
I fatti degli ultimi giorni hanno indotto alcuni a credere che il presidente del consiglio uscente abbia compiuto un gesto di responsabilità; altri a credere che lo spread abbia determinato la fine politica di un uomo che, nel bene o nel male, ha dominato la scena a partire dalla metà degli anni '90, quando incantava molti miei sprovveduti coetanei con metafore calcistiche e sorrisi rassicuranti.
Spero che non siano in pochi ad aver notato che i titoli Fininvest quotati in borsa si sono ripresi, guardacaso, proprio dopo le dimissioni dell'ex presidente del Consiglio. Ciò significa che, in Italia come ovunque nel mondo, la politica è schiava dell'economia.
I soloni della politica e quelli dell'economia si scambiano le poltrone in una danza le cui regole sono state stabilite molti secoli fa, agli albori del capitalismo, nel XV secolo. Chi ne fa le maggiori spese sono gli idealisti che credono che il governo di una nazione di 60.000.000 di abitanti (Italia) come di una periferia urbana di 25.000 abitanti (Noicàttaro) possa essere determinato da buoni propositi e passioni disinteressate.
Ciò sarebbe auspicabile. Ma non in questo mondo, e non in questa epoca, dominata dalla volontà di potenza di nietzschiana memoria.
La politica, dunque, è a servizio dell'economia. A sua volta, l'economia è schiava della brama di potere. Questo accade da quando il denaro è divenuto, da mezzo simbolico di scambio delle merci, il fine in vista del quale è reso possibile ogni potenziamento della condizione materiale dell'uomo sul pianeta Terra. Se il denaro è il fine che rende possibile ogni realizzazione, chi brama realizzare non buoni propositi ma il potenziamento di sé, perseguirà con ogni mezzo il fine del possesso di tale bene.
Anche nel microcosmo della nostra realtà paesana si registra la medesima situazione: i soggetti economici dominanti, in maniera diretta o indiretta, decidono le sorti della comune convivenza. Poco importa se a farne le spese sono la salute pubblica e la godibilità dei beni comuni.
Affinché si registri un'inversione di rotta bisognerebbe osservare innanzitutto un decremento della generale e diffusa volontà di dominio, a cui farebbe seguito un utilizzo “etico” dell'economia, governata da una politica che riscopra il vero senso dell'espressione “bene comune”.
Platone, nel “Timeo”, scriveva che gli abitanti della mitica civiltà prediluviana di Atlantide erano molto aggressivi e bramavano la conquista di nuovi territori. Nel "Crizia" Platone dice ancora che gli atlantidei preservarono la loro società dalla distruzione finché furono in grado di utilizzare i beni materiali senza lasciarsene dominare, addirittura come se fossero un peso. Uno stile che, oggi, sarebbe auspicabile recuperare.
In conclusione, a motivo delle ragioni prima esposte, in Italia e soprattutto a Noicàttaro, attualmente, la politica vera, cioè la comune responsabilità verso i beni comuni, è un obiettivo da raggiungere e una meta educativa da proporre alle giovani generazioni. Una meta ardua da raggiungere, perché presupporrebbe una mutazione strutturale della specie Homo. Pasolini docet.
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