
“ Noicattaro: Storia in "miniatura".”
Il paese, con i suoi 25 mila abitanti e a 16 km a Sud-Est del capoluogo Bari, ai piedi della Bassa Murgia, e a 99 m sul livello del mare Adriatico da cui dista 3 miglia. Il territorio un tempo esteso fino al mare, coperto di paludi, verdi pascoli e pietraie, è tagliato da due grandi lame: Giotta-Milella ad oriente e Paradiso ad occidente. Il primo nome del paese, documentato nel X secolo d.C., è Noa, ma ben presto, nella grafia ufficiale diventa Noja, con la nomina del suo primo conte Cornelio de Vulcano diventa Contea.
Tra il XII e il XIII secolo, vicino all’antico pago, sorge la Chiesa Madre in stile tardo romanico, dedicata a S. Maria della Pace. Nell’arco di tempo tra il XVI e XX secolo, la fabbrica subisce delle consistenti trasformazioni esterne ed interne: viene demolito l’altare basilicale sito in fondo alla navata centrale per far posto ad un ampio presbiterio, dove s’impianta un artistico coro in legno di noce nostrano (1543).
Alla navata di sinistra, ove è esposta una grande tavola su cui è effigiata la Madonna di Costantinopoli, opera del pittore cretese Bizamano (1539) vengono aggiunti i tre cappelloni. Nel 1564, seriamente danneggiata da un fulmine, viene rifatta per la prima volta la cuspide del bel campanile. Dopo la peste del 1815-16, le pareti interne sono ricoperte di pesanti stucchi (in parte rimossi nel 1954) e i soffitti dell’abside e della navata centrale affrescati con scene apocalittiche del pittore M. Sparavilla (1892). Nel 1541, per 68 mila ducati, il feudo comitale di Noja passa dagli d’Azzia alla duchessa di Bari, Bona Sforza d’Aragona, che a sua volta lo dona al suo scudiero il conte di Capurso Gianlorenzo Pappacoda. Con il matrimonio di Isabella Pappacoda (figlia di Gianlorenzo) e Pompeo Carafa nel 1592, lo stesso feudo, trasformato in ducato dal re di Spagna Filippo II (1554-1598) passa nelle mani della famiglia Carafa del ramo della Stadera che lo terrà fino all’abolizione della feudalità. Nel 1742, unanime, il popolo con il clero elegge la Madonna del Carmine Protettrice del paese, ma solo nel 1805, con la ratifica pontificia, la Madonna è proclamata Patrona Principale, affiancata da S. Giuseppe, suo sposo, con il ruolo di Patrono secondario.
All’inizio dell’ottocento, l’autonomo comune di Noja si trasforma in attivissimo centro agricolo e commerciale: in tutto il regno di Napoli esporta i suoi prodotti agricoli e pregiate tele della manifattura locale. Una terribile pestilenza, nel 1815-16, provoca una notevole diminuzione della popolazione ed ingenti danni all’economia agricola del paese. Nel 1862, corrispondendo ad una decisione del primo governo dell’Italia Unita, intesa ad evitare casi di omonimia tra comuni, il consiglio comunale decide di cambiare il nome di Noja in Noicàttaro, prestando fede ad una presunta antica tradizione locale, che voleva il paese fondato da una colonia di profughi di Cattaro insediata sulla costa nojana (Torre Pelosa). Nel 1868 per esigenze di sviluppo urbano e per eliminare l’ultimo simbolo feudale, viene abbattuta la porta di accesso al borgo antico con il tratto di muro perimetrale corrente dal Palazzo Ducale alla chiesa della Concezione dei Foresi.
Nel 1934, una legge del regime fascista strappa a Noicàttaro il suo territorio costiero e con esso la borgata di Torre Pelosa. La fine del secondo conflitto mondiale, nel secolo scorso, rilancia l’economia del paese, che forte della sua viticoltura specializzata a “tendone”, qui sperimentata per la prima volta in assoluto nel primo dopoguerra (anni 20) esporta in Italia e in Europa le sue apprezzate uve da tavola. Non guasta secondo me ricordare. Non ci secca raccontare il passato. Mi sono appassionato io che non sono nojano figuriamoci chi lo è non si deve appassionare? Me lo auguro.
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