“Se uno vuol essere mio discepolo…”

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Ventitreesima Domenica del Tempo Ordinario. Prima Lettura (Sap 9,13-18). È un meraviglioso inno alla Sapienza divina quello che ci viene donato quest’oggi. “Sapienza” viene dal latino “sàpere”, che significa: “dare sapore”. Essa ci permette, quindi, di trovare il senso alla vita che viviamo e alle cose che facciamo. È un meraviglioso dono col quale Dio colma la nostra esistenza e che noi dovremmo impiegare per crescere nella fede.

Seconda Lettura (Fm 1,9-10.12-17). Paolo affronta il tema della schiavitù e decide di rimandare Onèsimo, uno schiavo, dal suo padrone, Filèmone. Tuttavia, il gesto che egli compie ha un altissimo valore pastorale, poiché Paolo invita Filèmone ad accogliere Onèsimo non più come schiavo ma come fratello. La fede ci aiuta a scorgere nel volto dei fratelli il volto di Cristo.

Vangelo (Lc 14,25-33). Tanta gente va dietro a Gesù e resta contagiata dalle sue parole, dai suoi gesti, dai miracoli che compie. È un po’ quello che capita a noi quando incontriamo qualcuno che ci afferra col suo carisma. Ma seguire Lui non significa semplicemente vivere di entusiasmi: essi svaniscono dopo un certo periodo e la fatica comincia a farsi sentire. Ecco allora il Vangelo di oggi: Gesù si volta verso questa gente e affida le tre condizioni fondamentali per seguirlo. Prima condizione: “Se uno non mi ama più di suo padre, di sua madre, dei suoi fratelli, non può essere mio discepolo”. Parole apparentemente inaccettabili e quasi estranee alla logica del Vangelo. Eppure l’architrave sul quale esse si reggono è l’espressione: “amare di più”. Essa implica un’addizione, poiché agli affetti che noi nutriamo verso i nostri parenti e amici dobbiamo aggiungere quello per Cristo. Nel suo Amore fiorisce il nostro amore. Seconda condizione: “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”. La croce: per noi è sinonimo di malattia, di difficoltà. È un qualcosa da subire passivamente, magari imprecando contro Dio. Nel Vangelo è il vertice della resurrezione, è un dono da accogliere. Ecco la sconcertante conclusione: “amare di più” e “prendere la croce” si illuminano a vicenda e ci danno la misura del nostro essere cristiani. Alla luce di questo è possibile accogliere la terza condizione: “Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. La rinuncia che Gesù ci chiede non è ascetica, ma è finalizzata ad accogliere lui, l’unico “tesoro” che rende piena la nostra vita.