“Chi è il mio prossimo?” La parabola del buon Samaritano

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Quindicesima Domenica del Tempo Ordinario. Prima Lettura (Dt 30,10-14). Le parole che il Deuteronomio ci dona sono molto care al popolo d’Israele: costituiscono, infatti, la professione di fede del pio israelita, il quale si impegna ad amare Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima. I “luoghi” in cui questo comandamento divino ha sede sono la bocca e il cuore, perché non basta soltanto recitarlo a memoria, ma metterlo in pratica con la sapienza che viene dall’alto.

Seconda Lettura (Col 1,15-20). Chi è Gesù? È questa la domanda a cui risponde il brano della lettera di Paolo ai Colossesi. Egli è Colui grazie al quale Dio si è reso visibile e ha salvato l’umanità attraverso il sacrificio della Croce. in Gesù, pertanto, noi contempliamo il Volto di Dio, che è Amore e Misericordia.

Vangelo (Lc 10,25-37). Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Così inizia una delle parabole più belle e più famose che il Vangelo ci dona: la parabola del buon Samaritano. Tutti la conosciamo bene, eppure stentiamo a metterne in pratica l’insegnamento. Notiamo subito alcune cose: l’uomo incappato nei briganti e ridotto in fin di vita non ha un nome perché rappresenta ogni persona che sulla terra è vittima di violenza e di oppressione. È come se la strada che collega Gerusalemme a Gerico fosse la scena del mondo nel quale - ieri come oggi - c’è gente che muore perché non ha pane e diritti. Bene, su questa strada polverosa passano in successione tre uomini. Il primo è un sacerdote, un uomo di Dio, che conosce bene la Legge ed è scrupoloso osservante dei riti. Vede l’uomo per terra e passa oltre perché la cosa non lo riguarda. Lui pensa a Dio, non al prossimo. S. Agostino direbbe: “Percorri l’uomo e arriverai a Dio”. Il secondo uomo è un levita. Anche lui vede e passa oltre. Perché Dio non interviene? Cosa c’entro io con questa faccenda? Non ha compreso che Dio si serve di ciascuno di noi per fasciare le piaghe e consolare gli afflitti (cfr. Is 61). Il terzo uomo è un Samaritano, un eretico, uno da cui ogni buon Giudeo si sarebbe tenuto distante. Eppure è capace di provare un sentimento divino: la compassione. I dieci verbi che Luca usa per descrivere le sue azioni vanno sottolineati fino a bucare la pagina del Vangelo, perché costituiscono il decalogo dell’Amore: lo vide, provò compassione, si avvicinò, scese, versò, fasciò, caricò, lo portò, si prese cura, pagò. Qui troviamo la risposta alla domanda con la quale questa stupenda pagina si era aperta: Cosa devo fare per ereditare la vita eterna? Ama il prossimo tuo come te stesso e sarai un cristiano autentico, laureato a pieni voti in umanità.