Giovedì 13 Agosto 2020
   
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“La preghiera del povero attraversa le nubi”

pagina religione

 

Trentesima Domenica del Tempo Ordinario. Prima Lettura (Sir 35,15-17.20-22). Il brano del Siracide si apre con una verità consolante per ciascuno di noi: il Signore non fa preferenze di persone. L’atteggiamento che emerge con chiarezza è l’ascolto ma anche l’aiuto concreto verso i poveri e gli ultimi, le cui preghiere “penetrano le nubi”. Che belle parole! Eppure, se guardiamo la nostra società, con le sue contraddizioni, con le forti differenze sociali, segnata dallo sfruttamento delle fasce più deboli, ci chiediamo: dov’è l’aiuto del Signore? Noi non sappiamo nulla delle modalità con le quali cui Egli interviene in soccorso di queste persone, ma una cosa è certa: l’amore di Dio verso gli ultimi si manifesta soprattutto nel comportamento concreto di quanti credono in Lui.

Seconda Lettura (2Tm 4,6-8.16-18). San Paolo, giunto quasi al termine della sua vita terrena, avverte la sofferenza per essere stato abbandonato da tutti. Ma non si scoraggia: sa che il Signore - sua forza - è con lui e lo sostiene. Ecco perché, pur nella prova, l’Apostolo rende grazie a Dio: da Lui solo deriva la salvezza.

Vangelo (Lc 18,9-14). Due uomini salgono al tempio per pregare. Con questa immagine si apre la parabola che il Vangelo di oggi ci dona. Gesù sente la necessità di offrirci un indizio sulla identità di questi uomini: uno è un fariseo, l’altro è un pubblicano. Come pregano entrambi? Il fariseo sta in piedi, con atteggiamento fiero. Egli inizia la sua preghiera in maniera corretta: “Oh Dio ti ringrazio”. Riconosce - almeno formalmente - l’assoluta grandezza del Signore e la sua piccolezza, la sua fragilità. Ma è tutta scena questa! Ce ne accorgiamo subito dal fatto che il resto delle sue parole vanno in una direzione ben precisa: esaltare se stesso e disprezzare gli altri. La sua preghiera è costruita su una serie di “io”: Dio gli serve soltanto a registrare le sue meravigliose performances; è soltanto uno specchio sul quale riflettere la sua grandezza. In fondo al tempio c’è l’altro uomo, il pubblicano. Anche lui eleva a Dio una preghiera. E lo fa in maniera totalmente differente: “Signore abbi pietà di me, povero peccatore”. Due frasi dice, che valgono più di mille parole. Anzitutto, quell’uomo pone al centro il Signore: Tu abbi pietà! A differenza del fariseo, che fonda la sua religione su ciò che lui fa. E poi riconosce se stesso come peccatore. E non lo fa per falsa modestia, ma perché ci crede veramente. È come se dicesse: “sono un poco di buono, nella mia vita faccio tante sciocchezze, vorrei essere diverso. Tu ascoltami e perdona”. Ecco la preghiera che penetra le nubi (cfr 1^ lettura) perché fa profumare di cielo anche le nostre miserie.

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