il romanzo della realtà.
Il 9 maggio scorso durante il confronto tra i candidati sindaci di Noicattaro
trasmesso in diretta web dalla nostra testata, volli porre una
domanda a tutti. La domanda è la seguente: “per le strade di Noicattaro, negli
ultimi anni, aumenta a dismisura la presenza di immigrati. Sono nojani anche
loro, o sono un problema da estirpare o da demandare ad amministrazioni più
alte?”. Non mi soffermerò sulle singole risposte, anche perché non era quello,
il contenuto delle risposte, il mio obiettivo.
Ciò che più mi interessava era
l’atteggiamento, la reazione epidermica a questo problema. Le singole risposte,
generalmente ovvie, oscillavano dal giudizio di chi accetta la presenza degli
immigrati “solo se lavorano e non delinquono”, a chi invece si pone su un
piano, come dire, più evangelico e “paritario” rispetto a questo “neo” -
soggetto sociale presente nel nostro piccolo feudo (soggetto, qui, privo di un
racconto e privo soprattutto della possibilità di raccontarsi).
In campagna elettorale, si sa, anche il dolore della gente è un elemento di
propaganda.
Questo -e in ciò sento tutta la mia ingenuità- è quanto ho constatato dalla
freddezza, dal rigore, dalla impostazione generale delle risposte. Nella loro
diversità possedevano tutte qualcosa che le accomunava.
La chiamerei presunzione, ma sarebbe presuntuoso. Parlo oltretutto di mie sensazioni. E
sulle sensazioni, sulle emozioni, ciò che prevale è l’uso oggettivo e
oggettivante della retorica.
E i nostri candidati, chi più chi meno, sanno parlare.
Mettiamola così: tutte le risposte erano nette. Ognuno ha risposto
inflessibilmente, con la propria enciclopedia filosofica. Tutte le risposte
erano una taratura di partito. Tutte le risposte, soprattutto, hanno avuto il
loro applauso, ricevuto consenso, e possono dirsi praticamente “riuscite”. E l’
argomento in sé, come tutti i precedenti, è diventato un ennesimo strumento di
sponsorizzazione e contrasto.
Peccato che un tema del genere in tre ore di dibattito non s’era neppure
lontanamente sfiorato.
Questo vuol dire che tale questione non è presente né nello spazio mentale
della gente (che poneva le domande), né, almeno come urgenza programmatica,
nello spazio mentale dei candidati.
Troppo impegnati a parlare e a chiedere di coalizioni non riuscite, di finte
amicizie, di tradimenti, di debiti, di doppi stipendi?
Il mio era un cinico esperimento. E nessuno, quasi neppure io, immerso e
anestetizzato com’ero da quel contesto despiritualizzante, si è accorto che gli
immigrati ,una diversità tra molte (avrei potuto parlare di qualsiasi
minoranza e del rapporto che noi nojani abbiamo con essa) sono diventati l’
ennesima forma della stessa diatriba, perdendo ancora di più il possesso
della loro identità per colpa nostra.
Come in un romanzo grottesco, un romanzo della realtà, gli immigrati, i
soggetti, oggettivati nella gara delle parole, sono stati piegati anch’essi al
destino della spada e dello scudo.
Amen.
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