Giovedì 18 Luglio 2019
   
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Terza domenica di Quaresima. “Se non vi convertite…”

pagina religione

 

Terza domenica di Quaresima. Prima Lettura (Es 3,1-8.13-15). È meraviglioso il brano che ci viene donato quest’oggi! Sul monte, nel deserto, nel silenzio più assoluto, Dio si rivela all’uomo. È Lui che prende l’iniziativa, presentandosi come fiamma che non si consuma e scegliendo Mosè, un figlio d’Israele, per liberare il suo popolo oppresso. Presentandosi come “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”, Egli si lega al suo popolo e dimostra tutto il suo amore.

Seconda Lettura (1Cor 10,1-6.10-12). San Paolo rilegge la storia della liberazione del popolo d’Israele dal faraone e mette in luce due aspetti: alla misericordia di Dio si oppone la durezza del cuore del suo popolo e la mormorazione, che è il peccato di chi non si accontenta; il peccato di chi non è mai capace di vedere l’azione di benevolenza di Dio. La mormorazione ci allontana da Dio.

Vangelo (Lc 13,1-9). Nel Vangelo di oggi si incrociano racconti di morte e grandi interrogativi. Gesù scardina la mentalità comune, che considerava l’esperienza della malattia e della morte come dirette conseguenze del peccato. Egli si chiede, infatti, che colpa avessero i diciotto uomini morti nel crollo della torre di Siloe. È Dio che manda il terremoto? È Lui che decide di provocare frane o alluvioni? Assolutamente no! La mano di Dio non produce morte, e la storia non ruota attorno al peccato. E allora come dobbiamo ragionare? C’è una frase nel Vangelo che si ripete due volte: “Se non vi convertite perirete tutti”. Se non cambiamo, se non diventiamo costruttori di pace, se non ci impegniamo a salvaguardare l’ambiente, il mondo andrà in frantumi perché fondato sulla sabbia dell’egoismo, della guerra, dell’interesse personale. E poi c’è la parabola del fico sterile. Chi rappresenta Dio? Non il padrone del campo, che è esigente perché vuole i frutti, ma il contadino che lo esorta ad avere pazienza. Sì, amici! Dio è paziente con noi, perché sa intravedere frutti di bontà e bellezza. Convertirsi, allora, è credere a questo Dio contadino, che si affatica attorno alla zolla del mio cuore spesso inaridito e pieno di mormorazione.

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