Il Ciccireccì, simbolo delle funzioni natalizie dei tempi andati a Noicàttaro.
di Marino Latrofa
Nel Natale del 1983 pubblicai sul locale Bollettino de “La Madonna della Lama” un articolo intitolato:
Salvato dall’oblìo il vecchio “Ciccireccì” di Natale.
Avevo sempre sentito parlare in paese dei particolari momenti di fede vissuti in Chiesa Madre e in quella del Carmine durante la novena di Natale del primo mattino, quando le melodie pastorali eseguite dall’organo erano accompagnate dal suono festoso di un misterioso, rozzo strumento popolare chiamato ciccireccì, che attirava molti bambini, ai quali non dispiaceva affatto alzarsi alla campana, cioè alle 5 del mattino, per seguire i propri genitori ogni giorno alla sacra funzione in onore di Gesù Bambino. E i genitori ne approfittavano per tenerli buoni!
In poche parole: a lungo andare, questa tradizione popolare legata all’immagine e all’uso del ciccireccì aveva finito per identificarsi con la novena stessa di Natale, tanto è vero che la frase comune “andare al ciccireccì” aveva assunto il significato di recarsi in chiesa per partecipare alla Novena di Gesù Bambino.
Con il suo caratteristico suono, il ciccireccì infondeva un non so che di magia sacra all’ambiente e tanta eccitazione e curiosità di scoprirne le fattezze. Il suonatore si metteva vicino all’organo sulla cantoria, in fondo alla navata, e restava quindi nascosto all’assemblea dei fedeli. Per questo la gente non sapeva descrivermi come fosse realmente fatto, fino a quando non l’ho avuto tra le mani nel 1983. E da allora lo conservo gelosamente come una preziosa testimonianza della nostra antica civiltà contadina e, se non l’avessi “salvato dall’oblio”, come nel titolo del mio articolo, grazie alla collaborazione dell’organista di paese, scomparso qualche anno dopo, Michele Guarnieri (1912-1986), sarebbe (molto probabilmente) andato perduto.
Quando, con grande emozione, lo ebbi recuperato dalla signora Rosa Settanni in Pignataro, figlia dell’ultimo suonatore-depositario incaricato, Ignazio Settanni detto u G-latìe-r (1884-1965) - un contadino che aveva messo su una gelateria-caffetteria -, era abbastanza ossidato dal tempo e con alcune parti scollegate. E così lo feci restaurare dal mio amico stagnino Rocchino (Rocco Disciglio).
Pur conservandolo come un caro ricordo del padre, non rendendosi conto della preziosa testimonianza storica dell’oggetto posseduto, la donna aveva ammesso di averlo dato spesso per gioco in mano ai suoi nipotini.
Stando alle testimonianze raccolte, si tratterebbe di un pezzo originale risalente alla fine dell’Ottocento in uso presso la Chiesa del Carmine, all’epoca retta dai frati Carmelitani, quando non era ancora chiesa parrocchiale. Dicono che a inventarlo sia stato un frate conventuale, meglio noto come fra’ Lé, deceduto intorno al 1920, il quale lo avrebbe suonato per primo e poi passato al Settanni, che era un Confratello della Congrega del Carmine. Che a crearlo sia stato proprio lui, non possiamo dirlo. Potrebbe, ad esempio, averlo visto in qualche altro posto e ricostruito, adattato. E poi, circa l’epoca della sua introduzione a Noicàttaro nelle sacre funzioni natalizie, non abbiamo alcuna testimonianza scritta.
È certa, invece, l’epoca della sua abolizione. A detta di Michele Guarnieri quale testimone diretto, il ciccireccì venne bandito dalle celebrazioni in chiesa al principio degli anni ’50 (circa 60 anni fa) dall’arciprete pro tempore don Giuseppe Servidio (1941-1954), perché ritenuto uno strumento musicale non liturgico. Diciamo che, per usare un eufemismo, “fu mandato in pensione”, messo a riposo.
Secondo la testimonianza di Michele Guarnieri, in Chiesa Madre veniva utilizzato un altro ciccireccì (irreperibile), che era in dotazione alla Chiesa dell’Immacolata. Il suo ultimo suonatore è stato un certo Mincuccio (Domenico) Stancarone (1877-1965), un calzolaio quasi coetaneo del Settanni. Costui, con il suo inseparabile ciccireccì, partecipava prima alla novena mattutina dell’Immacolata nella chiesa omonima (poi trasferita in Chiesa Madre dall’arciprete don Servidio) e otto giorni dopo alla novena di Gesù Bambino in Chiesa Madre.
Passiamo ora alla descrizione dello strumento.
Il ciccireccì è una sorta di fischietto gorgogliante, così chiamato per onomatopea, dal particolare suono simile al cinguettio degli uccelli, con il quale si accompagnava il noto motivo pastorale del Tu scendi dalle stelle, in gergo ”a Pargolétt” (nenia del Pargoletto), eseguito alla fine della celebrazione liturgica.
È uno strumento di accompagnamento più che solista. Infatti, il suonatore non era un professionista, ma un popolano appassionato, senza particolari cognizioni musicali, che cercava di seguire il ritmo imposto dall’organo con l’istinto e con la fantasia.
Si tratta di un piccolo recipiente circolare di rame zincato avente un diametro di poco più di 11 cm. e alto 9. Propriamente è il barattolo scoperchiato del gas acetilene usato dai venditori ambulanti di nocelle per far luce sulla mercanzia esposta sulla bancarella. Anche gli altri pezzi tubolari aggiunti, rozzamente saldati con lo stagno al barattolo, cavi e comunicanti tra loro per il passaggio dell’aria, sono dello stesso materiale. Un manufatto artigianale davvero ingegnoso!
Dall’esterno parte un fischietto: un tubicino lungo all’incirca 13 cm. con l’estremità anteriore schiacciata come bocchino per insufflare l’aria. Questo, debitamente sollevato di 1 cm. abbondante sopra l’orlo del barattolo (posizione necessaria per evitare gli spruzzi d’acqua sul volto del suonatore) e fissato allo stesso tramite un supporto inferiore, è saldato e collegato con il centro di un altro tubicino incastrato trasversalmente all’altezza dell’orlo lungo la linea del diametro, formando con esso una T.
Dal quello trasversale partono, inclinati verso il fondo ma senza toccarlo, simili a piccole canne d’organo, quattro fischietti aperti di diversa grandezza lunghi intorno agli 8 cm. con un foro praticato nella parte mediana, i quali restano immersi nell’acqua al di sotto dei fori (era sufficiente riempirne il recipiente fino a metà, dove c’è un foro-spia), per dar modo all’aria insufflata attraverso il bocchino di agitare il liquido contenuto nel recipiente fino a farlo gorgogliare sonoramente.
La magica combinazione del gorgoglio dell’acqua e del suono stridulo dei fischietti diffondeva nell’aria una piacevole sensazione.
Il suonatore reggeva il ciccireccì nel palmo di una mano. Di solito egli portava con sé vicino all’organo una piccola scorta di acqua, perché, nella foga della modulazione ritmica della pastorale, il liquido diminuiva schizzando fuori dallo strumento e, non di rado, investendo di spruzzi la sua faccia.

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