Il nostro corpo si dimostra parsimonioso quando svolge attività complesse, quali apprendere e ricordare. Si è scoperto, infatti, che anche nell’ imparare si applica la regola di non consumare oltre lo stretto necessario; il nostro organismo, cioè, ha escogitato il modo per economizzare le risorse scarse e ridistribuirle, allocandole nel modo ottimale.
Una ricerca italiana appena pubblicata sulla rivista «Nature» e coordinata dal prof. Piergiorgio Strata dell'Istituto Nazionale di Neuroscienze e da Benedetto Sacchetti del dipartimento di Neuroscienze dell'Università di Torino – dimostra come l’apprendimento avvenga grazie all’espansione di una determinata rete di connessioni sinaptiche, atte a circoscrivere l’informazione target, quella cioè da memorizzare.
La memoria a breve termine (MBT) ricopre un ruolo fondamentale in tutti i nostri processi cognitivi. Semplici operazioni, come tenere a mente un numero di telefono mentre ci spostiamo da una stanza all’altra della nostra casa, non potrebbero essere svolte senza poter disporre per un certo lasso di tempo di tutti i dati necessari. Oltre alla memorizzazione temporanea dell’informazione, l’utilità della memoria a breve termine è legata all’elaborazione del dato contingente in rapporto alle conoscenze già acquisite e depositate nella memoria a lungo termine. La MBT, o memoria di lavoro o procedurale (Working Memory), ha una capacità e una durata limitate, codifica l’informazione prevalentemente a livello fonologico e mantiene l’informazione vivida attraverso il rehearsal, la ripetizione della stessa. L’oblio avverrebbe principalmente per interferenza, dovuta all’intervento dello stimolo successivo, oppure per semplice decadimento della traccia.
La memoria a lungo termine, al contrario, rappresenta l’archivio in cui vengono immagazzinati in modo duraturo ed, a volte, permanente episodi, fatti, dati, in una parola la nostra conoscenza del mondo, la nostra enciclopedia. Appare cruciale, a questo punto, capire come le informazioni vengano rappresentate, organizzate e conservate nella memoria a lungo termine, che tipo di relazione esista tra le varie tracce mnestiche e se queste si vadano a configurare secondo degli schemi specifici o script, oppure vengano racchiuse dentro dei frames, o cornici. All’interno della memoria a lungo termine possiamo distinguere una memoria episodica ed una semantica: la memoria episodica si riferisce a specifici eventi vissuti dal soggetto e datati nel tempo, possiamo, pertanto, definirla memoria autobiografica. La memoria semantica costituisce, invece, una conoscenza permanente e astratta ed è alla base del linguaggio; afferisce, cioè, alla nostra competenza comunicativa.
Nella ricerca in questione, gli scienziati hanno rivelato come la memoria fugace a breve termine possa diventare a lungo termine attraverso un processo chiamato «consolidamento» e che si compie nell’arco di alcuni giorni. Le tracce dei ricordi «brevi», inizialmente depositate nel cosiddetto magazzino fonologico o a breve termine, vengono elaborate estrapolando dal contenuto quanto è significativo e pregnante; tale selezione viene poi trasferita in un altro centro che si definisce «magazzino» a lungo termine. Quest’ultimo è capace di fissare i ricordi e renderli permanenti.
Il lavoro rende conto per la prima volta dei vari mutamenti che avvengono nell’ippocampo e nel cervelletto durante questa fase di trasferimento. L’ippocampo è ampiamente coinvolto nelle funzioni della memoria dichiarativa a lungo termine, quella responsabile dell’immagazzinamento di dati ed eventi anche autobiografici. L’ippocampo svolgerebbe, inoltre, un ruolo cruciale nelle tracce mnemoniche che dipendono da informazioni spaziali. Il suo contraltare è rappresentato dall’amigdala, che è responsabile di molti aspetti del comportamento emotivo, come la paura, l’ansia e lo stress; l’amigdala è coinvolta nella cosiddetta memoria emotiva o implicita e, spesso, in condizioni di ansia ostacola l’apprendimento e influisce in modo negativo sulla nostra performance mentale.
Le più attuali ricerche definiscono la memoria come “ una variazione persistente delle relazioni tra i neuroni, sia attraverso modificazioni strutturali che eventi biochimici all’interno del neurone che varia le modalità di comunicazione con i neuroni circostanti” (Squire) I processi di memoria appaiono, dunque, possibili grazie a mutamenti strutturali o funzionali dei neuroni; tale processo viene definito plasticità neuronale.
Possiamo affermare che la struttura del ricordo consiste nella modificazione morfologica delle sinapsi, i contatti responsabili della trasmissione dell'informazione tra cellule nervose: un discorso, un volto, una canzone vengono sistemati in un circuito complesso, in cui, nel corso dell'apprendimento, si creano nuovi contatti sinaptici e, per il principio di economia, vengono cancellati quelli preesistenti. .
L’informazione - visiva, uditiva, gustativa, olfattiva, emozionale - quando apprendiamo, viene codificata e trasferita a delle strutture nervose chiamate «magazzino a breve termine». L'informazione può all’inizio risultare ridondante, corredata da un «rumore di fondo», da qualcosa che non è pregnante rispetto al ricordo stesso; pertanto il «rumore di fondo» va eliminato, senza pregiudicare il ricordo. Lo sfrondamento si verifica nella fase di consolidamento.
In un’altra ricerca pubblicata anch’essa da Nature a fine gennaio, a New York una neuroscienziata italiana ha individuato una proteina in grado di fissare i ricordi a lungo termine. Il segreto di una memoria prodigiosa risiederebbe in una proteina chiamata IGF-II, che, secondo Cristina Alberini, agirebbe come elisir salva- ricordi. Si è scoperto che, nel processo di apprendimento, i livelli dell’insulin like growth factor (IGF-II) aumentano nell’ippocampo, che, come si è visto, gioca un ruolo cruciale nella formazione della memoria a lungo termine. Quando i ricercatori hanno inibito l’aumento di IGF-II hanno notato che la memoria a lungo termine non si è formata. Somministrando l’IGF-II nell’ippocampo degli animali durante le fasi attive dell’apprendimento, si è provocato un significativo aumento della “ritenzione della memoria”; è merito dell’IGF-II se il ricordo permane nel tempo e va a sedimentarsi nella nostra mente.
Il sistema nervoso non è un apparato atto a ricordare indiscriminatamente ogni evento che accade nell'ambiente circostante. L’individuo non trae vantaggio nel ricordare tutti gli episodi della vita con dovizia di particolari. Si registrano con frequenza crescente particolari patologie - gli stati d'ansia, i disturbi post-traumatici, lo stress ed il fenomeno del burn out - che con ogni probabilità scaturiscono da un’incapacità del sistema nervoso di filtrare l'informazione perturbante che sta cercando di scolpire la nostra mente. Tale scoperta può rivelarsi fondamentale per la creazione di medicinali in grado di inibire ricordi legati a traumi, così come questa stessa proteina protettrice dei ricordi risulterebbe utilissima per la cura dell’Alzheimer, che comporta una perdita progressiva della capacità di ricordare.
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