È passato un mesetto da quando un ragazzo omosessuale è stato aggredito nel centro di Casamassima davanti agli occhi indifferenti dei passanti, ma l’eco di quell’episodio non accenna a spegnersi.
L’effetto non ottenuto dalla denuncia -che ancora non c’è stata- alle forze dell’ordine, è stato paradossalmente conseguito proprio da quel silenzio che amici e famiglia della vittima hanno cercato di difendere anche con posizioni molto accese.
È stato infatti proprio questo episodio a spingere varie associazioni casamassimesi e non, a mobilitarsi e a scendere in piazza contro omofobia, violenza, misoginia e discriminazione, contro la mancanza di iniziative culturali e sociali per combattere il degrado sociale, per il diritto di esistere e di fare le proprie scelte.
Nessun dorma, lo slogan della serata: o meglio nessuno finga di dormire perché non è fingendo che non sia successo nulla che le cose torneranno a posto.
Una piazza, un gazebo, un microfono per chi ha voglia di raccontare le proprie esperienze, musica e videoproiezioni: ecco cosa è bastato per richiamare circa trecento persone di tutte le età, dai ragazzi, ai genitori con i passeggini, ai vecchietti fuori dai circoli. E per un paese in perenne quiescenza come Casamassima, questo pubblico, in un nebbioso pomeriggio novembrino, non è proprio poco.
A parlare, a raccontare, a mettere in comune le loro esperienze, si sono avvicendati i collettivi Kasamatta disobbediente, Cime di Queer, Un desiderio in comune, le sezioni locali di Sinistra critica, PRC, Giovani attivisti, Federazione di Sinistra, CGIL, PD e SEL, le associazioni Ké Bari, Zona franca, AGEDO, Arcilesbica, Arcigay, i gruppi del Socrate e Mercato occupato, insieme per una manifestazione che vuole difendere un diritto che nelle società cosiddette civili, non avrebbe alcun bisogno di essere difeso. E a colpire di più sono proprio le esperienze di vita vissuta, perché violenza non è solo un’aggressione fisica: è vedersi rifiutare un posto di lavoro, o l’ingresso in un locale perché non si rispettano determinati canoni di normalità. Come se la normalità avesse un senso “diverso” in una società che si avvia al multietnico e al multiculturale, o come se ci si rifiutasse di accettare che le cose sono cambiate rispetto a tanti anni fa.
E forse il problema è proprio che le cose non sono cambiate. Sono semplicemente venute alla luce e per questo non si può più far finta di nulla, rimanere arroccati su posizioni talmente obsolete da diventare ingiustificate. L’omosessualità c’è sempre stata, ce lo insegnano la storia e la letteratura. E allora perché in una società in cui personaggi famosi sentono il bisogno di fare outing dai salotti televisivi e dalle pagine di libri e riviste, in una società in cui la figura del gay è così di moda in ogni film e in ogni fiction, perché nella vita reale c’è bisogno ancora una volta di urlare e manifestare per vedere riconosciuta una dignità che tutti, indistintamente, hanno dalla nascita?
Forse quando si troverà la risposta a questa domanda si potrà iniziare a mettere insieme piccoli tasselli per una società che sia davvero civile e rispettosa dell’individuo semplicemente in quanto individuo.
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Commenti
vorrei dire che credo che l'atteggiamento della chiesa
che dichiara patologica l'omosessualit possa essere
una discrimine basilare per le deboli coscienze a vedere questo
come un problema da estirpare e quindi fra le persone
più a rischio psicologico può generare violenza nei confronti dei gay
se la chiesa fosse davvero amore
contribuirebbe a ridurre questo stato omofobo
non ritenete?
vorrei sapere da un prete o da un credente se sbaglio
e ringrazio anchio l'autrice di questo articolo