POLIRICA
Una delle prime categorie epistemologiche che a scuola mi insegnarono fu la
politica. E per una questione di conoscenza differenziale mi dissero pure che
la lirica era nettamente divisa dalla politica. Lo stato e le emozioni, il
paterno e il materno, la storia e il mito, la prosa e la poesia, bla bla bla.
Ma è poi così vero?
Non lo so.
Sono uno che ha sempre avuto curiosità delle radici di un fatto più che del
fatto in sé, perché molto spesso sono proprio le radici il fatto in sé, e il
fatto non è che una forma, una emanazione scolorita del fatto in sé (che
sarebbe la radice).
Stabilendo una chiara equazione:
Politica = fiore
X = seme
Si trovi la X.
Invochiamo lo spirito del Maestro. Fabrizio De Andrè. C’è un passo della
canzone “ la guerra di Piero” che ci aiuterà nell’ardua risoluzione matematica.
“vedesti un uomo in fondo alla valle che aveva il tuo stesso identico umore ma
la divisa di un altro colore”
(la guerra di Piero)
Siamo nel momento più drammatico, l’attimo che precede la tragedia. La parola
chiave di questo verso chiave è –credo- quel “MA”.
In un brano che narra l’orrore della guerra, focalizzato non a caso nello
scontro intimo tra due uomini e non tra due eserciti, l’uno di fronte all’altro
e l’uno lo specchio dell’altro, de Andrè, con una grande capacità
introspettiva, ci parla di “stesso identico umore”, riconoscendo nella
meccanica degli umori, dunque, l’elemento che assimila ogni essere umano all’
altro.
La divisa di un altro colore è il “ma”. È un’armatura fragile e finta, perché
non protegge dalla morte, anzi la provoca. La divisa è una corazza che
definisce fatalmente la paura della’altro e, sostanzialmente, di se stessi.
Quel “ma”, quella divisa, ce l’abbiamo tutti addosso, chi più chi meno. È la
nostra identità. O meglio, il suo limite. Le nostre stesse parole sono una
corazza. Spesso diventano pericolose, non per la storia che le attraversa, ma
per il peso del vuoto da cui vengono inghiottite, per la bocca di mille
manipolatori. Svuotate della loro storia, le parole fioccano come neve nella
voce di Ulissi senza palle. Diventano corazza, esilio, ghetto e trincea, filo
spinato, territorio di confino.
Lo strumento di prima necessità politica, il linguaggio, diventa il primo
ostacolo alla politica stessa.
Che fortuna. Non incontro, ma cesura. Essì, perché è l’incontro con l’altro
che genera relazioni. La politica nasce dall’incontro. Tutto il resto, anche
le parole, sono una conseguenza (o dovrebbero esserlo).
E, giusto per buttarla lì, con animo romantico e un po’ troppo illuso da auto-
aborto della ragion di stato qual mi sento, la radice dell’incontro è quella
tanto abusata parola che chiameremo qui –giusto per semplificare il discorso e
renderci più pop- AMORE. Quel mistero così poco matematico e così poco
definibile da sfuggire alla scrupolosa matematizzazione delle relazioni che è
lo Stato. Quel miracolo che non conosce dei, o religioni, o istituzioni, e che
è quindi pericoloso per tutti questi Poteri, perché indecifrabile e
indeclinabile e smisuratamente superiore! Perché il problema è che l’amore non
ha partiti –anche se qualcuno è così ricco da essersi comprato pure questa
parola-. L’amore è sacro, il sacro è nella vita di tutti, il sacro per noi
dovrebbe essere –forse- obbedire al miracolo della meraviglia, che è la vita.
Il nostro orizzonte non è il voto o il Potere. Il nostro orizzonte è l’
orizzonte, quella linea che instancabile accoglie e saluta la luce del sole
ogni giorno.
L’amore non ha partiti, non potrebbe averne. Il fazionismo è la prima forma di
non amore e non incontro. Sarebbe bello se la politica, questa dottrina ormai
storicamente separata da ogni altra filosofia dell’esistere, ritrovasse la sua
radice. Ma pare quasi ridicolo, ingenuo, fuori luogo, adesso, cercarla. Sarebbe
un passo indietro che ci renderebbe troppo consapevoli di quanto sia primitivo
il nostro Stato.
Allora fondiamo la polirica!
Perché la politica, nella mia testa almeno, è un fiore che appartiene a
tutti, e la sua casa è il mondo, non il vaso del più potente che lo strappa
prima dal giardino. Perché quel giardino esiste a prescindere da noi, non è
nostro, non l’abbiamo creato noi. È un mistero. Come la vita.
La politica è il fiore dell’incontro.
Pasolini faceva teatro per i fascisti. Voleva che assistessero alle sue
rappresentazioni in prima fila e senza pagare il biglietto. Questo è un gesto
politico.
Tendere la mano al nemico con la divisa di un altro colore.
Annullare quella distanza, incontrare.
X=?
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Commenti
a una, a due, a tre, e l'altre stanno
timidette atterrando l'occhio e 'l muso;
e ciò che fa la prima, e l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e lo 'mperché non sanno..."
la politica è il fiore dell'incontro peccato che I POLITICI SONO LA RADICE DELLO SCONTRO!!!!