La festa della Madonna del Carmine ogni anno ritma il tempo del nostro paese, e, nonostante le difficoltà che si incontrano nel realizzare questo evento importantissimo, continua a caratterizzare l’identità e la vita di Noicattaro. Infatti, in un passato non molto lontano, la vita della gente contadina, dei nostri progenitori, che si svolgeva nei cortili, classica tipologia edilizia rurale, era scandita da cicli stagionali. Nella storia di ogni tempo l’uomo ha sempre lottato contro le forze naturali, temibili per la loro violenza, fino a quando il progresso e le rivoluzioni industriali e tecnologiche, lo hanno posto in una posizione di preminenza è di sopraffazione nei confronti dell’ambiente. Il rapporto della civiltà rurale con la natura si rivelava incentrato su sentimenti di rispetto, amore, ma soprattutto timore.
La vita agricola, le ciclicità stagionali, che regolavano l’esistenza contadina, scandendo i periodi delle semine, delle trebbiature, delle vendemmie, dell’uccisione di certi animali a seconda del periodo dell’anno, in ritmicità temporali, permettevano al popolo contadino di sentirsi parte integrante di una comunità, determinata da uno specifico senso di appartenenza alla stessa, le cui ritualità, caratterizzate da una cultura magico-religiosa, permettevano a tutti di riconoscersi in un’identità ben precisa. Infatti la visione del mondo da parte dei contadini era caratterizzata da una fortissima unità attraverso un’identità che garantiva una maggiore sicurezza collettiva. Nonostante il duro lavoro nei campi, le epidemie, le cattive annate, le condizioni atmosferiche sfavorevoli e la povertà che rendevano difficile la loro già precaria esistenza, questa gente credeva nella “Provvidenza” un valore tradizionalmente custodito nel bagaglio culturale popolare. La speranza che scaturiva dai loro motti di augurio più usuali, come “Abbi fede”, “Spera nella Provvidenza” dimostra il loro modo di affrontare le avversità. Le parole e i gesti di propiziazione o di imprecazione hanno, a livello psicologico, un’efficacia magico-apotropaica, cioè la facoltà, secondo le credenze, di allontanare il negativo, di assicurare il benessere dei singoli e dell’intera comunità. Nel mondo contadino i riti praticati erano tramandati per secoli, di generazione in generazione, e riunivano le famiglie dove si celebravano riti domestici, di cortile, di paese, in cui tutti si riconoscevano e per questo si sentivano uniti. La conoscenza pratica, la celebrazione degli stessi rituali festivi, rendeva i contadini consapevoli di costituire una comunità solidale, condivisa, perché portatrice di un’identica cultura. A tal proposito, i vescovi pugliesi hanno ribadito in una nota che riguarda le feste religiose: <<Nella prospettiva di una nuova evangelizzazione, anche la religiosità popolare pugliese deve superare la debolezza del particolarismo, con la ricerca del vantaggio del proprio gruppo, della propria “famiglia”, per orientarsi più responsabilmente verso la crescita della comunità ecclesiale e la limpidezza dei rapporti nella comunità civile”. (…) . Consapevoli come siamo che “una mentalità pastorale nuova” da assumere risponde a un preciso grave compito dei pastori, la presente Nota intende offrire a tutte le comunità ecclesiali un contributo di pensiero e di azione al fine di promuovere e orientare evangelicamente le nostre feste popolari, rivestite non poche volte di un ritualismo di dubbia e ambigua provenienza>>. La festa è dono di Dio, ma anche bisogno dell’uomo, pertanto, come dicono i nostri vescovi, la festa è <<Dono di Dio e irradiazione della sua eterna bellezza, la festa è nell’uomo come scintilla di quella increata festa del cielo; frammento di eternità rinchiuso nel cuore dell’uomo; forza vitale di insopprimibile e prepotente bisogno, si che l’uomo non può vivere senza di essa. Impastato di eternità e gratuità, l’uomo sente nel profondo del suo essere la nostalgia della festa senza tramonto e avverte sempre di più l’inappagamento dei suoi irresistibili bisogni interiori. Cristo è la festa dell’uomo, la festa della Chiesa, popolo di convocati alle nozze dell’Agnello. In Lui la speranza è certa, le attese sono realizzate in pienezza>>. Oggi è avvertibile l’esigenza di un recupero del valore del popolo nel suo momento di festa, intesa come spazio/ambiente dell’anima, luogo di riflessione e confronto culturale e interculturale, tramite le parrocchie, dove le attività per il recupero storico, ambientale del territorio favoriscano l’incontro, attraverso valori condivisibili, in iniziative per occupare collettivamente il tempo libero come tempo festivo e comunitario, contrapposto alla logica individualistica di un tempo privato e personale. <<E se nel Signore, vincitore della morte e amante della festa, l’uomo realizza la sua nativa vocazione alla festa, egli la esprimerà immergendosi in essa per assumerla nella esuberanza dei sentimenti e degli atteggiamenti. Pertanto, fedele all’Incarnazione nella sua dimensione personale e comunitaria, la festa esprime la lode e la gratitudine dell’uomo a Dio. Il popolo che festeggia Gesù Cristo, la Vergine Maria e i Santi si raccoglie intorno ad autentici modelli di vita e viene aiutato a costruire la sua unità sulla base di quei valori che, radicati nella sua storia ne costituiscono la vera forza unificante sul piano culturale e sociale>>. Rinunciare al dies dominicum (la domenica), profanandolo con il lavoro, rappresentava un sacrilegio nel passato. Oggi, invece, l’eclissi del sacro nella civiltà contemporanea ha espropriato la sacralità del rito festivo. Con l’avvento dell’era industriale, il tempo dedicato alla festa e libero da obblighi lavorativi, è stato ridotto dal sistema produttivo imperante, per non penalizzare la produzione. Con i progressi sociali, le rivolte popolari, le contestazioni operaie, studentesche e sindacali, si è ottenuta la riduzione dell’orario lavorativo con un conseguente incremento del tempo libero a disposizione. Ma il tempo libero rischia di trasformarsi in un tempo asfittico per l’individuo, perché privo di ambiti di intervento culturale comunitario dove allacciare scambi e confronti, interagendo con altri individui. Il tempo libero va impiegato in una nuova fruizione culturale per raggiungere il cambiamento, la trasformazione in una nuova società, migliore, fecondata dall’azione del sacro.
Per questo, i vescovi pugliesi cosi concludono nella nota : <<La pietà popolare, crocevia tra cultura e liturgia, perché espressione della inculturazione delle fede e forma propedeutica al mistero, costituisce per le nostre Chiese di Puglia una ricchezza di fede e cultura. Con la sua attenzione ai valori di solidarietà e giustizia sociale, con la sua osservanza di tempi e spazi rituali e con i suoi consequenziali impegni, la pietà popolare apre la strada alla cosiddetta religione del cuore, come autentica adesione di fede alla proposta di Dio. E se, per lunghissimo tempo, essa è stata quasi l’unica forma di pietà accessibile al popolo cristiano, escluso come era dalle ricchezze della liturgia, ora, ricondotta nel suo alveo originario- la liturgia - deve esprimere la religione praticata, investendo l’uomo nella sua totalità e nella sua interezza>>. La Madre di Gesù, onorata dalla nostra gente come patrona e protettrice di Noicattaro, interceda per noi e continui a proteggerci da ogni profanazione sociale e deriva individualistica.
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