
MICHELE CIAVARELLA alla 15ma BIENNALE GIOVANI ARTISTI DELL’EUROPA E DEL MEDITERRANEO
Si conclude l’edizione 2011 del B _ CREATIVE, una iniziativa dell’Arci volta a sostenere la creatività giovanile in ambito letterario, arti visive, musica e cinema. Questo progetto è legato alla Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo che quest’anno si svolgerà a Roma il 15-16 Dicembre prossimo, rassegna promossa da circa 70 organismi Europei tra associazioni, enti ed istituzioni. Per quel che riguarda la Puglia, vi segnaliamo la partecipazione alla Biennale del nojano Michele Ciavarella (26 anni), vincitore della categoria “letteratura” sez. Puglia Nord, che ha presentato una silloge di cinque poesie raccolte sotto il titolo “Io e Te”. A fargli compagnia, ci sarà il leccese Fabio Chiriatti, selezionato per il racconto “Milano takeaway” nella sezione Puglia Sud. Così ha deciso una giuria di giovani editori pugliesi: Barbara Cupertino (Edizioni Poiesis), Angelo De Leonardis (Il Grillo Editore), Alberto Facchini (Minuto d’Arco Editore), Arcangelo Licinio (Caratteri Mobili), Carlo Picca (Agenzia Letteraria Odusia).
Nel seguito, vi proponiamo un breve colloquio su poesia e società con il nostro concittadino Michele Ciavarella. Buona lettura.
1. Quanto è importante la letteratura e, in particolare, la poesia oggi e quale deve essere il suo ruolo?
La poesia non ha un’importanza oggettiva o una funzione specifica oggi. C’è stato un tempo in cui i poeti erano delatori di valori comuni, di valori patri. In cui la loro responsabilità artistica rispondeva a un’esigenza di condivisione collettiva. Penso al “poeta classico” per antonomasia. La poesia è uno specchio del suo tempo, una domanda e anche una risposta al suo tempo. E in questo tempo fuori dal tempo, in cui ci sono tanti ondi quante sono le solitudini, in cui la verità è incomprensibile e prezzolata come uno sponsor al miglior offerente, la poesia non può far altro che essere se stessa, nei suoi mille volti. La poesia è un grido e un silenzio, una lacerazione e una cucitura, una fuga e un ritorno, un ponte, uno sguardo al domani con gli occhi antichi di chi beve la vita a pieni sorsi. Io, personalmente, vivo la poesia come un mistero. La pagina è un prisma che cattura la luce della storia, della mia storia, e la trasforma in colori. Le parole hanno questa magia, le si può interrogare e continuamente sorprendersi di quanto di nuovo possano dirci, di quanti colori possano contenere. Le parole sono vive e non smettono mai di rivelare.
2. L'attitudine al "surfing", imposto dalla diffusione della banda larga e da una grande quantità di contenuti multimediali sul web, rende difficile soffermarsi su un'opera d'arte. Come pensi debba cambiare la poesia per catturare l'attenzione dell'uomo d'oggi?
La poesia non può adattarsi a nulla. Sarebbe un paradosso. La poesia è per sua natura uno sguardo di-verso, dis-adattato. Se la poesia si adattasse al consumo, per imporsi dovrebbe acquisire la sua logica, dovrebbe diventare “poesiapubblicitaria”. Dovrebbe badare non più ai contenuti ma alla loro ripetizione, non più alle parole ma alla loro facilità, non più alla sua durata ma alla sua velocità. Ci sono poesie di un verso che hanno bisogno di anni per essere lette. La poesia non deve cambiare, perché la poesia è già e sempre cambiamento. Siamo noi a doverla cogliere, cercare, vivere.
3. L'assenza di spazi di socialità e di incontro, i monopoli culturali e spesso autoreferenziali di organizzazioni politiche e associative cittadine, non credi siano un danno enorme per la diffusione, la condivisione e la crescita della cultura e del benessere di una persona?
Io credo molto nella diffusione della cultura dal basso.
È vero, soprattutto in realtà locali, le associazioni tendono a diventare settarie, e si isolano dietro le pareti di uno snobismo che è l’origine della loro fine. Semplicemente perché non sono quelli i luoghi della cultura. In quei luoghi la cultura muore, perché non si contamina, non si apre, non ha un rapporto critico con la realtà e con se stessa, è falsa. La cultura dei partiti ne è un esempio illuminante. I giovani adepti usano un linguaggio vecchio, inadeguato, ereditato. Sono come piccoli mostri e la loro lingua è la loro deformità.
Sull’assenza di luoghi di incontro pesa molto la responsabilità individuale, perché i luoghi ci sono, siamo noi a non farli vivere come tali. Anche la nostra piazza potrebbe essere un luogo di incontro, siamo noi ad averla trasformata in un reparto geriatrico a cielo aperto. Siamo noi a rinunciare al nostro paese. Ed è una rinuncia radicata nel tempo e difficile da estirpare.
4. Fai un appello ai lettori di Noicattaro Web affinché leggano una tua poesia.
Io scrivo per te.
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Commenti
in ogni caso, a me sembra specioso e non molto elegante che a dare risalto alla cosa sia proprio il giornale diretto da colui che ha contribuito da giurato alla selezione.
se poi non è così, non ho la pretesa di convincere nessuno.
buon lavoro.
mamma me' e c'e' cous....
Carlo hai fatto bene.
Noicattaro ha tanti talenti che bisogna valorizzare e non dobbiamo farci caso se un povero boulorma esprime giudizi privi di contenuto.
In gamba Michele.....
e poi chi ti dice che ho votato michele?
scusami ma firmati se vuoi che continui la discussione con te altrimenti non ci sto ciao!