IL NEW DEAL DIVERSAMENTE ABILE

anna_e_teresa
Chi è, cosa è, come viene visto e come si vorrebbe vedere un disabile? Non solo in Europa, non solo in Italia, ma proprio in quel che era il "paese dell'uva regina". Un articolo che vuole stimolare un confronto su un tema importante quanto tralasciato: la disabilità.
Teresa Sorino e Anna Franca Didonna (entrambe qui nella foto).


Il new deal diversabile partendo dalla realtà economico-sociale nojana.

Non si voglia giammai fare un rimpasto di storia in malo modo o esser la brutta copia di un Keynes, ma una provocazione ce la si può anche concedere: una crisi nera, disoccupati, inoccupati e generazioni di stagisti e operatori di call center. Ma ci si è mai fermati a pensare che quelli che si ritengono gli “anelli deboli” della catena economica possono diventarne una delle forze trainanti, tanto in una realtà microeconomica come Noicàttaro, quanto a livello macro in Italia e, perché no, Europa?! Con anelli deboli in questo luogo ci si vuole riferire ai disabili.

Lo Stato dell’arte

Bibbia di un disabile è la Legge 5 febbraio 1992, n. 104 "Legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate." Ne si leggano le finalità qui elencata con commento sulla realtà nojana a seguito.

a)“garantisce il pieno rispetto della dignità umana e i diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata e ne promuove la piena integrazione nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella società;”

Il Comune per tramite, oggi, dei Piani di Zona, comprendenti l’area Noicàttaro-Rutigliano-Mola di Bari, ha messo a punto un programma di assistenza domiciliare, laddove con tale espressione si intende assistenza alla persona, che si traduce nell’assunzione di personale a disposizione del disabile per un monte-ore settimanale. Il problema sta nel fatto che, contro ogni legge economica mondiale, a Noicàttaro aumenta la domanda ma non l’offerta: il numero dei disabili richiedenti assistenza domiciliare è aumentato, ma essendo i fondi a disposizione sempre gli stessi, si è deciso per la politica del “mal comune mezzo gaudio”. Ovverosia a causa dell’insufficienza dei fondi erogati dalla Regione Puglia per un numero crescenti di richiedenti, il totale settimanale di 20 ore, inizialmente previsto, è stato ridotto a 10 ore in modo da distribuire lo stesso monte-ore su più persone. In pratica il diritto è stato compresso rendendo pressoché insufficiente l’assistenza e dunque riducendo anche l’autonomia della persona.
A questo servizio si aggiunge il servizio di volontariato civile, su richiesta dell’interessato: il volontario civile ha solo compiti di accompagnamento della persona disabile per attività riabilitative/educative/ludiche/lavorative. Il problema è che la vita di un libero professionista non è generalmente inquadrabile in una tabella oraria prevedibile, e dunque il volontario non può essere totalmente a servizio del disabile.

b) previene e rimuove le condizioni invalidanti che impediscono lo sviluppo della persona umana, il raggiungimento della massima autonomia possibile e la partecipazione della persona handicappata alla vita della collettività, nonché la realizzazione dei diritti civili, politici e patrimoniali;

La mobilità di una persona è spesso il vero cruccio della disabilità: come si muove una persona disabile? Come di consueto si hanno a disposizione due scelte generali: il trasporto pubblico ed il trasporto privato. Nella prima alternativa, da nojani, bisogna menzionare le Ferrovie Sud-Est: la società ha recentemente messo a disposizione sempre più frequente i nuovi treni ATR-220, un treno che potremmo definire semi-accessibile: senz’altro meglio delle carrozze anni ’60 ma che comunque non è usufruibile da un disabile in carrozzella da solo, visto che c’è comunque da superare il dislivello tra il marciapiede e la vettura. Inoltre si deve aggiungere che i nuovi ATR-220 non hanno sostituito completamente le vecchie carrozze, ciò significa che quello “sconto di accessibilità” non riguarda tutti i treni e tutte le fasce orarie e l’alternativa non c’è: non ci sono autolinee accessibili ai disabili.
Se un disabile decide poi di utilizzare Trenitalia si hanno problemi di altro genere: le barriere architettoniche vengono tranquillamente abbattute grazie alla presenza di personale addetto all’accompagnamento in carrozza ma a costo di un diritto di privacy e di autonomia estemporanea totalmente violati: prima di poter viaggiare con Trenitalia bisogna denunciare la propria presenza con un certo anticipo. Se in alcune stazioni è però solo sufficiente un anticipo di un’ora, in altre è necessario avvisare gli addetti anche 24 se non 48 ore prima, in pratica per una fantomatica emergenza sarebbe impossibile viaggiare il giorno stesso se la destinazione, ad esempio, fosse Foggia. Per dovere di cronaca, si fa notare come anche un viaggio in aereo per un disabile è più accessibile, ma ugualmente l’assistenza va richiesta anche se con anticipi nettamente inferiori visto che è sufficiente comunicarlo anche al momento del check-in nella maggior parte dei casi. Terminiamo la carrellata su Trenitalia dicendo che si hanno vantaggi solo se in possesso di carta blu, il che pone lo stesso problema di privacy già citato dal momento che è richiesta addirittura la percentuale di disabilità perché venga rilasciata.
Il trasporto privato, inteso anche semplicemente come diritto alla patente di guida B, è poi una meta raggiungibile da un disabile quanto per un normodotato diventare un pilota di Formula 1. Amministrativamente possono passare almeno 10 mesi prima di arrivarci ed economicamente si possono spendere anche 800 euro a settimana se non si ha la possibilità di acquistare e far adattare un auto immediatamente.

c) persegue il recupero funzionale e sociale della persona affetta da minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali e assicura i servizi e le prestazioni per la prevenzione, la cura e la riabilitazione delle minorazioni, nonché la tutela giuridica ed economica della persona handicappata;

Il disabile grave (100%) gode di un contributo mensile di circa 700 euro tra accompagnamento e pensione di invalidità. Se il disabile grave non lavora deve decidere se con quei soldi mangiare o pagare una persona che lo assista, se non ha familiari a disposizione. Ci sono persone disabili gravi che sarebbero disposte a rinunciare al contributo della pensione di invalidità e dell’accompagnamento in cambio di TUTTI i servizi, ma proprio TUTTI, di cui un normodotato può usufruire. In questo consisterebbe la vera uguaglianza e la non discriminazione sociale.

d) predispone interventi volti a superare stati di emarginazione e di esclusione sociale della persona handicappata.

L’emarginazione si supera anche grazie al mondo del lavoro: lavorare è un diritto e un dovere dell’uomo, lo dice la nostra Costituzione, ma la priorità di un disabile nel mondo del lavoro è spesso sopraffatta dalla concezione di un disabile come lavoratore meno capace dei cosiddetti “normodotati” o peggio, si tratta a volte di una priorità concessa solo per effetto dei vantaggi fiscali.

L’Italia rimane ancora il Paese dalle meraviglie architettoniche. Ma anche quello delle barriere architettoniche: ci sono ancora, solo per elencare uno dei tanti esempi, tribunali non accessibili, motivo per cui avvocati disabili sono costretti a rimanere fuori, delegando ai loro assistenti lo svolgimento dell’attività. Rimane il Paese degli “italiani brava gente”  e che si conferma tale grazie ad una folta schiera di volontari, ma che non possono essere la sua unica risorsa: il servizio civile è una delle più preziose fonti di “avvicinamento alla normalità”, senza però dimenticare che la cultura dell’accessibilità deve diventare istituzionale, prima che essere affidata in modo massiccio al volontariato.
Tuttavia è il Paese che reclama uguaglianza sociale è che in appena poco più di 50 anni ha capito di poter difendere l’uguaglianza senza richiedere a tutti di essere uguali. Fino a pochi decenni fa, infatti, un disabile, anche a Noicàttaro, era nascosto come fosse una vergogna, qualcosa di venuto male che non era il caso di mostrare, quasi fosse una disfatta personale. Oggi si è usciti allo scoperto, e fieri anche di averlo fatto. L’integrazione, almeno culturale, è un obiettivo che si direbbe centrato.
Cosa significa essere disabile in Italia e quindi in Europa? Vale a dire cosa significa essere un cittadino europeo per un disabile?
Hai delle protesi? Le strade dell’olio doc sono a tua disposizione: niente più svidol e il profumo degli ulivi ti rigenera, nel vero senso della parola.
Sei in sedia a rotelle e vivi in Emilia Romagna? “Gonfiare le gomme” non sarà un problema nella terra dei motori e delle Ferrari.
Vuoi potenziare il tuo spirito di sopravvivenza? Prova a prendere un mezzo pubblico!
Sei basso? Al cinema puoi entrare con biglietto ridotto anche dopo i sette anni!
Vuoi dei bicipiti da urlo? Stampelle! E il body building a confronto sarà da dilettanti.
A Noicàttaro? Montagne russe assicurate per i fossi del paese, e il brivido dell’auto che ti sfiora è insostituibile.
Sono battute umoristiche, anche ciniche, che vogliono mettere del peperoncino su qualcosa che spesso è concepito come un argomento compassionevole e lacrimoso.
Essere una categoria diversa in un mondo diverso è rassicurante.


La proposta

L’opinione è che tutte le persone disabili oggi, sarebbero d’accordo nel rinunciare alla pensione d’invalidità in cambio in primis di un vero posto di lavoro contemporaneamente a tutti i servizi necessari a tutelare l’autonomia, l’indipendenza, l’integrazione sociale in una parola la salute mentale. Si perché è quella che serve purtroppo quando si ha una disabilità se pur fisica. Non solo si deve superare il proprio handicap con tanta forza di volontà ma si deve avere in dosi mastodontiche, la forza psicologica per combattere tutti i giorni contro le falle del sistema. Il predisporre dei servizi ad hoc, porterebbe al pieno sviluppo di quello che è chiamato il terzo settore, si creerebbero molti più posti di lavoro a nostro modesto parere.
In un paese come l’Italia che sull’assistenzialismo ci ha costruito la sua storia e fondato le radici della sua cultura, suona strano sapere che forse agli assistiti questo non piace. Forse a quella parte di popolazione che “si sente il peso dell’economia” e con ciò ci si riferisce ai veri invalidi civili e non ai falsi – furbi per cui la pensione d’invalidità altro non è che una comoda rendita alla faccia dei fessi – sfigati, la pensione d’invalidità proprio non va giù. Non piace per diversi ordini di motivi: 1) non è una sorta di risarcimento morale; 2) quella degli invalidi civili non è una bella categoria a cui appartenere, certo non è un distintivo di cui andare fieri; 3) non è un vantaggio.
Lo Stato Italiano ha pensato bene di “chiudere la bocca” se il termine ci è concesso alle persone con disabilità erogando tale contributo che in teoria dovrebbe servire come mezzo per integrare la ridotta capacità lavorativa degli stessi. Appunto, ridotta capacità lavorativa e non assenza della capacità lavorativa. Erogare un contributo e pensare che questo sia sufficiente a mettere alla pari le persone svantaggiate con quelle normodotate è pura follia! L’uguaglianza sul piano sociale non inizia e finisce con la pensione d’invalidità. Anzi, se si fa in modo, come avviene in moltissimi altri Paesi europei, che l’assistenza sia un dato di fatto in qualsiasi situazione e sia prevista dalle amministrazioni senza che la si debba richiedere, non solo si dà lavoro agli assistenti, ma si mette nelle condizioni di lavorare la stessa persona disabile. Una produttività che non può esser sprecata in questo momento.

L’uguaglianza è ben altra cosa.

La persona con disabilità grave si affida completamente all’altro per espletare tutte le più elementari funzioni vitali. Alzarsi la mattina, lavarsi, vestirsi, uscire di casa, raggiungere il posto di lavoro, tornare a casa e perché no, lavarsi di nuovo dopo una giornata di lavoro, magari andare anche a dormire. Tutte cose che chiunque compie e per fortuna non se ne accorge nemmeno. La persona disabile invece deve pensare a qualcuno che possa tutti i giorni aiutarlo a compiere questi gesti elementari. Non si può ragionare sempre pensando che ad aiutarti sia un parente (genitore, fratello, sorella). Accade nella vita di tutti i giorni che il parente non sia disponibile, che il fratello o la sorella si sia fatta la sua famiglia, che la mamma invecchi, il padre muoia ecc. Pertanto, è più che giusto che si pensi ad una rete di aiuti erogati dagli enti oppure dallo Stato per il tramite del Comune di residenza, che permettano alla persona disabile di essere davvero autonoma. Un’autonomia che non deve essere puntualmente rivendicata e bramata con battaglie contro i mulini a vento dal disabile, ma garantita nel vero significato del termine da tutta la macchina amministrativa. Senza ritardi ne pause di riflessione su numeri e costi dei servizi messi a disposizione.   
Ci si è sempre preoccupati di difendere e promuovere l’uguaglianza, finché il concetto stesso d’Europa non ha riportato in auge il privilegio di essere diversi. Essere italiano in un puzzle di culture come quello europeo è come essere disabile in un mondo di normodotati: una piccola porzione della popolazione totale, ma pur sempre fondamentale.
“Pensare disabile” e comprenderne il mondo e la vita quotidiana è un viaggio nei tabù e nelle proprie insicurezze che si scopre di avere cercando di essere qualcun altro, più che affannandosi a voler essere solamente sé stessi. L’Europa è un crogiolo di diversità, di differenze che si incontrano, scontrano ma che a volte si ignorano. L’ignoranza, però, nel senso di non conoscenza, non è una soluzione bensì una mancanza, un handicap. Il vero handicap propriamente detto.

Teresa Sorino – Anna Franca Didonna