con alcuni residenti di Torre a Mare, abbiamo indagato le loro opinioni circa svariate problematiche ed alla fine le abbiamo fatte nostre in queste righe.

Muoviamo il nostro discorso dall’assunto che Torre a Mare è un piccolo borgo di pescatori, i quali custodiscono l’antica tradizione marinara. La pesca è, da millenni, mezzo di sostentamento di una comunità, ma oggi cosa è diventata la pesca? A Torre a Mare i pescatori con regolare licenza sono davvero in pochi: gente semplice, che combatte contro tutto e tutti.

Non di rado ci capita di ascoltare le lamentele di questi uomini: “Il mare non è più pescoso, la concorrenza dei mercati esteri è sempre più difficile da fronteggiare. Furti e danneggiamenti si ripetono costantemente, nessuno ci tutela, e la burocrazia ci strozza”.

Ascoltando tutto questo ci sembra surreale constatare come in passato i “signori del mare” siano stati capaci di garantire alle proprie famiglie un tetto ed un pasto. Uomini forti e dediti al sacrificio hanno regalato ai propri figli un’istruzione, un futuro, mentre oggi coloro che praticano in maniera professionale la pesca non riescono a far fronte alle incombenze quotidiane.

Cosa è cambiato? Continuiamo ad osservare il sacrificio di chi si alza la mattina all’alba e prende il mare, mosso dal senso di responsabilità e siamo ancora lì ad osservarli quando scendono dalle proprie imbarcazioni con miseri carichi di pesce, che non garantiscono il sostentamento di famiglia e azienda.

Un tempo dalle barche si scaricavano chili e chili di pesce; il molo era luogo di contrattazioni e garanzia di qualità del pescato. Oggi quel braccio a maestrale è teatro di oltraggiosi gesti che infangano e deturpano la nobile tradizione marinara di Torre a Mare. Gente di malaffare che deturpa i fondali, commercializzando prodotti vietati; personaggi loschi che ormeggiano abusivamente le proprie imbarcazioni nelle nostre acque. Tutto questo è giusto?

Da uomo di legge mi è difficile credere a quanto udito, eppure sento di reti rubate, cime tagliate, a testimoniare la lesa maestà da parte di pescatori onesti, nei confronti di quattro schifosi criminali. Credere nella giustizia, alla luce di quanto accade, è impossibile per chi conosce il gelido morso del maestrale sul volto, per quegli uomini che devono chinare il capo alla vigliaccheria ed al sopruso altrui.

Giustizia è vedersi rubare 1500 euro di reti e sentirsi dire che la denuncia non serve? Giustizia è subire continui controlli da parte della Guardia di Finanza, quando il mare è popolato da pescatori illegali (vedi ultimo sequestro proprio a Torre a Mare)?

Questa non è giustizia e mio malgrado. Non mi risulta difficile condividere la triste rassegnazione di una categoria ormai costretta a mollare, giorno dopo giorno, un pezzo di dignità e dover scendere a compromessi, offendere il proprio lavoro e preoccuparsi di come garantire alle famiglie un futuro dignitoso.

A volte vorremmo tapparci le orecchie e chiudere gli occhi, ma in fondo in fondo saremmo solo complici di una comatosa fine.


[da La Voce del Paese del 21 Gennaio]

Aggiungi commento

rispettando il regolamento http://regolamento.lavocedelpaese.it/

ULTIMI COMMENTI