Mercoledì 23 Settembre 2020
   
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Gesù consola la vedova che ha perso suo figlio: “Non piangere!”

pagina religione

 

Decima domenica del Tempo Ordinario. Prima Lettura (1Re 17,17-24). Il dramma della morte si affaccia nel brano che la liturgia oggi ci dona. Il figlio della vedova di Sarepta di Sidone, presso la quale Elia aveva trovato ospitalità, muore lasciando la donna nella più cupa disperazione. Il profeta, profondamente commosso per la vicenda, invoca il Signore e il miracolo avviene: la vita torna nel giovane corpo e la donna loda e rende grazie al Signore.

Seconda Lettura (Gal 1,11-19). San Paolo ci racconta la sua vicenda personale: da persecutore dei cristiani, egli diviene discepolo di Cristo e del suo Vangelo. In lui si realizza una conversione: egli “muore” alla condotta di vita precedente e “rinasce” come nuova persona.

Vangelo (Lc 7,11-17). Gesù entra nella città di Nain e si trova dinanzi ad un corteo funebre. I suoi occhi incrociano quelli della donna che, già vedova, adesso deve piangere pure la morte dell’unico figlio. Dolore che si aggiunge al dolore. E Gesù come reagisce? La prima cosa che fa è provare compassione, ossia provare dolore per il dolore della donna. Vede il suo pianto e si commuove, non prosegue ma si ferma e, avvicinatosi alla donna, le dice semplicemente, con lo stesso candore di un fanciullo: “Non piangere!”. Ma non si accontenta di questo: non vuole semplicemente asciugare le lacrime che rigano il volto della donna. No! Gesù è venuto per liberare chi giace nelle tenebre e nell’ombra di morte (cfr Salmo 106). E così, si accosta alla donna, che, forse, in cuor suo sta maledicendo Dio (“Perché a me Signore? Cosa ho fatto di male?”), che non ha neppure la forza (e la voglia) di pregare. Eppure il suo dolore fa breccia nel cuore di Dio e spinge Gesù all’azione: egli si accosta alla bara e parla al giovane morto. “Alzati!”: è l’imperativo che il maestro pronuncia; è il verbo della resurrezione, che fa sbocciare la vita. Chi è Gesù? È il Dio che piange con ogni uomo e che ci invita a compiere un gesto: stare accanto a chi soffre, anche solo tenendogli la mano. In silenzio, senza dire nulla, nell’unico e universale linguaggio dell’amore.

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