
Imperversavano in mezza Italia a caccia di bancomat da scassinare. Non una banda di sprovveduti ma veri e propri professionisti nei reati predatori. Gli specialisti, quasi tutti bitontini, erano preparati a ogni evenienza, anche a rispondere al fuoco delle forze dell’ordine. Come il primo gennaio del 2010 quando spararano contro una pattuglia di vigilanza privata che li sorprese al “lavoro” in un istituto di credito.
La polizia si è messa sulle loro tracce e in cinque mesi di indagine ha smantellato l’organizzazione con base logistica tra Palombaio e Mariotto, frazioni bitontine. Otto le ordinanze di custodia cautelare eseguite stamattina da agenti della Squadra Mobile, dei Commissariati di Bitonto e Andria e dello Sco (Servizio Centrale Operati-vo). In carcere sono finiti i presunti capi dell’associazione per delinquere, il 47enne Antonio Amendolagine, alias “Quadrifoglio”, Giuseppe Climaco, 34 anni, entrambi bitontini, e Bruno Montani, 31 anni, residente nella zona Cecilia di Modugno e imparentato coi vertici dello storico clan Montani del quartiere San Paolo.
Dalle iniziali dei loro cognomi prende nome l’operazione di stamattina (“Cam”). Gli altri cinque arrestati sono Michele Saracino, 47 anni, Domenico Elia, 40 anni, entrambi bitontini, Francesco Lapomarda, 23 anni, l’unico incensurato, Tommaso Bia, 34 anni, anche lui della zona Cecilia di Modugno che confina col San Paolo, e Riccardo Zingaro, 36 anni, di Andria. Undici gli episodi contestati, tra furti e tentativi falliti, avvenuti tra giugno e ottobre 2010: 6 nel Barese (Terlizzi, Acquaviva delle Fonti, Santeramo in Colle, Noicattaro, Conversano e Giovinazzo), due a Mottola (Taranto), uno a Vallata (Avellino), uno a Valfabbrica (Perugia) e uno a Calenzano (Firenze), per un totale di circa 170mila euro.
Nel caso nojano, il 2 settembre 2010, nella Banca Popolare Pugliese di Noicattaro, per portare via appena cento euro risucchiandoli dalla cassetta col tubo di un’aspirapolvere, provocarono danno al bancomat per 30mila euro. Gli investigatori hanno accertato che molti dei presunti predoni arrestati sperperava soldi sniffando cocaina. Gli istituti di credito se li sceglievano anche in base alle caratteristiche delle cassette automatiche di denaro. Non a caso, ogni furto era preceduto da un sopralluogo (anche per individuare le telecamere da disattivare).
Agivano sempre con passamontagna, picconi, fucili e persino giubbotti antiproiettile, e si spostavano a bordo di potenti autovetture come una Audi A6 e una Bmw serie 5 recuperati dai poliziotti durante le indagini in un nascondiglio di Palombaio. Due fucili, giubbotti corazzati, lampeggianti e palette delle forze dell’ordine, ricetrasmittenti e persino una bomba a mano con calamita (di solito utilizzate per gli assalti ai portavalori), erano nascosti in un lungo muretto a secco, sempre nelle campagne bitontine. “E’ la conferma – ha dichiarato nella conferenza stampa in Questura il capo della Procura barese, Antonio Laudati – che la vera emergenza criminale è nell’hinterland col fenomeno della delocalizzazione. Armi sofisticate, giubbotti antiproiettile, uso di droghe, pianificazione scientifica dei colpi. E in alcuni casi la banda non esitava a sparare alle guardie giurate. Dunque, non erano solo un pericolo per il patrimonio – conclude il procuratore Laudati – ma anche per l’ordine e la sicurezza pubblica”.
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