Sabato 15 Dicembre 2018
   
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Monumento al Pescatore di Torre a Mare: gusto per il kitch?

Torre a mare. Monumento al Pescatore front

 

In pochi ricordano ancora La Fendàne du Pescatòre di Torre a Mare realizzata da Tommaso Piscitelli nel 1925 (vedi foto in basso), rimossa poi all’inizio della seconda guerra mondiale per esigenze belliche. Dopo la decisione di fondere il bronzo da cui era composta per costruire armi, in sostituzione dell’opera suddetta fu progettato uno zampillo d’acqua alto quasi due metri. Questo fino al 2002, anno in cui è stato inaugurato il Monumento al Pescatore di Mario Piergiovanni, destinato appunto al rimpiazzo della preesistente statua.

In una foto-gallery sui monumenti dell’orrore pubblicata di recente da una nota testata on-line, tuttavia, figura proprio il suddetto Monumento al Pescatore, quale simbolo di un gusto esasperato per il kitch. Ignoriamo da chi sia partita la segnalazione a sostegno del suo sciatto dimostrare, né tantomeno siamo in grado di stabilire se l’opera costituisca effettivamente un simbolo dell’oscenità derivante dallo scarso gusto estetico di sedicenti artigiani. Di certo, poiché l’ex marina non poteva restare priva di uno dei suoi simboli più importanti, qualcuno si è ingegnato per ricollocare in situ ciò che Torre Pelosa si era amaramente vista sottrarre. 

Torre a Mare. La fendàne du pescatòre (1925)

L’apprezzabile impegno non ha però riscosso l’effetto sperato. Poiché a detta di molti non tutte le ciambelle riescono col buco, infatti, chi sperava di riaccendere gli entusiasmi dei residenti dopo la presentazione ufficiale dell’opera del 2002, si è dovuto tristemente ricredere. Così, quel Nettuno che con in mano una grossa fiocina tiene a bada un gigantesco polpo avvinghiato alla roccia, ha necessariamente dovuto sviare le proprie attenzioni curandosi suo malgrado dell’udito oltraggiato dalle numerose critiche mossegli. Se sulle prime non ha probabilmente avuto contezza dell’accaduto, modulato opportunamente i padiglioni auricolari e appurato le manifeste contrarietà dei presenti, ha poi agevolmente consentito al dubbio di una supposizione mal interpretata di risolversi in assoluta certezza. Ah…se quel Nettuno fosse improvvisamente animato da un fare bellicoso riuscendo a brandire e a scagliare l’acuminato tridente verso chi continua a osservarlo perso in un infinito sparlare! “Est modus in rebus”: immaginiamo azzardi visibilmente contrariato nell’immobilità di un meditativo tacere, ogni qualvolta in cui affiora in lui il bisogno di esortare alla moderazione. Così, non esitando a ricordare che esiste una misura per tutto, anche per le parole, ben si protegge dal fare astioso di presenze poco gradite, lasciando tuttavia campo libero a quella donna che ne osserva le nudità con interesse da baccante persa nell’estasi sublime di un godimento visivo.

L’opera rappresenta una divinità, è vero, ma le fattezze sono pur sempre maschili e, in quanto tali, immaginiamo siano attraversate dai desideri propri di un comune mortale. Impossibilitato a muoversi a causa della sua statuaria costituzione, tuttavia, quel bronzeo Nettuno non può far altro che gettare l’ancora nel mare della rassegnazione. Così, governato l’impazienza di reagire, si vede ancora costretto a subire l’onta verbale dell’improvvido passante di turno. E pensare che, nell’estetica hegeliana, viene riaffermata la superiorità del bello artistico sul bello naturale, a condizione che la stessa arte venga liberata dai suoi fini e dai suoi mezzi. “Solo quando l’arte diviene libera - afferma Hegel - adempie al suo compito supremo, ponendosi nella sfera comune della religione e della filosofia”. Tale assennata concezione, evidentemente, non è da alcuni stata minimamente metabolizzata o, forse, ha appena iniziato a esserlo non manifestando un carattere di predominanza. A chi è ancora scettico sull’effettiva bellezza artistica dell’opera, va ricordato che se qualcuno si è ingegnato per colmare un vuoto durato circa sessanta anni, merita quantomeno rispetto per l’impegno dimostrato. Poiché vogliamo sperare che i più concordino nel non ritenere preferibile continuare a vedere un lungo e anonimo zampillo d’acqua al posto dell’attuale monumento, concludiamo suggerendo a chi osserva di dimostrarsi quanto più possibile privo di qualsiasi riserva mentale, pena la progressiva e inevitabile chiusura a qualsiasi forma di espressione artistica.


[da La Voce del Paese del 26 Aprile]

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