
La parola è lo strumento comunicativo per eccellenza.
Ciò di cui non ci rendiamo conto, spesso, è di quanto essa risulti lo specchio
di verità che lucidamente non cogliamo: vere e preprie nevrosi sociali.
In ogni comunità la parola entra a far parte di un circuito che innanzitutto
rappresenta e serve l'Istituzione, sia essa uno Stato, un Clan, una
Religione.
La lingua, in ogni comunità, assume una fisionomia particolare, volta ad auto-
costruirsi assecondando la tensione all'egemonia che l'istituzione di quella
comunità ha per natura.
Per questo, per una sola lingua, esistono più linguaggi,
il linguaggio colto, ad esempio, specchio del narcisismo della classe
intellettuale.
Qui in Italia, nel mondo omosessuale, si vive uno strano paradosso. Si
combatte quotidianamente per qualcosa che il linguaggio, e non solo,
di questo stesso mondo offende: la parità, la libertà, l'integrazione.
Che vuol dire?
Innanzitutto va precisato che esiste una vera e propria comunità gay, con una
sua specifica identità di gruppo, fatta di simboli, riti, spazi fisici -e non-
di incontro, codici estetici, e con un proprio linguaggio.
Il linguaggio della comunità omosessuale è omofobo.
Non solo perchè, nella sua realtà più viscerale, quella dell'autoconfronto,
del linguaggio tra omosessuale e omosessuale, esso pare troppo spesso il
diretto riflesso del complesso di una mancata sessualità, fissazione ossessiva
sulla genitalità, rivendicata con la ludica violenza di un porno-linguaggio di
cliché.
Ma anche e soprattutto nei suoi codici "di compromesso", quegli "slogan" con
cui si cerca, per sentirsi dentro a una società, di politicizzare la propria
natura.
La formula linguistica "coming out", per esempio, è l'esatta misura espressiva
di un'esperienza traumatica, formula abitata da una semantica subdolamente
perversa e maschilista.
Sembra quasi segnalare un'ammissione, un' "esposizione"
umiliata alla società, l'auto-manifestazione di uno su tutti, che di per sé
designa una diversità sacrifica.
Il dramma è che questo linguaggio si è fossilizzato nelle nostre menti,
atrofizzandone la capacità critica, ed è ormai assunto come una scienza, una
forma irrimediabile, certa, definitiva.
Operare sul linguaggio di una comunità,
poi, è quasi impossibile, poiché determinati cambiamenti, certe innovazioni
interne alla lingua, avvengono semi-spontaneamente, e in periodi di ampia
durata.
Ciò che si può fare, però, è conoscersi, anche attraverso le proprie
parole, adoperate con inappropriata naturalezza. Usare le parole e non farsi
usare da esse.
Acquisire coscienza dei propri atti, anche linguistici, è la
prima fase per ottenere ciò che si desidera, perché vuol dire sapere ciò che si
desidera.
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Commenti
usare da esse.
Acquisire coscienza dei propri atti, anche linguistici, è la
prima fase per ottenere ciò che si desidera, perché vuol dire sapere ciò che si
desidera."
hai fatto centro.
Parlo con tutto l'egoismo di cui sono capace: Michele, continua a scrivere di omosessualità, continua a fare luce su questo mondo di stereotipi e pregiudizi e fallo, se non altro, per me. Te l'ho già detto, con questo articolo, sei riuscito a mettere ordine - un ordine di cui io non ero capace - ai miei pensieri e alle mie opinioni, è stato davvero illuminante. Grazie.