NICOLA PENDE: IL MEZZO BUSTO DELLA (MEZZA) MEMORIA

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«È lo spirito ebraico che può nuocere allo spirito della nostra razza; anche pochi semiti possono inquinare la vita di tutta una nazione». Sono parole che Nicola Pende pronuncia a Taranto nel maggio del 1940. Due anni prima, esattamente il 14 luglio 1938, compariva, nel “Giornale d’Italia”, il Manifesto delle Leggi Razziali.
Ma è lo stesso Pende che, durante il rastrellamento nazista del ghetto di Roma nel 16 ottobre 1943, permette a 23 ebrei di salvarsi la vita, ospitandoli nell’istituto del Policlinico Umberto I di Roma da lui diretto.
Domanda:  chi era veramente Nicola Pende? Qual era la sua posizione in merito alla teoria del “razzismo”?
Nicola Pende rappresenta un simbolo storiografico, più che storico, oramai calcificato nella coscienza collettiva nazionale, e soprattutto nel paese che di Pende ha fatto un’icona di cui vantarsi, l’immagine di una tradizione che il tempo non scalfisce. Tentare di interpretare la sua vita è una missione alquanto ardua. Non volendo fare della bassa storiografia, tentiamo almeno di distinguere due personaggi all’interno della stessa persona: Nicola Pende scienziato e Nicola Pende politico.
Da un lato abbiamo il medico fautore della moderna endocrinologia, l’ideatore delle cartelle biotipologiche - che da sé farebbero pensare ad una propensione alla “distinzione” - nonché un illustre professore e primario. Il concetto di razza, secondo il Pende scienziato, ha un’accezione molto meno politicizzata  e più volta ad una ricerca scientifica finalizzata al perfezionamento, in senso lato, delle condizioni di vita dell’uomo.  È per questo che il concetto di “razzismo biologico” lo metteva in contrasto con i vertici ufficiali del fascismo.
D’altro canto abbiamo il Pende politico (o politicizzato?). Colui che pronuncia frasi antisemite a Taranto, colui sul quale per anni è gravato il peso della “firma fantasma” sul Manifesto, colui il quale, in ogni caso, è stato una della figure di primo piano in epoca mussoliniana, colui che infatti fu tra le prime illustri personalità rimosse dai loro incarichi per le evidenti compromissioni con il fascismo.
Noicattaro come la pensa?
Stando ai fatti il nostro paese non si è mai posto il problema di interpretare correttamente la vicenda di Pende, quanto invece l’obiettivo di utilizzare la sua notorietà come testimonial del “prodotto Noicattaro”. Difatti a Noicattaro si contano: una scuola media intitolata a Pende, un’associazione culturale intitolata a Pende, un palazzo della cultura che espone fieramente un mezzo busto di…Nicola Pende. Questo è il Nicola Pende che abita nel geloso abbraccio di una classe intellettuale malata di campanilismo e invecchiata nelle proprie ipocrisie.
Questo stesso Pende ha il supporto della “Noicattaro bene”.  La stessa che un paio di anni fa, a partire da “La Repubblica” e poi da “La storia siamo noi”, ha reagito con un comunicato ufficiale a timbro della Presidenza del Consiglio, intitolato “Il caso Nicola Pende”. Noicattaro ha avuto la forza di creare il “caso”, quando ci sono molti altri problemi che meriterebbero di esser classificati come tali. Ciò che ci si auspica dalle classi alte è un atteggiamento critico, oggettivo e dunque sincero. Non una reazione “reazionaria” per “partito preso” di difesa del nojano, perché famoso. Questo  atteggiamento ha in sé la grave colpa di impoverire la nostra libertà di analisi.
Questo è il mese della memoria, e che cosa è la memoria? La memoria non è solo passato, è soprattutto futuro. La memoria è da reinventare, ripensare, ristudiare col coraggio di un’oggettività scevra dal dogmatismo. Il “caso Nicola Pende” può trasformarsi da strumento del bigottismo comunitario a chiave di volta per una nuova consapevolezza della nostra identità, che comunque è figlia anche di questo simbolo, il “simbolo Pende”. Il coraggio di mettere, e mettersi, in discussione è la sola possibilità per evitare alcuni tragici corsi e ricorsi storici, non più così vicini ma neanche così lontani.