Martedì 17 Settembre 2019
   
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Indagini sul Caporalato, arresti anche a Noicattaro

Noicattaro. Arresto per caporalato front

 

Nel corso della notte tra mercoledì e giovedì scorso, la Compagnia della Guardia di Finanza di Trani ed il Commissariato della Polizia di Stato di Andria hanno dato esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare in carcere e degli arresti domiciliari nei confronti di sei persone a conclusione della attività di indagine condotte al fine di contrastare il fenomeno del “caporalato”.

Il provvedimento restrittivo, disposto dal Giudice per le Indagini Preliminari di Trani Angela Schiralli su richiesta della Procura di Trani, è l’epilogo delle complesse attività investigative che hanno permesso di accertare come un’apparente e lecita fornitura di braccianti agricoli a mezzo di agenzie di lavoro interinali mascherasse, in realtà, una vera e propria forma di moderno “caporalato”.

Le indagini difatti sono state avviate all’indomani del decesso della bracciante agricola Paola Clemente, avvenuto nelle campagne di Andria il 13 Luglio 2015.

Non semplice è stata la ricostruzione operata dai poliziotti di Andria e dai finanzieri di Trani che hanno dovuto superare il “muro di omertà frapposto dalla grandissima maggioranza delle braccianti agricole” che, con il timore di essere escluse dalla platea delle potenziali lavoratrici, hanno “manifestato reticenza” nel corso delle varie dichiarazioni rese dinanzi agli investigatori la cui caparbietà ha permesso di ricostruire il persistente radicamento, sul territorio pugliese, “del fenomeno del caporalato nella cui morsa era intrappolata anche Paola Clemente, facendo di lei una vittima di tale meccanismo”.

In particolare, lavorando in perfetta sinergia, ciascuno secondo la propria professionalità, Finanzieri e Poliziotti sono riusciti “a scoprire l’astuto modus operandi posto in essere dagli indagati a fronte di una realtà documentale fondata sulla sottoscrizione di contratti stipulati dall’Agenzia di lavoro interinale con i braccianti per la loro assunzione e con le aziende agricole utilizzatrici per la allocazione della forza lavoro reclutata con relativa emissione di buste paga che registravano la corresponsione di una retribuzione conforme a quanto previsto dalla contrattazione collettiva”.

Solo l’attenta, articolata e precisa ricostruzione delle abitudini dei braccianti agricoli e la creazione di un rapporto di fiducia tra polizia giudiziaria e “vittime”, è stato possibile accertare l’abitudine, da parte dei braccianti, di indicare su agende o calendari le effettive giornate lavorative. Così, nel mese di Settembre 2015 furono eseguite oltre 80 perquisizioni domiciliari nella provincia di Taranto, tutte finalizzate al recupero di quell’importantissimo materiale attraverso il quale si è avuta appunto una svolta nelle indagini: “dati alla mano” è stato infatti possibile abbattere il primo muro di omertà. Infatti proprio l’analisi delle annotazione dei singoli braccianti, confrontata con i dati ufficiali della società di lavoro interinale nonché con i dati acquisiti dai computer in uso agli indagati, ha permesso di ricostruire il cd. “sistema giornate”.

In sintesi, è stato dimostrato come, in realtà, gli stessi braccianti fossero oggetto di un sistematico sotto-pagamento mediante un riconoscimento di minori giornate lavorate nonché l’omessa imputazione di tutte le indennità (trasferte e/o straordinari) normativamente previste.

Infatti, considerando che ogni singolo bracciante iniziava, dalla provincia di Taranto, il proprio tragitto direzione campagne del nord barese alle ore 03.30 del mattino per farvi ritorno alle 15.30 circa, agli stessi sarebbe spettata una retribuzione giornaliera di circa 86,00 euro, a fronte degli effettivi 30,00 euro riconosciuti.

In sintesi, la complessiva attività investigativa ha permesso di ricostruire una particolare forma di caporalato: un fenomeno non già caratterizzato dai classici elementi di violenza, minaccia e ritorsioni, ma bensì attuato mediante comportamenti subdoli. Infatti, attraverso lo scudo dell’Agenzia di Lavoro interinale, alle braccianti veniva assicurato un lavoro “regolare” con contributi versati in relazione, però, ad un numero inferiore di giornate lavorative rispetto a quelle effettivamente svolte. In altre parole l’opzione dei caporali era: o lavori con me mediante l’agenzia accettando di farti riconoscere meno giornate lavorative, oppure ti cerchi un lavoro assolutamente “in nero” con tutti i rischi, anche assicurativi e contributivi, che ne possono derivare.

Proprio per questa forma evoluta di caporalato sono finiti in carcere 3 dipendenti dell’Agenzia di lavoro interinale di Noicattaro, il titolare della ditta addetta al trasporto delle braccianti agricole ed una donna che aveva il compito di “controllare” le lavoratrici sui campi, tutti residenti nel barese e nel tarantino.

Agli arresti domiciliari, invece, la moglie del titolare della ditta di trasporto che, risultando falsamente presente nei campi quale bracciante agricola, percepiva indebiti contributi pubblici per la “disoccupazione agricola” e la “indennità di maternità e congedi”.

Contestualmente all’esecuzione delle misure custodiali, i Finanzieri ed i Poliziotti hanno eseguito un sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente per l’importo di oltre 55.000 euro, quale valore complessivo dei contributi spettanti ai braccianti agricoli a seguito del sotto-pagamento nonché indebiti contributi percepiti dall’arrestata.

Agli indagati è stato contestato il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravato e continuato - “caporalato” - la truffa aggravata e la truffa ai danni dello Stato, reati per i quali rischiano fino ad un massimo di 8 anni di reclusione.

Gli indagati, attinti dalla custodia cautelare in carcere, sono stati condotti presso la Casa Circondariale di Trani in attesa degli interrogatori di garanzia.


[da La Voce del Paese del 25 Febbraio]

* la foto precedentemente pubblicata qui in basso non faceva riferimento all’articolo in questione ma ritraeva dei soggetti che facevano parte di un’azienda che non ha nulla a che fare con il nostro territorio e che svolge il suo lavoro regolarmente. Ci scusiamo per il malinteso.

Commenti 

 
#6 cosa commentare 2017-03-06 17:02
I caporali devono pagarli i proprietari, non i lavoratori. Se poi prestano un servizio a chi non ha il mezzo per recarsi in campagna , allora questo va pagato e soggetto a tassazione. Ma non criminalizzare i coltivatori. Contributi, non capisci niente, io per lo sfruttamento? I contributi si pagano a chi in campagna ci va sempre, non solo per qualche settimana. Come farebbero gli agricoltori a pagarli?
 
 
#5 Isabella 2017-03-06 13:20
Andate a prendere chi raccoglieva i tesserini su San marzano di san giuseppe parlo della *******
 
 
#4 occhiodilince 2017-03-05 19:29
La campagna non è un luogo di lavoro, in quanto non risulta come cantiere, ufficio o quanto altro che possa inquadrare un lavoratore con un contratto.
E' semplicemente un luogo dove il proprietario semina, cura e raccoglie, chiunque altro mette piede nel terreno, che non sia il proprietario o è un intruso perseguibile o un aiutante che fa beneficienza.
Pertanto non ci può essere scambio di Moneta...o addirittura buste paga, è un reato a tutti gli effetti fare business in campagna italiana.
Meditate piuttosto che mediare
 
 
#3 Contributi 2017-03-05 15:54
X cosa commentare. Di quale deroga parli?
Anche gli agricoltori devono assumere chi presta lavoro sotto il tendone e versare i contributi!
Sei per lo sfruttamento? Bene vattene in Africa!
 
 
#2 cosa commentare 2017-03-05 10:16
Noi facevamo 5 - 13.00. acqua dal pozzo. La sera in piazza a trovare lavoro e in campagna con la bici. Punto
Non devono rimetterci sempre gli agricoltori. Per il periodo dell'acinino provvedimenti in deroga come fanno da altre parti. L'assessore si informi visto che non si è decurtato.
 
 
#1 Vittorio Reho 2017-03-05 00:59
DONNA NOJANA ALL'ACININO
Alle cinque del mattino
dorme ancora il suo vicino.
Sul portone, puntuale,
ecco arriva il caporale.
Un saluto, un cenno appena,
da quell'auto strapiena;
non si parte per la gita,
non si va a Santa Rita,
ma si corre nel tendone,
sotto un rigido telone.
Incomincia l'acinino:
son le sei del mattino.
Non c'è fresco, non c'è vento,
sol sudore sopra il mento.
Ci vorrebbe il maestrale,
acqua fresca nel boccale.
Son sei ore di tormento,
braccia e gambe in movimento
col padrone che controlla
ed il sole che non molla.
 

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